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‘u pucchète

 

 

 

 

Raccolta di poesie

in dialetto sanseverese

 

di

Nazario Tartaglione

 

 

 

con traduzione in italiano

 

 

                                              

 

 

                                                                                                                                                                         Foto di copertina dello stesso autore.

                                                                                                                                                               “ Fiori con le ali”.

 

                              

 

www.ilcanzonieredisansevero.it

 

 

  È mia opinione che la poesia non risieda nella lettera, ma nell’energia e nella visione che l’attraversano ed animano.

 La forma letteraria è solo gioco, vanità,_maschera.                                                  

                                          N.T.

Siamo stati contadini noi due

senza conoscere  la terra

e piccoli soldati

senza amare la guerra,

c’hanno mandati lontano

senza spiegarci bene…

 

…che basta un filo di vento

per venirci a guidare

perché siamo naviganti

senza navigare,mai…

 

I. Fossati

 

                                                                               Ai contadini

                                                                                               ed alla terra…

 

  

Un populu.

 Un popolo, mettetegli la catena, spogliatelo, tappategli la bocca, è ancora libero.

Toglietegli il lavoro, il passaporto, la tavola dove mangia, il letto dove dorme, è ancora ricco.

Un popolo diventa povero e servo quando gli rubano la lingua adottata dai padri.

E’ perso per sempre, diventa povero e servo quando le parole non partoriscono parole e si mangiano tra loro.

Me ne accorgo ora, mentre accordo la chitarra del dialetto che perde una corda al giorno.

 

                                                                                            Ignazio Buttita. Poeta siciliano.

 

 

 

 

Poesie scritte tra  l’ 1 Gennaio e il 18 Aprile 2010.

Stampate nell’ aprile 2010.

 

 Mediterranea

Comp. autori e cantautori indipendenti - San Severo  - FG

www.ilcanzonieredisansevero.it    www.ilcantautore.it   email: mediterraneaautori@libero.it

 

 

Tutti i diritti riservati all’autore.

                                                             

Grazie a tutte le persone che con affetto hanno contribuito alla realizzazione di questa raccolta.

 

 

Prefazione

Nazario Tartaglione: il “peccato” della lingua

 Nazario Tartaglione, giovane sanseverese che  ha  “molte promesse da mantenere, se chi dei due non dorme ha da badare come penetra il freddo, se langue il focolare”, già affermato dalle nostre parti con ottime composizioni musicali (Canzoniere di San Severo 1e 2), cantautore doc come certi nostri vigneti, mostra nei racconti in lingua e nelle poesie dialettali la sensibilità della corda tesa al vento nella nostra campagna quando nei filari i contadini strappano i sarmenti o spampinano la pianta, operazioni necessarie per la migliore fruttificazione. La raccolta di poesie in dialetto sanseverese “‘u pucchète” datata aprile 2010, è emblematica di un percorso formativo e oserei dire, conoscendo l’autore, anche “performativo” con la conoscenza della propria terra, filtrata da una tradizione orale che va scomparendo e proprio per questo va recuperata. C’è evidentemente il vissuto onirico di questo autore, c’è il tramite, il transfert, c’è semplicemente la voce del grande vecchio, dell’antenato, forse di un nonno, lo scrigno prezioso cui attingere con le parole di allora, il dialetto; una volta ritenuto il “peccato” della lingua, la lingua peccaminosa che però riesce a dispiegare meglio di qualsiasi altra “lingua” il senso delle cose. Il grande vecchio, di certo non inconsapevole all’autore, assume la fisionomia di un agreste direttore d’orchestra (poiché c’è musica nelle poesie di Tartaglione) che detta tempi e ritmi nell’habitat naturale dei nostri luoghi (la campagna) ai protagonisti di appena pochi decenni anni fa (i vecchi contadini), che oggi sembrano già distanti anni luce, dove tra le acque dei pozzi e le nebbie mattutine si erge potente il sapere sedimentato da millenni del dialetto. Una lingua scelta, una lingua di fantasmi, una chiave per aprire la serratura di una porta che divide il mondo dalla sensibile solitudine dell’autore. La traduzione di Tartaglione allora si duplica, l’autore coglie le parole, gli sguardi, le atmosfere; costruisce le sue storie navigando nella campagna del Tavoliere con dietro la saggezza arcaica di solidi nocchieri, gli ultimi rimasti o avvertiti, che trovano sponda, non naufragio, nell’onda lunga del giovane artista. Un connubio felice, fertile, non sappiamo sino a che punto immaginario, che riesce a costruire un impianto solido dove la memoria si conserva intatta, come l’acqua: “Cammino un altro po’ e mi siedo vicino al pozzo,/ dove sento l’acqua sul fondo che si muove./ M’affaccio e, guardando bene, vedo/ le cose che avevo dimenticate,/ nascoste, lì, conservate.” L’acqua che poi libera la creatività dell’autore in questi versi notevoli: “Ceri anche tu, come la prima volta che ti ho vista,/ con il fiocco ed i capelli raccolti,/ e quando io passavo ti voltavi…/ e poi eravamo insieme, con la bambina in braccio,/ e pure con i ragazzi ormai cresciuti./ I giorni dopo non ci ho pensato e sono ritornato,/ e rovistando nell’acqua, cheta cheta,/ il secchio ha portato su la vita intera./ La volevo acchiappare ma non è stato possibile,/ è scappata come vento tra le rose,/ un vento che ha fatto il pazzo saltando di sopra e di sotto,/ in terra e in cielo, di giorno e di notte,/ per passare sopra l’erba e sulle nostre vite, complicate,/ che non l’hanno sentita e non si sono scansate.”. La visionarietà di Tartaglione porta a vedere nello stesso momento l’immagine del tempo che passa e cresce nella stessa visione (la bambina in braccio, e i ragazzi ormai cresciuti), e “il secchio che ha portato su la vita intera” assomiglia alla schiena del padre del grande Heaney, quando si alza “dopo trent’anni” nel campo di patate. Il dialetto distende le sue rime baciate, ovviamente quasi sempre impossibili in lingua, in una musica che Nazario Tartaglione sente “dentro”, e il dialetto bisogna sentirlo “dentro”, è l’unica maniera per scriverlo correttamente. Gli “appunti grammaticali”, a pagina 3, spiegano l’assenza delle dieresi nelle e mute; un francesismo che fa venire in mente, a proposito di questo autore, la condizione dell’esistenzialismo, del grande esistenzialismo francese, con un pensiero che in qualche modo ha a che fare con la condizione artistica che attualmente attraversa Nazario Tartaglione, un pensiero di Sartre: “Sono condannato a vivere al di là della mia esistenza, al di là dei movimenti e dei motivi del mio atto; sono condannato ad essere libero”.

 Enrico Fraccacreta

   

Introduzione.

 

Mi sono apparsi all’improvviso, i personaggi di una storia che non ho vissuto ma che mio malgrado mi porto dentro.

Sono i contadini della mia terra, che mi hanno raccontato le loro storie, dettandomi i versi di queste poesie.

Così li ho visti nei campi lavorare sotto il sole e camminare  d’inverno nella nebbia e nel freddo , li ho sentiti ricordare e rimpiangere la loro giovinezza,

e li ho guardati ritornare dalla guerra;  amare, odiare, lottare. 

In questi versi il dialetto mi ha svelato del tutto la sua natura di  lingua madre e materna, di suono del profondo (che nel canto diventa lamento)  capace di accogliere, custodire e  rievocare storie, personaggi e sentimenti di un tempo interiore vivo e pulsante, anche se cronologicamente passato, dimostrandomi che il suo uso  non riguarda   solo   una scelta letteraria o grammaticale, ma è ancor prima una scelta di ambiente,  di atmosfere, di suggestioni, di mondi, e di luoghi dell’anima.  

La lingua dialettale appare così vocata in modo  esclusivo a comunicare compiutamente  specifici argomenti e temi, altrimenti mal rappresentati; come se ogni lingua aprisse su un paesaggio proprio, fornendo un modo diverso di pensare e di vedere il mondo, come se ogni lingua fosse non solo un mezzo di comunicazione ma un mezzo di ricerca ed un  codice, una chiave per accedere ad una parte della conoscenza. 

Ne deriva in chi scrive un sentimento di insostituibilità del dialetto che ne  prova la valenza e la  comprimarietà linguistica rispetto all’italiano, fino a giungere ad un vero e proprio pensiero e sentire dialettale, impregnato di  una tenerezza e di un calore che la lingua nazionale non possiede, portandoci a considerare  che se  chi parla male pensa male, se  il linguaggio  influisce sui pensieri, sulle idee e sui sentimenti, privare una società di questo mezzo di comunicazione significa consegnarla  ad una sicura fredda e cinica razionalità.    

Si ha l’impressione infine  che questa lingua magica si sia condensata per diventare verso e poesia, al contrario del sangue miracoloso di certi Santi, ma come quello rivelando sacralità, questa volta laica, purissima e potente, radice e fine di ogni arte.

Si affaccia così l’idea che  scrivere in dialetto non sia un atto di volontà ma un’esigenza naturale, e che il solo accesso al vernacolo sia  già ispirazione.

                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                      Nazario Tartaglione

 

Note per la lettura.

Va detto che questa raccolta di poesie è posta su tre livelli di comunicazione. Il primo folcloristico, il secondo intermedio, il terzo nutrito di maggiore introspezione. Tale schema nasce sia per obiettivi comunicativi che dall’intenzione di rispettare le  suggestioni, i colori e il carattere  naturale di ogni tema trattato.

Appunti grammaticali.

La lettera “e”  è sempre muta, tranne  quando è accentata. Non è muta la “e” di congiunzione e l’iniziale, anche senza accento. Es: “E camminavo solo : E cammenève sule   pron.: E cammnèv sul”  

 

gli accenti:

grave, aperto es. telèfene- telèfono 

acuto, chiuso, es: ‘ndére- intéro

 

alcuni vocaboli:

italiano                    sanseverese

con                                 che    ke                        con cura    --  che cure   ke cure

con il                              cu                                 con il vento  --  cu vènde

che                                  ca    oppure ka             il mare che sbatte -  ‘u mère ca sbatte

 

 

 

Pe’ la vije.

Cammenève pe’ la vije

tra li vichele e ‘i pendune,

che li chèse ka mmandavene i verezure,

e che lu ciéle ka vuttève  li criature fujènne

e nu vècchie ca cuntève cerèse,

apprèsse a l’anne passète.

 

Per la via

Camminavo per la via

tra i vicoli e gli angoli

con la campagna nascosta dalle case,

e con il cielo che spingeva le corse dei bambini,

ed un vecchio che contava ciliegie,

dietro agli anni passati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Prime ka jèsce ‘u rène.

 Lu ciéle sepère la campagna da la strède,

come ‘na lastre de vènde.

Llonghe ‘a mène e lu passète jè la,

ka te parle e aspètte la cunsulazione

ka vè da li tèmpe de mò,

ka sapene, ma ne sapene aspettà,

e ce scordene ‘i chelure abbasce a ’u puzze,

ke l’èrve e ‘u sole dù calà,

ku mère e la sckume,

e lu vènde ca zombe e fa l’onde,

e che lu marrò de la tèrre e de li zolle,

prime ka jèsce ‘u rene.

 

Prima che esca il grano. 

Il cielo separa la campagna dalla strada,

come una lastra di vento.

Allungo una mano e il passato è la,

che ti parla e aspetta la consolazione che viene dal presente,

che sa, ma non sa aspettare

e dimentica i colori in fondo al pozzo,

con l’erba e il sole del tramonto,

con il mare e la schiuma, e il vento che salta e fa l’onda,

e con il marrone della terra e delle zolle,

prima che esca il grano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nande a la campagne.

L’atu jurne hè cammenète

e bèlle e bbone me so truwète

nande a la campagne.

Hè penzète, vide nu poche, è già fenute stu paése.

Sope a l’èrve stéve ‘u ciéle e sotte sotte ‘na casarèlle

bbandunète e misse la, che  quache chène turne turne.

E me so menute mènde come nu sonne bèlle e bbone

li jalle e li jalline, li pècure e ‘u padrone,

‘u cafone che la zappe ca sudève sope a tèrre

e ‘i creature ca jucavene avvucine a casarèlle,

e lu rène e ‘i pummadore, e pu l’arve de vulive

e lu sole repusète ccoste  a  u puzze andò vevive.

Hè penzète: ”quanta vite jè passète pe sti tèrre

e mo ‘u vide stanne qua jittète come chi ne sèrve,

èppure n’hanne sfamète de grosse e di criature

hanne fatte spusalizije proprije sope a sti verezure,

so’ turnète da la wèrre che ‘a speranze de fatià

sope a quèsta terra zitte, ka è rumaste ad aspettà.

Però mo stanne i palazze e i motore turne turne

e i criature  ka ne sapene come sa  l’acque de puzze.”

 

 

Davanti alla campagna.

L’altro giorno ho camminato

e d’un tratto mi sono ritrovato davanti alla campagna.

Ho pensato, guarda un pò, è già finito questo paese.

Sopra l’erba c’era il cielo, e in fondo un casolare

abbandonato e messo la, con qualche cane intorno.

E mi sono venute in mente, all’improvviso, come in un sogno,

i galli e le galline, le pecore e il padrone,

il contadino con la zappa che sudava sulla terra

e i bambini che giocavano vicino la casetta,

ed il grano, i pomodori e poi gli alberi d’ulivo,

e il sole posato accanto al pozzo dove bevevi.

Ho pensato:” quanta vita è passata per queste terre,

e adesso, vedi, stanno qua, abbandonate come chi non serve, eppure ne hanno sfamati di grandi e di bambini,

hanno fatto matrimoni su questi terreni,

sono tornati dalla guerra con la speranza di lavorare

sopra questa terra silenziosa, che è rimasta ad aspettare.

Ma adesso ci sono i palazzi e i motori tutt’intorno

e i bambini  non conoscono il sapore dell’acqua di pozzo.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Stì quatte parole.

Ma te si mèje fermète a spijà fore,

ha mèje penzète nu d’andò menime?

Mbeh, l’avissa fà,

pecchè ne jè pucchète a spià nnanze

è pucchète a scurdà,

‘a ragione di cose e ‘a speranze ca ce mandéne

jinde a l’occhije du tembe,

jinde a quilli quatte cince ca so’ rumaste appise fore

sope a nu pèle ‘nfracetète,

‘ndò manghe ‘i chène vanne a piscià.

 So’ i panne de nu cafone, ca ha zappète tutte ‘a vite

e  ha cresciute mamme e figne,

sule, mmèzze a tèrre e vigne,

a cundà li prèpotènze e li calle sope a ‘i mène,

a magnarce pène e veléne e lu sole ca jarziève,

‘i tagne appise sope a ’u core.

Ji nn’i pozze da cchiù nènde,

ma tu, purtele  stì quatte parole.

 

 

Queste quattro parole.

Ma ti sei mai fermato a guardare la campagna,

hai mai pensato noi da dove veniamo?

Mbeh, dovresti farlo,

perché non è peccato guardare avanti,

è peccato dimenticare,

la ragione delle cose e la speranza che sopravvive

nell’occhio del tempo,

in quei quattro cenci che sono rimasti appesi in campagna,

sopra un palo marcito, dove nemmeno i cani vanno a pisciare.

Sono i vestiti di un contadino, che ha zappato tutta la vita

ed ha cresciuto moglie e figli,

solo, in mezzo a terra e vigna,

a contare le prepotenze e i calli sulle mani,

a mangiare pane e veleno ed il sole che bruciava,

i tagli appesi al cuore.

Io non posso dargli più niente,

ma tu, portagli queste quattro parole.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

‘u pucchète.

 ‘na vote so’ traciute jinde a ‘na chiése

e me so’ spiète turne turne,

mamma mije ‘u lustre ca stéve,

cose d’ore a tutte pizze!

E pù vanne truwanne ca solde ‘nge ne stanne,

ca gènde sènza fatije e sènza allogge

quisti qua, stanne annascuse jind ‘a na règge.

Comunque, me so settète,

è javezète a chèpe e è viste a Gèse Criste,

misse ‘ngroce  come sèmbe,

ka ‘i wèje sije già l’ha passète

e ne me vò sendì parlà.

Cchiù là,  sope a li denocchije ca preijève,

ce stéve nu crestiène, tutte scunzulète;

ji ‘u canuscéve e me so vvucenète.

Hè ditte:” wè cumbà, ma che jè ca stà ccusì.

Avisse accise a quacchèdune, avisse rrubbète?

Ha ditte, no. Ji ‘a veretà è sèmbe fatijète.

E allora javezete, mittete l’ambite!

E jisse m’ha resposte. Ma pù è pucchète,

c’adda prijà calète!

Cumpagne mije, ‘u pucchète

jè mètte sotte ‘a gènte,

che ‘i chiacchijere, ca fème e ca pavure,

pe farlà sentì nènde.

 

Il peccato

Una volta sono entrato in una chiesa

e mi sono guardato intorno,

mamma mia il lusso che c’era, cose d’oro ovunque,

e poi dicono che non ci sono soldi,

con la gente senza lavoro e senza casa,

questi qua stanno nascosti in una reggia!

Comunque, mi sono seduto ed ho alzato

la testa per guardare Gesù Cristo,

messo in croce come sempre,

che i suoi guai li aveva già  passati

e non avevava la forza di ascoltarmi. 

Più in la, sulle ginocchia che pregava,

c’era una persona, tutta sconsolata.

Io la conoscevo e mi sono avvicinato.

Gli ho detto: wè, compare, ma perché sei così triste?

Forse hai rubato? Hai ucciso qualcuno?

E lui mi ha risposto: no, veramente  io ho sempre lavorato.

E allora alzati. Mettiti in piedi!

E lui: “ma poi è peccato, si deve pregare in ginocchio!”

Amico mio, il peccato è sottomettere la gente,

con le bugie, la povertà e la paura,

per farla sentire niente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 ‘a palummèlle.

Ce stéve ‘na palummèlle sope a lu cambanile de ‘na chiése

bianca bianche e che la faccia tése,

ccusì l’ati palumme l’hanne spijète e l’hanne dummannète:

“che d’è, pecchè ti quèlla facce, fusse succèsse quachèe desgrazije?

Tire nu bèlle vènte e stà nu bèlle sole stammatine, avissa jèsse frezzantine.”

Ma ‘a palummelle l’ha spijète ‘mbacce  e l’ha ditte a tutte quante:

“Vu penzète a’u sole e a’u vènde friscke ma ’nzapite quale jè l’ambasce.

Frète mije, geranne ‘u munne me so’  segnète ch’a mèna storte

e ‘u pecchè mo ve lu porte.

Hè viste chi c’è vennute ‘a mamme pe mètte li solde a’ banghe,

e frète cciderce come Caine pe’ magnarce li ruvine.

Hè’viste gente murì de fème e criature, pe la mudèrnità, nete malate,

e bbomme destruije li chèse e ccide crestiène come nemèle,

hè viste ‘i Sande menì da ‘ngéle e gelà ‘u sanghe d’u munne ‘ndére,

senza core e senza cuscènza, settète a ’i segge de la sapiènze, 

e, che li potènte, vestute bbone, rire e magnà, senza perdone.

He viste quiste e de pègge ancore, perciò me dole ‘u core,

e ca sope a stù  munne  ‘u vènde sciosce e ‘u sole brille,

ne me fa allerije,  ma me fa mèraviglie.”

 

 

La colomba.

C’era una colomba sopra il campanile di una chiesa

bianca bianca e con la faccia tesa,

così gli altri colombi l’hanno osservata e le hanno chiesto:

“che c’è, perchè c’hai quella faccia, forse è successa qualche disgrazia?
Tira un bel vento e c’è un bel sole questa mattina, dovresti essere frizzantina.”

Ma la colomba li ha guardati ed ha risposto:

“voi pensate al sole ed al vento fresco, ma non sapete qual è il messaggio.

Fratelli miei, viaggiando per il mondo mi sono segnata con la mano storta

e il perché velo racconto.

Ho visto chi s’è venduta la madre per poter mettere altri soldi in banca

e fratelli uccidere come Caino per accaparrarsi l’eredità,

ed ho visto gente morire di fame e bambini, per la radioattività, nati malati,

e bombe distruggere le case e uccidere le persone come animali,

ho visto santi scendere dal cielo e gelare il sangue del mondo intero,

senza cuore e senza coscienza seduti ai seggi della sapienza,

e con i potenti, vestiti a festa, ridere e mangiare, senza darsi pena.

Ho visto questo e di peggio ancora, perciò mi duole il cuore,

e che su un mondo così il vento soffia ed il sole brilla,   non mi da allegria, ma mi meraviglia.”

  

Andò.          A Michele   15-04-10

Andò l’hè jì seppuntà quistu delore,

sotte a quèla croce, sotte a quèla tèrra?

Come li mène javezene sole

cusì me mméne ji mméze a la mugne

e rumène a spijà ‘ngéle

‘u sole ca rruwènde e ca schelore

 ‘i dinde e l’anema muccechète

da ‘i parole fenute de chi decéve amore.

  

 

Dove.

Dove si può seppellire questo dolore,

sotto  quale croce, sotto  quale terra?

Come le mani levano in alto il sole

così io mi lancio nel fango

e resto a guardare in cielo

il sole che arroventa e scolora i denti e l’anima morsa dalle parole mute di chi diceva amore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il vento soffia

Il vento soffia tra gli alberi muti

nel freddo e sulla terra gelata

dove piedi affondano

a risvegliare la vita e il dolore

che si prepara passo dopo passo

insieme all’odore dell’erba bruciata

e al fumo che sale a cercare speranza.

 

 

 

 

 

 

 

 

u vènte sciosce.  

‘u vènte sciosce mméze a l’arve mute

sotte a ’u fridde e ‘a terra gelète

andò ‘i pide affonnene

a stregnà la vite e ‘u delore

ca ce prepère passe passe

‘nzimmere a l’addore de l’erva brucète

e a ’u fume ka ‘nghiène a cercà speranze.

  

‘a nègne.

‘a nègne annasconne ‘i vulive

e ‘a terre ca porte allappite a la casèlle

andò t’hè ‘ngundrète ‘a prima vote

e andò t’hè cote come nu ciore.

 E m’ha léve da nanze che ‘na vutète de chèpe

questa fumalènze ca me ccupe ‘u core

e me fa sentì criature annata vote,

mmezze a li cosse tije e sentì la toja voce,

appresse a li resète e a l’occhije 

abbandunète mmèze a l’erve e coste a ’u puzze,

andò l’acque ‘mbunnéve e benedecéve,

senza prijà.

 

La nebbia

La nebbia nasconde gli ulivi e la terra che porta a piedi

al casale dove ti ho incontrata la prima volta

e dove ti ho raccolta come un fiore.

E me lo tolgo dagli occhi voltando la testa

questo fumo che mi acceca il cuore

e mi fa sentire di nuovo ragazzo

tra le tue gambe, e risentire la tua voce,

dietro le risate e gli occhi

abbandonati tra l’erba e accanto al pozzo,

dove l’acqua bagnava e benediceva,

senza pregare.

 

Come Sante.

E camine,

mméze a l’erve e a stà nègne,

ca ce fréche poste e chelure,

e recorde e delure,

annascuse abbasce a ’u core,

andò ‘u sole nn’arrive,

e l’occhije toje arreposene

come Sante, c’hanne pérze a vije.

 

Come santi

E cammino,

tra l’erba e questa nebbia,

che ha rubato luoghi e colori,

e ricordi e dolori,

nascosti in fondo al cuore,

dove il sole non arriva,

e gli occhi tuoi riposano

come Santi, che hanno perso la via.

 

 

 

 

 

 

 

  

 

Jeve suldete

Jéve suldète e so’ turnète

e t’hè viste lavà li piatte

e m’buccà ‘i criature

che lu zenèle e l’occhije accise

ca m’hanne spijète  senza dice nènde

e hanne viste jinde a ’i mije ‘a wèrra raccundète,

paése destrutte, crestiène struppijète,

e ji, nnascuse tra li rose,

prejanne e penzanne a te,

ca te si vvucenète e che nu bèce m’ha beneditte.

Ero soldato

Ero soldato e sono ritornato, e ti ho vista lavare i piatti e imboccare i bambini

con il grembiule e gli occhi stanchi

che mi hanno guardato senza parlare

ed hanno visto nei miei la guerra,

città distrutte, uomini macellati,

e me, nascosto tra le rose, pregando e pensando a te, che ti sei avvicinata e con un bacio mi hai benedetto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

‘u vente

 ‘u vènte me porte i capille e ‘i penzire

a vulà sope a’u rène

e arrive a ‘u mère

che l’occhije mije nnanze a ’u core e a ’u curagge

a cercà sacramènte e cunchiglie,

pène pe’ ffà ddurmì stà pavure

ka nnanze a ’u mère ce ne va.

 

Il vento

Il vento mi porta i capelli ed i pensieri

a volare sopra il grano

ed arriva al mare

con gli occhi miei davanti al cuore ed al coraggio

a cercare sacramenti e conchiglie,

pane per sedare questa paura

che davanti al mare naufraga.

 

 

 

 

 

 

 

 

‘a cammenète

E m’asciughe ‘u sudore

sotte a ’u sole accerète d’Ajuste,

chi penzire ‘mbrattète de sanghe e de veléne;

m’abbije addrète a stà Madonne

ca ce porte  voce e speranze

e appicce cannéle ‘nzimmere a ’u vènde,

appicce lu sole  ‘ngolle a semènte

e rèpe la vije a la cammenèta tije

sope a li ciure e a ‘u rène arrecote.  

 

La camminata

E m’asciugo il sudore

sotto al sole cocente d’agosto,

con i pensieri sporchi di sangue e veleno;

m’avvio dietro a questa Madonna

che ci porta voce e speranza

e accende candele insieme al vento,

accende il sole sulla terra seminata

e apre la via ai tuoi passi

sopra ai fiori e al grano raccolto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 ‘a crianze.

Appresse a ’u vènte cene vanne l’occhije mije

e passene a nègne e rrivene a l’arve

e ‘nghianene sope e tocchene ‘u ciéle

e c’asséttene ‘nzimmere a ‘i vucèlle

pe’ cantà questa crianze

de spià annanze, de spià annanze,

pure quande ‘u core dole

e ‘a speranze jè ‘na foggne arreccète.

 

La creanza

Dietro al vento se ne vanno i miei occhi

e superano la nebbia e arrivano agli alberi

e salgono sopra e toccano il cielo

e siedono insieme agli uccelli

per celebrare questa usanza

di guardare avanti, di guardare avanti,

anche quando il cuore duole

e la speranza è una foglia caduta.

 

 

 

 

 

 

 

  

Troppe luntène.

‘ngappe nu ciuffe d’erve e mu mètte ‘nzaccocce

‘nzimmere a la faccia tije sope a stà fotografije

malète de tèmpe e de brevogne

pe l’anne sfijute come fume de vracére

da li mène e da lu core;

a vussà li pede sope a stù munne

pe rrevà ‘nciéle , ma sèmpe troppe luntène

da te e da lu bbéne tije. 

  

Troppo lontano

Prendo un ciuffo d’erba e me lo metto in tasca

insieme alla faccia tua sopra questa fotografia

malata di tempo e di vergogna

per gli anni sfuggiti come fumo di  braciere

dalle mani e dal cuore;

a spingere con il piede sopra questo mondo

per arrivare in cielo, ma sempre troppo lontano

                                           da te e dal tuo amore

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  ‘ a malacrianze.

È malacrianze spià nnanze e ne salutà

quande passe ‘a notte

ch’i stèlle apprèsse  e che tutte ‘a lune,

 ma ji ne tènghe core de l’ammerà,

de cantarle e salutà.

Stanotte stènghe malète,

e ne  pozze  vedè come brille ‘a vite

sope a li sciagure mije. 

 

La cattiva creanza.

E’ cattiva creanza

guardare avanti e non salutare

quando passa la notte

con le stelle e con la luna a seguito

ma io non ho la forza di ammirarla,

di cantarla e salutarla.

Questa notte sto male,

e non riesco a sopportare la vita

che splende sulle mie sciagure.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

‘i stèsse.

‘u vèrne géle ‘a tèrre

e ji m’assètte a prijà Gèse Criste,

pecchè c’ha purtasse subete stà jelète

ca me  père mmandète jind’ a l’occhije tije,

‘i stèsse d’a fotografije che mammete,

ca t’hi sope a ‘u chemò,

a la stazione , quande ji partéve pe suldète.

Quand’anne so’ passète, Marì,

ma nu sime rumaste ‘i stèsse

che l’osse chiù vècchije

                           e ‘u core de duje criature.

 

Gli stessi

L’inverno gela la terra

ed io mi siedo a pregare Gesù Cristo,

perchè sela portasse subito questa gelata,

che mi sembra distesa nei tuoi occhi,

gli stessi della fotografia con tua madre,

che tieni sul comò,

alla stazione, quando io partivo per soldato.

Quanti anni sono passati, Maria,

ma noi siamo rimasti gli stessi,

con le ossa più vecchie e il cuore di due bambini.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

Nu poche de pene.

 E ‘nghiène sope a ’u vènde pe spià lundène,

pe vedè ‘ndò rrive ‘u ciéle e fenisce stà tèrre,

ca mene voje fuje da qqua e ‘nge voje turnà.

Tutte ‘u jurne che sta zappe e che sta fème,

che l’occhije appise a ’u sole ca ‘nghiène  e scègne

sope a quist’osse ca ‘ngà fanne cchiù

e vanne nnanze pe ttè e pe l’occhije tije,

ca m’aspèttene cu criature ‘ngolle

e m’addumannene nu bèce e nu poche de pène.

 

Un pò di pane

E salgo sopra al vento per guardare lontano,

per vedere dove arriva il cielo e finisce questa terra,

che voglio fuggire  e non voglio più tornare.

Tutto il giorno con questa zappa in mano

e con questa fame

con gli occhi appesi al sole che sale e scende

su queste ossa che non cela fanno più

e vanno avanti per te e per gli occhi tuoi,

che mi aspettano con il bambino in braccio

e mi chiedono un bacio e un pò di pane.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Jinde a sti fiure.

Da sope a l’arve ji spije lundène

e véde ‘a tèrre ca tocche ‘nciéle

e ‘i vucèlle ca fujene come creature,

jucanne e zumbanne,

sotte a ’u sole ca ‘i spije e ‘i lasse fa.

‘nghiene pure tu qua sope e lassà sta lu munne.

Qua  ‘nge stà affanne,

ma soltante vènte friscke e curagge,

‘u curagge ka te danne ‘u sole e l’occhije de Criste

ddermute  jinde a stì fiure.

 

In questi fiori.

Dalla cima dell’albero io guardo lontano

e vedo la terra che tocca il cielo

e gli uccelli che corrono come bambini,

giocando e saltando sotto al sole

che li vede e li lascia fare.

Sali anche tu qui sopra, e lascia stare il mondo.

Qui non ci sono affanni,

 ma solo vento fresco e coraggio,

il coraggio che ti danno il sole e gli occhi di Dio,

addormentati in questi fiori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Luntène.

Damme ‘u pène e puse ‘a zappe.

Mittele ccoste a ’u sècchije de l’acque.

Pigne ‘i pummadore e l’oglije

e picce ‘u foche pe’ jarzià.

Pu’ firmete e spije luntène.

‘a vide quella fasce sotte a ’u ciele?

Lla  fenisce ‘a terre,

feniscene ‘i raje, ‘i prepotenze e ‘a puvertà.

‘u sacce, tu vulisse ji, ma nu stime qua, 

ch’i pide ‘ndèrre e ‘u core carcerète

jind’ a quist’occhije, ca ne ponne vulà.

 

Lontano.

Dammi un pò di pane e posa la zappa.

Appoggiala al secchio dell’acqua.

Prendi i pomodori e l’olio

e accendi il fuoco per abbrustolire,

poi fermati e guarda lontano.

La vedi quella fascia sotto il cielo?

La finisce la terra,

finiscono le angosce, le prepotenze e la povertà.

Lo so, vorresti arrivarci, ma noi stiamo qua,

con i piedi nella terra e il cuore carcerato

in questi occhi. che non possono volare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fumanne.

Scanze ‘a nègne ke ‘na  mène,

m’ aggiuste ‘i capille e camine, fumanne.

‘a segarètte porte enarije ‘u fume e ‘u delore

nnanze pe’ nnanze, sotte a ’i pide  e a ‘i mène,

ca ‘u vulèssene ‘ngappà ma ‘ngià fanne,

e seppontene ‘a paure annata vote,

jinde a l’occhije mmandète d‘a jurnèta calanne.

 

 

Fumando.

Scanso la nebbia con una mano,

m’aggiusto i capelli e cammino, fumando.

La sigaretta spinge in aria il fumo e il dolore

passo dopo passo, sotto ai miei piedi e alle mani

che lo vorrebbero stringere ma non cela fanno,

e infilzano la paura di nuovo,

negli occhi velati del tramonto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’emigrande.

 Prepareme ‘a valige, Mèmè.

Pecchè, ch’è succèsse!?

Fore è jelète tutte cose. Me nè  ji’ in Gèrmanije.

 

Ji songhe n’emigrande e ‘nzo padrone de nènde

m’appartènene l’acque, ‘u foche e  pure ‘u vènde,

e come nu criature ka joche mméze a l’erve

passe pe’ stù munne ‘u tocche ma nnu sènde.

E me recorde angore quande jeve waglione

‘i lucchele p’a vije e mammeme a ’u pendone;

lu tembe ka è passète lasse cicatrice

e mò ’nge stà nesciune ca me benedice,

soltande  quistu sole e  stu ciéle 

                                   ca ’nzanne l’occhije mije.

  

L’emigrante.

Preparami la valigia, Filomena.

Perchè, che è successo!?

In campagna è tutto gelato.

Devo andarmene in Germania.

 

Io sono un emigrante, e non sono padrone di niente,

mi appartengono il fuoco, l’acqua ed anche il vento,

e come un bambino che corre nell’erba,

passo per questo mondo, lo tocco ma non lo sento.

E mi ricordo ancora quando ero ragazzo,

le urla dei giochi  per la strada

e mia madre che m’aspettava all’angolo;

il tempo che passa lascia cicatrici

e adesso non c’è nessuno qui a benedirmi,

soltanto questo sole e questo cielo

                            che non conoscono i miei occhi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come èa fa. 

Hè recote nu fiore stammatine pe’ purtartele a te.

L’hè stepète jind’ai fogghije e l’hè misse jinde a l’acque,

ma tu ne me spije ‘mbacce e ne me vu parlà.

Ji tènghe sole quiste nè solde nè palazze,

e o t’accundide e scinne a sentì com’ addore

o me lasse che stù veléne stepète jinde a lu core.

‘u sacce jive truwanne ‘a carrozze e li cavalle

ma ji tenghe sole ‘i scarpe e ringrazième a Ddije,

però ‘u sa, te voje bbéne, ma bbéne vèramènde

e se quiste nn’avaste ’nte pozze ccundandà.

 …e aspitte, aspitte e spére, Carmè qua è fatte sére

‘u fiore c’è muscète e tu nne vù sapè,

sta llà ca spinne ‘i panne e senza darme voce

me lasse che stà croce ca ‘npozze suppurtà;

pu cammenanne pènze, pègge de stù delore,

ca ‘nzacce come èa fa, a diracille a ‘u core.

  

Come devo fare.

Ho raccolto un fiore questa mattina, per portalo a te.

L’ho conservato dentro le foglie e nell’acqua,

ma tu non mi guardi e non mi vuoi parlare.

Io ho soltanto questo, ne soldi ne palazzi,

e o ti accontenti e scendi a sentirne il profumo

o mi lasci con questo veleno stipato nel cuore.

lo so tu volevi la carrozza e i cavalli

ma io ho solo queste scarpe, e ringraziamo Dio,

però sai che ti voglio bene, ma bene veramente

e se questo non basta non posso accontentarti.

 …e aspetta, aspetta e spera, Carmela, ormai è sera

il fiore s’è sciupato e tu non mi vuoi,

sei li che stendi i panni e senza parlarmi

mi lasci con un tormento che non riesco a sopportare;

poi camminando penso, peggio del dolore,

è il fatto che non so, come dirlo al cuore.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 L’ambasce

 Nu vènte friscke sope a l’arve semove ‘i fronne,

sacce che va truwanne stammatine,

me père nu ‘mbrièche de vine.

Ji ‘nzo ‘mbrièche, bèlle fa’,

si tu ca ne’ capisce quille ca te voje dice.

E ddi, che me vu dice, fa su’ che ji fatià.

Ji te vuléve dice, ‘mbrieche e tutte quante,

ka st’ arrevanne ‘a werre.

Ma tu che sta decènne, camine statte zitte,

s’u ciéle è rusce rusce ca père ‘na precoce.

‘u ciéle è rusce apposte, responne ‘u vènte toste,

e ‘u sanghe che hanne jittete ca li da du chelore.

‘u sanghe c’hanne jittète o ‘u vine ca t’ha frechète?

Va bbone , jè, è capite, è inutele a parlà,

ji so’ soltante vènde, ‘ndènghe l’autorità,

però tu statte attènte, sindele st’ambasce

e fascete lu core, ka tu vonne sciuppà.

                                                                                                                                                       

                                                                                                             Dissolversi

Il messaggio.

Un vento fresco sopra gli alberi muove le fronde,

non so cosa vuole questa mattina,

sembra un ubriaco di vino.

Io non sono ubriaco, bell’uomo,

sei tu non capisci quello che ti voglio dire.

E dì, che mi vuoi dire, svelto che c’ho da fare.

Io ti volevo dire, ubriaco come credi,

che sta per arrivare la guerra.

Ma tu che vai dicendo, cammina, va, sta zitto,

se il cielo è rosso rosso che sembra una pesca.

Il cielo è rosso apposta, risponde il vento deciso,

è il sangue che hanno sparso che gli da colore.

Il sangue che hanno sparso o il vino che hai bevuto?

Va be, dai, ho capito,  è inutile parlare,

io sono solo vento, non c’ho l’autorità,

però tu stai attento, ascoltalo il messaggio

e fasciati il cuore, che telo vogliono rubare.

Quando il Potere si dissolverà nella Bellezza

allora l’Arte potrà dissolversi nell’Assoluto,

evolvendo in un Linguaggio Superiore, che planerà su Nuove Verità.

 

        La sovrabbondanza della Grazia

                            Il peccato originale è essere immersi nella Bellezza e non accorgersene.

          Tutto l'orrore del mondo ne è conseguenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Luà da nanze.

 Luà da nanze ca lèa bacià.

L’he purtète ‘i rose e ‘u core mije

‘mbascete jind’a quist’occhije

ca ne dormene cchiù,

ma jèsse ne me vo vedè.

E ji camine annanze  e dréte

come nu pazze, sotte a ‘u ballecone,

nire come stà notte,

che sti stèlle jarze e stà luna faveze,

faveze come la vocia sije

quande me decéve: te voje bbene.

Te voje bbéne, me decéve e ji c’è credute,

e apprèsse a me li méne e ‘i capille,

li dinde e l’ogne, la carne e ‘u sanghe,

lu core e l’osse.

Luà da nanze ca lea bacià.

Hè purtète ‘i rose e ‘u core mije,

‘mbascète jind’a quist’occhije

                         ca stanne ascènne pazze.

  

Scansatevi.

 Scansatevi che devo baciarla.

Le ho portato le rose ed il mio cuore

incartato in questi occhi che non dormono più,

ma lei non vuole vedermi.

E io cammino avanti e indietro

come un pazzo, sotto il balcone,

nero come questa notte,

con le stelle bruciate e la luna finta,

falsa come la sua voce quando mi diceva: ti voglio bene.

Ti voglio bene, mi diceva, e io c’ho creduto,

e insieme a me il cuore e le ossa,

la carne e il sangue, i denti e le unghie,

le mani e i capelli.

 Scansatevi che devo baciarla.

Le ho portato le rose ed il mio cuore,

fasciato in questi occhi

                             che stanno impazzendo.  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fammene ji.

Parte ‘u tréne,

nnanze a quist’ occhije crucefisse jinde a ’i tije,

ca me spijene e ne me vonne lassà.

Curtellète jind’ a l’aneme,

ka jètte ‘u sanghe a spià annanze,

appresse a stà wèrre,

cadute come l’osse de Criste sope a li vite nostre,

ca ce vonne javezà

ma ’nge stà zoche  nnè ciéle ‘ndò ppujiarce.

‘u sa ka ji te vuléve spusà, ma chi sa Ddije…

Se ne me vide cchiù, arrecurdete de me

e a fignete mittele ‘u nome mije.

Mò, fammene ji, se no more qua.

 

Lasciami andare.

Parte il treno, davanti a questi occhi crocifissi nei tuoi,

che mi guardano e non vogliono lasciarmi andare.

Come coltellate nell’anima

spandono sangue per guardare avanti,

dopo questa guerra,

cadute come le ossa di Cristo sulle nostre vite,

che vorrebbero rialzarsi,

ma non ci sono corde ne cielo

dove appoggiarsi.

Sai che ti volevo sposare, ma chi sa che sarà di noi.

Se non mi rivedrai più, ricordati di me

e a tuo figlio dagli il mio nome.

Adesso lasciami andare, altrimenti muoio qui.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Come fanne li crestiène.

L’erve ce scanze ponta ponte a ‘u vènde

e ‘a vide ca ce coche pe’ paure e pe’ respètte,

come fanne li crestiène che lu tèmbe,

ca ‘u vulèssene scanzà e te fanne rire,

ki ce mètte ‘i dinde faveze, chi ce fa ‘i capille nire.

Camine natu poche e me ssètte ccande a ‘u puzze,

‘ndò sènde l’acque abbasce ca  semove.

M’affacce, e luscianne  bbone véde

‘i cose ka me jéve scurdète,

annascuse, a lla, stepète.

Ce stive pure tu, come ‘a prima vote,

ca nnocche e ‘i capille arrecote,

ka quande ji passève te vutève...

e pu’ stèmme avvunite,  c’a criature ‘ngolle,

e pure chi wagliune fatte grosse.

 ‘i jurne apprèsse hè pignète e  so’ turnète

e  scavutanne  jind’a l’acque, acchijène acchijène,

‘u secchie ha terète sope  ‘a vita sene.

‘a vuléve ‘ngappà ma nné stète cose,

cen’è sfjute come vènde mmeze a li rose,

nu vènde pazze ka jéve sope e sotte,

‘ndèrre e ‘ngiéle, jurne e notte,  

e ca jè passète sope a l’erve e a ‘i vite nostre, arrevugnète,

ca ne l’hanne sendute  e ‘nge so’ scanzète.

 

  

Come fanne le persone.

L’erba si scansa svelta al vento

chinandosi di lato per paura e per rispetto,

come fanno le persone con il tempo,

che vorrebbero evitarlo ma ti fanno ridere,

chi si mette i denti falsi, chi si tinge i capelli.

Cammino un altro pò e mi siedo vicino al pozzo,

dove sento l’acqua sul fondo che si muove.

M’affaccio e, guardando bene, vedo

 le cose che avevo dimenticate,

nascoste, li, conservate.

C’eri anche tu, come la prima volta che t’ho vista,

con il fiocco ed i capelli raccolti,

che quando io passavo ti voltavi…

e poi eravamo insieme, con la bambina in braccio,

e pure con i ragazzi ormai cresciuti.

I giorni dopo non c’ho pensato e sono ritornato,

e rovistando nell’acqua, cheta cheta,

il secchio a portato su la vita intera.

La volevo acchiappare ma non è stato possibile,

è scappata come vento tra le rose,

un vento che ha  fatto il pazzo saltando di sopra e di sotto,

in terra e in cielo, di giorno e di notte,

per  passare sopra l’erba e sulle nostre vite, complicate,

che non l’hanno sentito e non si sono scansate.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ruspignete.

Ruspignete

ca è sciute ‘u sole e ‘u rene abballe mméze ‘a terre,

ruspignete

ca ‘u vènde friscke  stà cantanne apprèsse apprèsse,

ruspignete

ca te voje vedè,  vedè l’occhije toje appeccète

e pu’ me voje ‘ngandà, come nnande a nu pucchète.

Ruspignete

ca te voje strègne e ccarezzà come nu fiore,

ruspignete

ca te voje sentì e ’mbambalireme apprèsse ‘a voce,

ruspignete

ca te vojè ddurà e leccarte come nu creature,

ruspignete

ca te voje cantà e luwarme ogni paure.

Ruspignete

ca te voje vestì, come l’erve fa ca tèrre,

e pu’ te voje purtà mméze a l’erve e sope a tèrre,

pe’ pignarte, senza croce  e senza Ddije,

e magnarte lu core, 

                         che lu core mije.

  

Svegliati.

Svegliati che è nato il sole e il grano balla tra la terra,

svegliati che il vento fresco sta cantando appresso,

svegliati

che ti voglio vedere, voglio vedere gli occhi tuoi accesi

e poi mi voglio incantare come davanti ad un peccato.

Svegliati che ti voglio stringere ed accarezzare come un fiore,

svegliati che ti voglio ascoltare e confondermi dietro la tua voce,

svegliati che ti voglio annusare e leccare  come farebbe un bambino,

svegliati che ti voglio cantare e togliermi ogni paura.

Svegliati che ti voglio vestire come l’erba fa con la terra,

e poi  voglio portarti tra l’erba e sopra la terra

per prenderti, senza tormento e senza padroni,

e  mangiarti il cuore, con il cuore mio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

  

Come lu pettore.

Quande nu crestiène préje nnande a nu Sande

va truwanne a Ddije.

Come lu pettore,  ka t’hè lu sole jinde e spije ‘ngele.

 

Come un pittore

Un uomo che prega rivolto ad un simbolo religioso

cerca Dio, come il pittore cerca il tramonto che ha dentro guardando il cielo.

 

 

 

 

 ‘a lettere.

 E m’assètte ponda ponde a ‘u vènde

e a ‘u suttène andò so’ nète

e andò noneme ‘nge stà cchiù.

E ‘ngappe ch’i mène ‘u tèmbe sfijute,

‘mbundète sope a stà fotografie,

de jisse meletère

cu fucile e ‘na lèttere d’amore mmène.

La lettera.

E mi siedo sul ciglio del vento

e del basso dove sono nato

e dove mio nonno non c’è più.

E acchiappo con le mani il tempo sfuggito,

scolpito su questa fotografia,

di lui militare

con il fucile ed una lettera d’amore in mano.

 

 

 

 

 

 

 

 ‘u campanile. ('u campanère)

 Me ne vaje da tu paése e ‘nge voje turnà cchiù.

Troppa umiliazione, troppa cose chèpe sotte,

fatije pe’ senza nènde, sacrefice jittète a ‘u vènde.

Ji mèrete de cchiù.

E me mètte sope a ‘u  tréne  c ’a raje, ‘na valige

e quatte lire annascuse, ‘nzimmere a ‘u curagge

e ‘a stà speranze ‘mbrièche de fertune.

Me sestéme, m’assètte, e nen ge pènze cchiù,

ca sta vite hanna cagnà, c ’u bbone o che la forze. 

Apu, quande  ‘u tréne  c’abbije,  m’affacce  a spijà,

strède e viche,

e, ‘nzimmere a ’u campanile,

                                ‘u core ce fa piccule piccule.

 

Il campanile.

Me ne vado da questo paese e non voglio più tornarci.

Troppe umiliazioni, troppe ingiustizie,

lavoro per due lire, sacrifici buttati al vento. Io merito di più.

E  salgo sul  treno con la rabbia, una valigia

e quattro lire nascoste, insieme al coraggio

e a questa speranza ubriaca di fortuna.

Mi sistemo, mi siedo, e non ci penso più,

che deve cambiare questa vita, con le buone o con le cattive.

Poi, quando il treno parte, m’affaccio a guardare,

le strade e i vicoli,

e, insieme al campanile,

                     il cuore si fa piccolo piccolo. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Lu tréne.

 Quande lu tréne c’avvucine a lu paése

cagnene acchiène ‘i rumure e li chelure,

e l’occhije abbijene a recurdà.

Come ‘na zappe apprèsse  ‘a mène

fujene ddréte  ‘a la vita sumendète

jind’a quist’osse e jind’ a stù core,

ca cen’a préje e ce scorde tutte cose

e, leggére come ‘na vucèlle,  ce mètte a cammenà.

‘nge stà sfertune nnè ppucchète

                                      pe chi  torne ‘a chèsa sije.

Il treno.

Quando il treno s’avvicina al paese

cambiano piano i rumori ed i colori,

e gli occhi incominciano a ricordare.

Come una zappa dietro la mano,

inseguono la vita seminata

in queste ossa e in questo cuore

che, contento, dimentica tutte le angosce

e, leggero come un uccello, incomincia a camminare.

Non c’è sfortuna ne colpa

                     per chi ritorna nella sua terra.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il pensiero dialettale.

Scrivendo questi versi per la prima volta ho sentito di star pensando pienamente  in dialetto, un pensiero che per me non era nuovo, ma che con la sola lettera si palesava  in modo più chiaro e tangibile, regalandomi  immagini accecanti, di  un mondo interiore che si nutre ed è custode di   racconti,  miti, leggende, memoria genetica, echi,  storia e ricordi.

 

Pensare in dialetto condiziona ovviamente il linguaggio, l’immaginario e il modo di vedere e percepire il mondo, dimostrando che ogni linguaggio ha le sue idee, i suoi sentimenti, le sue storie, insomma un proprio pensiero; ed è proprio al pensiero che la lingua madre offre un  contributo preziosissimo.

Ciò appare evidente se si considera che l’uso di una sola lingua standardizzata potrebbe indirizzare verso un pensare ristagnante, sterile,  che l’opportunità linguistica del vernacolo  apre a nuove possibilità espressive e comunicative,  grazie  ad un uso autentico e creativo del linguaggio che,  libero da strette regole grammaticali, accoglie la creazione di nuovi vocaboli, incoraggiando la vitalità della lingua che è  vitalità del pensiero.

 

Il dialetto lingua viva.

Pensavo alla forza di questa lingua, che è sopravvissuta nei secoli con la sola trasmissione orale e le espressioni artistiche, senza libri, senza educazione scolastica, senza riconoscimenti e contro una cultura nazionale che l’ha collocata ai margini in attesa della sua scomparsa.

 

Una lingua così è necessariamente una lingua viva, capace di volare al di sopra dei pregiudizi, delle mode e del momento, legandosi all’esistenza in modo profondo.

Queste  caratteristiche sono proprie delle Verità.

Il dialetto quindi come Verità, punto di riferimento, fonte di saggezza.

 

 

Il dialetto ed il Vecchio Saggio.

 

Scavando nelle emozioni, nei sentimenti e nelle idee, attraverso ogni arte e in dialetto, si ha come l’impressione di accedere ad un archivio di conoscenza, di esperienza e di saggezza, a noi sconosciuto, ma presente nella nostra interiorità profonda e  disponibile alla consultazione. Come se si dialogasse con un Vecchio Saggio, alto, magro e con la lunga barba bianca, che ti racconta la sua storia e ascolta la tua, suggerendoti parole, luoghi, fatti, personaggi e soluzioni.

Una saggezza che si conserva in ogni coscienza e che la poesia ed ogni arte sa svelare, ancor più incisivamente a mio parere se in lingua madre, agevolando quel “dialogo interno” tanto ricercato in psicologia, con cui si giunge finalmente a quella parte di noi  più libera, più sana e creativa, sorgente di intuizioni, lumi ed ispirazioni.

Il dialetto si svela così come potente mezzo evocativo e guida interiore, fonte di una consapevolezza sedimentata e nascosta, ma presente e sensibile.

 

 

 

Estratto da www.ilcanzonieredisansevero.it

IL DIALETTO?  UN REPERTO ARCHEOLOGICO.

 La lingua dialettale affonda le radici nella storia del popolo a cui appartiene e quindi inevitabilmente ne porta i segni. Preesistente all’italiano, e aperto alle influenze linguistiche più svariate, in quanto libero dalla grammatica, in esso si possono riscontrare tracce dei popoli con cui si è entrati in contatto, (pacifico o militare) e  si ritrovano i segni degli eventi storici, il tutto sedimentato, custodito e  giunto tangibile fino a noi. Da notare ad esempio che  nel nostro dialetto ci sono parole di origine araba, spagnola, greca, francese, ecc…, a testimoniare le relazioni avvenute.

 Reperto archeologico perchè custodisce il tempo  passato ed è capace di evocarne le suggestioni, i luoghi, le atmosfere,  le storie. Avendo resistito all’ evoluzione veloce che invece l’italiano ha cercato,  essendo meno influenzabile dalla tecnologica e dal relativo stile di vita, il dialetto ha custodito idealmente il passato e l’immaginario storico. A tal proposito vorrei proporre una citazione:  

 “Mi sembra molto ragionevole la credenza celtica secondo cui le anime di quelli che abbiamo perduto, son prigioniere entro qualche essere inferiore, una bestia, un vegetale, una cosa inanimata, perdute di fatto per noi fino al giorno che ci troviamo a passare accanto all’albero, che veniamo in possesso dell’oggetto che le tiene prigioniere.

 Esse trasaliscono allora, ci chiamano e non appena le abbiamo riconosciute, l’incanto è rotto. Liberate da noi, hanno vinto la morte e ritornano a vivere con noi.

Così è per il nostro passato. E’ inutile cercare di evocarlo, tutti gli sforzi della nostra intelligenza sono vani. Esso si nasconde all’infuori del suo campo (all’infuori della nostra intelligenza, della nostra volontà),  e del suo raggio d’azione, in qualche oggetto materiale (nella sensazione che ci verrebbe data da quest’oggetto materiale) che noi supponiamo.“  

                                                                                                 De ” L’intermittenza del cuore”.                                                                                                                    Marcel Proust

  Ecco,  il dialetto è uno degli oggetti, una delle materie, in cui si nasconde il passato.

Alcuni vocaboli sanseveresi di origine straniera

 

  1. ^ Vocaboli di origine greca:

o        cerese > κεράσιον (keròsion) [ciliegia];

o        mesele > μεσάλον (mesálon) [tovaglia];

  1. ^ Vocaboli di origine latina:

o        ‘mbise > impensa [di troppo];

o        sduwacá > devacare [svuotare];

o        aláre > halare [sbadigliare]       

  1. ^ Vocaboli di origine longobarda:

sckife > skif [piccola barca];

ualáne > gualane [bifolco]

  1. ^ Vocaboli di origine francese:

 

·             fisciù > fichu [coprispalle];         accattá > achater [comprare];

·             travagnà – travailler  ( lavorare)

·             ruijele – ruelle  ( stradina) 

 

5        ^ Vocaboli di origine spagnola:

o        suste > susto [tedio, uggia]

 

       

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Breve biografia

Nazario Tartaglione (‘75) San Severo Fg.

Ha pubblicato per riviste e giornali cartacei ed on line  i racconti: L’uomo senza idee, Lettera da un fantasma, Anima Meccanica ed Il rumore dell’acqua, esordendo con questa raccolta in vernacolo sanseverese nella poesia dialettale.

 

Come scrittore di canzoni ha all’attivo diverse pubblicazioni e collaborazioni con etichette locali e nazionali,

insieme alla stesura del manuale per scrittura di canzoni  Il Cantautore.

Da sottolineare, per il dialetto,

la realizzazione del fortunato

Canzoniere di San Severo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Indice

 Introduzione

 Poesie

Pe la vije                                Per la via

Prime ka jesce ‘u rene           Prima che esca il grano

Nande a la campagne            Davanti alla campagna

Stì quatte parole                    Queste quattro parole

‘u pucchete                            Il peccato

‘a palummelle                        La colomba

Andò                                      Dove

‘u vente sciosce                      Il vento soffia

‘a negne                                  La nebbia

Come Sante                            Come Santi

Jeve suldete                            Ero soldato

‘u vente                                   Il vento

‘a cammenete                          La camminata

‘a creanze                                La creanza

Troppe luntene                         Troppo lontano

‘a malacrianze                         La cattiva creanza

‘i stesse                                    Gli stessi

Nu poche de pene                    Un pò di pane

Jinde a stì fiure                        Dentro questi fiori

Luntene                                    Lontano

Fumanne                                  Fumando

L’emigrande                            L’emigrante

Come ea fa                                Come devo fare

L’ambasce                                L’ambascia

Dissolversi                                Dissolversi

Luà da nanze                             Scansatevi

Fammene ji                               E’ meglio che vada

Come fanne li crestiene            Come fanno le persone

Ruspignete                                Svegliati

Come lu pettore                        Come un pittore

‘a lettere                                   La lettera

‘u campanile                            Il campanile

Lu trene                                   Il treno

 

 

Note dell’autore 

Il pensiero dialettale

Il dialetto, lingua viva.

Il dialetto ed il Vecchio Saggio.

Il dialetto? Un reperto archeologico

Alcuni vocaboli sanseveresi di origine straniera