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  LETTERA SULLA CULTURA POPOLARE  ACQUISTARE IL CD    ASCOLTA I BRANI

 

IL CANZONIERE DI SAN SEVERO

VOL. N. 1

UNA RACCOLTA DI 18 BRANI ORIGINALI IN DIALETTO SANSEVERESE, SCRITTI DAL CANTAUTORE NAZARIO TARTAGLIONE E  PUBBLICATI NEL MAGGIO 2007.  

E’ UN PROGETTO QUESTO CHE  VEDE AMPI CONSENSI  SIA DI PUBBLICO CHE DI CRITICA E CHE VALORIZZA IL  DIALETTO SANSEVERESE COME LINGUAGGIO MEDITERRANEO, ATTRAVERSO INTENSE ED EMOZIONANTI CANZONI.

 

SCRITTO E REGISTRATO IN SAN SEVERO TRA IL GENNAIO 2000 ED IL MARZO

2007 PER LA PRODUZIONE ARTISTICA DELLA MEDITERRANEA COMPAGNIA

DEGLI AUTORI E CANTAUTORI INDIPENDENTI, VEDE TESTI, MUSICHE,

ARRANGIAMENTI E VOCE  DEL CANTAUTORE NAZARIO TARTAGLIONE. 

 

DA SUBITO UTILIZZATI IN PROGETTI SCOLASTICI, I  BRANI DEL CANZONIERE

SONO STATI TRASMESSI DA RADIO E TV LOCALI E  DIVENTATI COLONNA

SONORA DI DIVERSI DOCUMENTARI SUL TERRITORIO, TRA CUI RICORDIAMO

QUELLO REALIZZATO PER LA TRASMISSIONE ROMANZO POPOLARE, IN

ONDA SU SKY PER IL CANALE MARCO POLO.

 

NEL 2008 VIENE ACQUISITO TRA LE PROPOSTE DELL'ETICHETTA RADICI MUSIC,

PARTECIPANDO ALLE TRASMISSIONI RADIOFONICHE DI  RADIO NOVA,

EMITTENTE FIORENTINA  E  RADIO DELL'ARCI. http:/www.radicimusic.com

 

E' INOLTRE OSPITE  NELLA PRESENTAZIONE DI LIBRI DI POESIA E LETTERATURA,

DI AUTORI DI RILEVANZA NAZIONALE QUALI  ENRICO FRACCACRETA, SALVATORE

RITROVATO, GIANFRANCO LAURETANO, LORETTO RAFANELLI,  DANIELE PICCINI,  

PROF. CROCI, CRISTANZIANO SERRICCHIO E FRANCO LOI.

 

MA SIAMO SOLO ALL'INIZIO DI QUESTO INTENSO ED EMOZIONANTE PROGETTO

CHE VEDE IN AGENDA ALTRE PUBBLICAZIONI E SEMPRE NUOVI TRAGUARDI,

 INFATTI GRAZIE ALL'APPREZZAMENTO ED ALL'AFFETTO DEI SUOI ASCOLTATORI

 A  LUGLIO 2009  E' USCITO IL SECONDO VOLUME DEL CANZONIERE DI SAN

SEVERO. PER LEGGERE LA PRESENTAZIONE CLICCA QUI.

 

                                                                                     NAZARIO TARTAGLIONE

 

 

Considerazioni dell’autore.

Il Canzoniere di San Severo nasce  dalla voglia e dal piacere di scrivere

canzoni, e di offrire al  mio paese   un  repertorio di brani nella sua lingua naturale.

A questo si affianca immediatamente il forte ed impellente bisogno di credere che

anche in un momento di profonda decadenza come questo, sia ancora possibile

credere nella bellezza, una bellezza profonda, intensa, che sa pervadere idee e

sentimenti, e che si oppone al massacro in atto di valori  ed ideali, follemente

sostituiti dal desiderio di potere e di ricchezza.

 

 San Severo, lì 21 ottobre 2007

                                                                                                Nazario Tartaglione

 

Il dialetto "lingua madre".

 

In questi ultimi anni il dialetto ed i localismi in generale sono stati riscoperti in vari settori, ed anche nella canzone, in naturale opposizione ad un processo di globalizzazione che tende a sradicare  le identità proprie dei territori, e a sostituirle con identità fittizie e generiche.

 

In questa veste il dialetto si svela come lingua madre, in grado di rievocare identità e radici, sia collettive che individuali.

 

Dalla mia esperienza di scrittura di canzoni, credo che non ci sia lettera cantata più potente e coinvolgente del dialetto, che  si dimostra carico di emozioni profondissime e pure, libere e senza sovrastrutture,  come il dialetto stesso è.

 

Nel dialetto rivive l’infanzia e l’eco di una San Severo che non c’è più, nel dialetto rivivono sentimenti e gesti perduti, nel dialetto rivive  un passato sempre presente, che solo una lingua madre può custodire.

 Nazario Tartaglione 

 

L'ESEMPIO DI MATTEO SALVATORE.

 

DI MATTEO SALVATORE AVEVO SENTITO PARLARE DISTRATTAMENTE, COME DI UNA

LEGGENDA CHE NON SI CONOSCE BENE E A CUI NON SI CREDE, O COME DI  UNA

VECCHIA FOTO CHE NON SI RICORDA PIU' E CHE SI RITROVA PER CASO RIMETTENDO

IN ORDINE, MA PURE SE INASPETTATO, COME TUTTE LE COSE SIGNIFICATIVE NELLA

STORIA, ANCHE LUI E' RITORNATO, INSIEME ALLA CANZONE  DIALETTALE,  A

LASCIARE ALLA MIA GENERAZIONE L'ESEMPIO DEL VALORE DELLA PROPRIA LINGUA

E DELLA PROPRIA TERRA,  DIMOSTRANDO QUELLO CHE SI POTEVA SCRIVERE CON LA 

LINGUA DAUNA ED  APRENDO  UNA STRADA CHE DA  ALLIEVO PROVERO' A

PERCORRERE.

 

                                                            GRAZIE  DI CUORE. 

                                                            NAZARIO TARTAGLIONE

link

http://it.wikipedia.org/wiki/Matteo_Salvatore

addio e discografia

SCHEDE SUL DIALETTO

 

IL DIALETTO L’IRONIA.

 

Il dialetto è da sempre usato e preferito dalla comicità. Le barzellette sono spesso in dialetto, molti  comici si definiscono per il dialetto che usano.

Tra le varie ragioni alcune potrebbero individuarsi nel fatto che l’ironia è propria degli spiriti liberi ed il dialetto è senz’altro una lingua libera.

Libera dalla grammatica, dagli obblighi di forma, dal vocabolario. 

La sua libertà la rende in grado  di accogliere  impulsi espressivi e comunicativi, moti istintivi e naturali, garantendo  l’immediatezza e l’incisività del messaggio, essenziali per un certo tipo di comicità.

 Ancora la sua libertà, insieme alla possibilità di accogliere detti  impulsi espressivi, moti naturali di comunicazione, la rende una lingua viva, che genera  nuovi vocaboli. (I dialetti serbatoio dell’italiano. Franco Loi).  

 

Il dialetto è  ritmo nascendo dall’azione e non dal pensiero, ne dalla grammatica o dalla penna. L’azione richiede e conferisce il ritmo dei gesti alle parole che genera e che l’accompagnano. Il dialetto lingua pratica e quindi ritmica.

E’  musicale in quanto nasce dalla voce, dal suono, dalla parola e non dalla lettera.

 Anche il ritmo e la musicalità aiutano l’immediatezza e la schiettezza del messaggio, elementi preziosi per la comunicazione comica.  

Il dialetto lingua famigliare, quotidiana, di piccoli eventi colorati di confidenzialità, ed anche per questo gode di simpatia, altro elemento  utile alla comicità.

  

 

IL DIALETTO: UN REPERTO ARCHEOLOGICO.

 

La lingua dialettale affonda le radici nella storia del popolo a cui appartiene e quindi inevitabilmente ne porta i segni.

Preesistente all’italiano, e aperto alle influenze linguistiche più svariate, in quanto libero dalla grammatica, in esso si possono riscontrare tracce dei popoli con cui si è entrati in contatto, (pacifico o militare) e  si ritrovano i segni degli eventi storici, il tutto sedimentato, custodito e  giunto tangibile fino a noi. Da notare ad esempio che  nel nostro dialetto ci sono parole di origine araba, spagnola, greca, francese, ecc…, a testimoniare le relazioni avvenute.

 

Reperto archeologico perchè custodisce il tempo  passato ed è capace di evocarne le suggestioni, i luoghi, le atmosfere,  le storie. Ideale infatti per scrivere canzoni in stile antico.

.

Avendo resistito all’ evoluzione veloce che invece l’italiano ha cercato,  essendo meno influenzabile dalla tecnologica e dal relativo stile di vita, il dialetto ha custodito idealmente il passato e l’immaginario storico. A tal proposito vorrei proporre una citazione:  

 

“Mi sembra molto ragionevole la credenza celtica secondo cui le anime di quelli che abbiamo perduto, son prigioniere entro qualche essere inferiore, una bestia, un vegetale, una cosa inanimata, perdute di fatto per noi fino al giorno che ci troviamo a passare accanto all’albero, che veniamo in possesso dell’oggetto che le tiene prigioniere.

 Esse trasaliscono allora, ci chiamano e non appena le abbiamo riconosciute, l’incanto è rotto. Liberate da noi, hanno vinto la morte e ritornano a vivere con noi.

Così è per il nostro passato. E’ inutile cercare di evocarlo, tutti gli sforzi della nostra intelligenza sono vani. Esso si nasconde all’infuori del suo campo (all’infuori della nostra intelligenza, della nostra volontà),  e del suo raggio d’azione, in qualche oggetto materiale (nella sensazione che ci verrebbe data da quest’oggetto materiale) che noi supponiamo.“  

                                                                           De ” L’intermittenza del cuore”.

                                                                                         Marcel Proust

 

 Ecco,  il dialetto è uno degli oggetti, delle materie in cui si nasconde il passato.

 

Alcuni vocaboli sanseveresi di origine straniera

  1. ^ Vocaboli di origine greca:

o        cerese > κεράσιον (keròsion) [ciliegia];

o        mesele > μεσάλον (mesálon) [tovaglia];

  1. ^ Vocaboli di origine latina:

o        ‘mbise > impensa [di troppo];

o        sduwacá > devacare [svuotare];

o        aláre > halare [sbadigliare]

o         

  1. ^ Vocaboli di origine longobarda:

o        sckife > skif [piccola barca];

o        ualáne > gualane [bifolco]

o         

  1. ^ Vocaboli di origine francese:

o        fisciù > fichu [coprispalle];

o        accattá > achater [comprare];

o        travagnà – travaillers  ( lavorare)

o        ruijele – ruelle  ( stradina)

o         

  1. ^ Vocaboli di origine araba:

o        tavute > tabut [bara];

o        masckarete > mascharat [truccato]

o         

  1. ^ Vocaboli di origine spagnola:

o        suste > susto [tedio, uggia]

 

per approfondimenti  http://it.wikipedia.org/wiki/Dialetti_della_Puglia

 

Il dialetto, base ed influenze.

Un viaggio nel tempo e nello spazio.

 

Considerando la storia e la costituzione del dialetto sanseverese, con la sua base indoeuropea,

(sanscrito,india), poi latina,  che accoglie influenze arabe,spagnole, celtiche, francesi,

greche, napoletane, balcaniche…, ne risulta una lingua spiccatamente mediterranea, che

permette allo scrittore di canzoni di viaggiare nello spazio,  usando suoni, ritmi, melodie e

strumenti, di paesi mediterranei.

È inoltre una macchina del tempo  perchè, custodendo ed evocando  atmosfere e  suggestioni del

passato, favorisce la scrittura di canzoni  in stile antico, sostenendola più dell’italiano.

 

Il Canzoniere di San Severo,

canzoni in arte povera.

 

Una delle cose che si possono  rimproverare alla classe popolare è la tendenza a imitare le classi  considerate superiori, cioè quella borghese e  aristocratica, rinnegando se stessa.

Questo ha portato ad infiltrazioni etiche ed emotive negative, che hanno inquinato la purezza del pensiero popolare, la sua autenticità, la sua genuinità, avvelenandolo con l’ipocrisia.

  

Ci sono tanti modi per compiere questo sacrilegio.

Si possono disprezzare i lavori popolari, come quelli artigianali, per sostituirli con quelli intellettuali, col risultato che  l’artigianato è in crisi e forse in estinzione.

Si può disprezzare la semplicità a favore di una vita piena di complicazioni, che da il senso della nostra evoluzione  intellettuale ma ci rende infelici.

 

Ancora si può abbandonare  la campagna e disprezzare il lavoro contadino, splendido se vissuto in modo consapevole, con i risultati disastrosi che sappiamo, per l’agricoltura e per l’intero territorio.

 

Il modo che   mi riguarda più da vicino, in qualità di cantautore, è l’uso della dialetto nelle canzoni.

Il dialetto è la lingua del popolo, della povertà, della praticità, dell’ignoranza, della genuinità, della semplicità, scrivere canzoni usando il dialetto vuol dire rispettare le sue caratteristiche e riportarle anche nei suoni, che dovranno essere poveri, polverosi, di nobiltà barbona, per dirla con Vincenzo Salemme, e non potranno essere quindi suoni raffinati, ricercati, altamente curati, perché snoberebbero la lingua da cui nascono, sminuendola, ed insieme ad essa l’intera cultura popolare.

 

 La lingua popolare è un patrimonio del popolo, è uno spazio libero, una possibilità di esprimersi e rappresentarsi, e finchè ci sarà vorrà dire che il popolo sarà vivo, sarà vegeto ed attivo.

Il dialetto è il termometro dell’esistenza e della vitalità della classe e della cultura popolare, 

e porlo al guinzaglio della musica significherebbe soffocarlo, mettergli il bavaglio, rinnegarlo.

                                                          

Valorizzare il dialetto vuol dire rispettarlo così com’è, e non cercare di “elevarlo”  attraverso scritture ricercate e sonorità raffinate, che non gli appartengono.   

 E’ anche per questo Il Canzoniere di San Severo è e vuole essere un prodotto discografico in arte povera.

 

 

La lingua italiana ed il dialetto.

Il dialetto radice dell’italiano.

 

Di solito si tende a considerare il dialetto e l’italiano come due estranei, senza considerare che l’italiano nasce dal dialetto. Infatti l'italiano è una lingua romanza, diretta erede del fiorentino, appartenente al gruppo italico della famiglia delle lingue indoeuropee

L'italiano moderno è, come spesso accade con le lingue nazionali, un dialetto che è riuscito a far carriera; ad imporsi, cioè, come lingua ufficiale di una regione molto più vasta di quella originaria. Alla sua base si trova infatti il fiorentino letterario usato nel Trecento da Dante, Petrarca e Boccaccio, influenzato dalla lingua siciliana letteraria elaborata dalla Scuola siciliana di Giacomo da Lentini (1230-1250) e dal modello latino.

Il fiorentino trecentesco, come i moderni dialetti italiani, trae a sua volta verosimilmente origine dal latino volgare (parlato dal popolo, volgo) parlato in età classica (e non direttamente dal latino illustre, che fu la lingua usata dai letterati dell'epoca).

Di fatto l'italiano è stato lingua di uso quotidiano per fasce molto ridotte della popolazione italiana fino alla seconda metà dell'Ottocento. In seguito, grandi fattori storici come l'unificazione politica o la Prima Guerra Mondiale hanno contribuito a rendere l'uso della lingua molto più comune. Nella seconda metà del Novecento la diffusione è stata particolarmente rapida anche grazie al fondamentale contributo della televisione.

« "Une langue, c'est un dialecte qui possède une armée, une marine et une aviation." ("Una lingua è un dialetto che possiede un esercito, una marina ed un'aviazione.") »

 

per approfondimenti:

http://it.wikipedia.org/wiki/Lingua_italiana#Origine

http://it.wikipedia.org/wiki/Dialetto

http://it.wikipedia.org/wiki/Dialettologia

http://www.dizionario-italiano.it

http://it.wikipedia.org/wiki/Dialetti_della_Puglia

http://it.wikipedia.org/wiki/Dialetti_italiani_meridionali

 

La Lingua Napoletana e la Lingua Italiana,

un rapporto difficile.

Premesso che  l’italiano nasce dal dialetto fiorentino letterario usato nel Trecento da Dante, Petrarca e Boccaccio, influenzato dalla lingua siciliana letteraria elaborata dalla Scuola siciliana di Giacomo da Lentini (1230-1250) e dal modello latino, viene da chiedersi:

perché se la lingua napoletana, (insieme dei dialetti italiani meridionali, chiamata anche  volgare pugliese ) fu  lingua ufficializzata del Regno di Napoli, e quindi del vasto territorio di  quasi tutto il mezzogiorno d’Italia, sostituendo  il latino nei documenti ufficiali e nelle assemblee di corte a Napoli,  dall'unificazione delle Due Sicilie nel 1442, per  oltre un secolo;

perché se per secoli,  la letteratura in lingua  napoletana ha fatto da ponte fra il mondo classico e quello moderno, fra le culture orientali e quelle dell'Europa settentrionale, dall'«amor cortese», che con la scuola siciliana diffuse platonismo nella poesia occidentale, al tragicomico (Vaiasseide, Pulcinella), fino alla tradizione popolare;

perché se sono state raccolte  nella  lingua napoletana per la prima volta le fiabe più celebri della cultura europea moderna e pre-moderna, da Cenerentola alla Bella addormentata, nonché storie in cui compare la figura del Gatto Mammone;

perché  anche se nel XVI secolo fu imposto il castigliano come nuova lingua ufficiale e il napoletano di stato sopravviveva solo nelle udienze regie, negli uffici della diplomazia e dei funzionari pubblici;

perché ?

non è stata considerata la possibilità di utilizzare  la lingua meridionale, con la sua storia e il suo vasto territorio,  come base  di partenza per la lingua italiana, preferendo invece il dialetto di un ristretto territorio, (il volgare fiorentino)  che nel 1554  la sostituì?

A tal proposito si  segnala un’iniziativa  da parte della dell'Accademia della Crusca, (la gloriosa istituzione nata nel 1583, guarda caso…) che propone un vocabolario del fiorentino contemporaneo, consultabile al sito http://www.accademiadellacrusca.it/ sottolineando con orgoglio che in toscana

l' idioma locale non ha subito le censure sofferte altrove. 

La lingua napoletana, a testimonianza del proprio valore e delle proprie radici, è comunque sopravvissuta, dimostrando la forte identità di lingua ufficiale del Sud Italia, nel teatro napoletano,  

(vedi Eduardo e sceneggiata napoletana)  nella canzone (tra le più potenti del mondo, giunta anche nel repertorio lirico e colto), nel cinema e nelle arti meridionali in generale,  oltre che nei cuori e nell’uso comune della gente.   

 

        Bandiera della Repubblica Napoletana 1799                            Bandiera del Regno delle due Sicilie dal 1738 al 1861
 

 

                Regno di Sicilia 1154                                                                 

                                                                                                                                                                 n.b.

San Severo fu uno dei centri che aderì alla Repubblica Napoletana,

        ribellandosi al  governo monarchico

 

Curiosità

vi segnaliamo il libro

Il dialetto pugliese ed il suo contributo primigenio

alla formazione della lingua italiana

di Gioacchino Gambatesa
Pubblicato nel 1939, Stab. Tip. F. Casini (Bari) clicca qui...
 

 

IL DIALETTO LINGUA DELLE EMOZIONI,

 LINGUA AUTENTICA.

 

Il dialetto,lingua del fare,  dal sentire (e non dalla elaborazione intellettuale),  salva dalla razionalizzazione scolastica,  dalle regole grammaticali e dalle maschere della diplomazia, ha in se una basilare spinta  emotiva.

Inoltre è la lingua famigliare, dell’infanzia, dei ricordi,  affondando le sue radici in luoghi profondi  dell’anima, ed anche per questo è  linguaggio dell’emozioni, ( ideale per le espressioni artistiche).

 Godendo di questa base emotiva, non può essere che una lingua autentica, senza sovrastrutture, senza ipocrisie, impulsiva e schietta,  e finchè resterà tale sarà in grado di accogliere ed esprimere sentimenti autentici, verità profonde e significative dell’uomo.

Se un giorno si perderà la lingua  popolare così intesa, allora si perderà uno scrigno prezioso di valori e di sentimenti, di  saggezza popolare, un osservatorio dell’anima preziosissimo per ogni civiltà ed ogni società.

 

Usa e getta.

La memoria e la società industriale.

stipe ka truve.

Lo scorrere degli anni, ti fa notare come ad essere gettati non sono solo i fazzolettini di carta, ma è la tua storia. D’improvviso le tue canzoni, i modelli dei tuoi vestiti, i tuoi ricordi, i tuoi film preferiti, 

le tue idee e i tuoi sentimenti sono diventati vecchi, vecchi si, mentre tu li stai ancora vivendo, mentre per te rappresentano ancora dei punti di riferimento, cioè mentre sono ancora vitali e al massimo delle loro funzioni.

E' sistematico che  una società industrializzata deve usare e gettare, per produrre e vendere, e allora via tutto! Vesiti, scarpe, film,  frigoriferi, idee, sentimenti e perfino coscienze.

Via anche il tempo, tutti di fretta! 

Una società che usa e getta ha paura del passato, non vuole sedimentare storia  e non può avere che un’identità fragile o inesistente. A tal proposito s’è sviluppata la tendenza a non legarsi a far si che tutto scorra in modo veloce e tale da non permettere la maturazione delle relazioni sia personali che professionali.

Non si fa in tempo a imparare i rudimenti di un mestiere che devi cambiare paese o lavoro, non si fa in tempo a stabilire una relazione personale che alla prima richiesta d’altruismo questa crolli, non si fa in tempo a costruire, a progettare, a maturare, a crescere, che tutto ti sfugge, fragile, intangibile.

Subordinare tutto al risultato economico distrugge la dignità umana e l'uomo in tutto il suo essere.

Non credo di esagerare se penso che una società così è destinata all’autodistruzione o ad un'esistenza infelice.

Esercitarsi alla costruzione e alla conservazione della memoria, del ricordo, partendo dagli oggetti, ritornando al concetto di riparazione e non di "butta e compra quello nuovo", può essere una prima semplice ed importante risposta.

Consideriamo che ogni volta che buttiamo qualcosa rinunciamo a un pezzetto della nostra storia, buttiamo via la nostra storia, la nostra memoria, la nostra identità e alla fine buttiamo via noi stessi.

Una camica ad esempio ci ricorderà un evento, un'esperienza, o un incontro e così per tutto il resto...

Ma se tutto si getta vuol dire che  se non getti anche tu verrai dimenticato  insieme alle cose, alle idee ed alle opinioni  alle quali sei legato e che hai conservato?

Si. C’è una violenza profondissima in tutto questo, ma è proprio questa la sfida

 forse può aiutarci un antico proverbio indiano che recita: stipe ka truve.

 

PER ASCOLTARE I BRANI DIGITARE:

www.myspace.com/ilcanzonieredisansevero

PER RICHIEDERE COPIA SCRIVERE A :  mediterraneaautori@libero.it