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LETTERATURA
Sopra il cielo niente.
Nazario Tartaglione
Foto in copertina “Vuoto di cristallo” dello stesso autore
Mentre salivamo, l’aria si faceva più fresca e le ragazze indie sulla strada portavano scialli sulla testa e sulle spalle. Ci chiamavano disperatamente; noi ci fermammo a vedere. Volevano venderci piccoli frammenti di cristallo di rocca. I loro grandi innocenti occhi bruni guardavano nei nostri con tale intensità d’animo che nessuno di noi ebbe il minimo pensiero carnale su di loro;inoltre erano giovanissime, alcuni di undici anni e quasi con l’aspetto di trentenni. “ Guardate quegli occhi!” ansimava Dean. Parevano quelli della vergine Maria quand’era fanciulla. Vedemmo in essi la tenera e indulgente espressione di Gesù.
Jack Kerouac.
Sulla strada
Cosa accade nel cuore di un uomo a cui viene tolta la speranza?
Quanto deve essere saggio un uomo per diventare istituzione di se stesso?
Sopra il cielo niente.
La madre lo strinse e gli disse d’entrare. Maurizio posò la borsa e abbracciò Cristina.
Michele era morto nella notte.
Salì le scale fino al piano superiore, entrò nella loro stanza e lo vide. Non lo
riconobbe,
sembrava un’altra persona con quel vestito; lui che non aveva mai portato abiti eleganti.
Al muro aveva ancora il poster del loro film preferito da ragazzi, Rocky, con Stallone, accanto, la lavagna da geometra e una sua foto con Ada, al mare. Il fratello guardò Cristina ferma sulla porta, poi si avvicinò, lo osservò, gli sfiorò i capelli, cadde in ginocchio e pianse.
Passarono alcuni mesi e l’autunno sprofondava nel cielo scuro di pioggia, insieme ai ricordi e agli orrori della guerra.
Padre Franco lo chiamò per la messa. Maurizio era pronto, col crocifisso che splendeva tra le sue mani, insieme alla paura.
Dopo un anno fu trasferito, come richiesto.
Quella in Africa era stata la sua prima missione, nel bel mezzo di una guerra civile e da allora si era domandato incessantemente perché. Perché tutto quel dolore, tutto quell’orrore? A cosa servivano, quale era il senso?
La radio passava Rimmel, di Francesco De Gregori, insieme al sorriso raggiante del fratello, che gli accecò gli occhi e per un attimo lo fece sbandare, sotto l’urlo feroce di un autocarro che lo sorpassò, ridestandolo e sfregiando il suo ricordo, adesso che il dolore non era il racconto di qualcun altro, non era la foto anonima della vita di un altro.
Squillò il cellulare. Cristina voleva sapere come andava il viaggio e quando sarebbe arrivato.
Maurizio le disse che andava tutto bene e che sarebbe stato a casa dopo due ore.
La terra si apriva sotto i suoi passi come un abbraccio, quando all’alba si avviava al vecchio campo dove sin da bambino aveva lavorato col padre. Qui il cielo era lo stesso e splendeva come allora, ma questa volta si fermava alla fine dei suoi occhi, mentre la zappa entrava nella terra, insieme alla sua rabbia.
La lettera indirizzata ai superiori era chiara e decisa. Lasciava per sempre la Chiesa.
Non riusciva più a credere in un Dio che permetteva a dei bambini di impugnare un’arma, di uccidere, di essere uccisi, di rubare, di ferire o di essere stuprati. Non riusciva a credere in un Dio che dava da mangiare ai suoi figli un pugno di riso e da bere acqua sporca, lasciandoli scavare nel fondo di una discarica, senza umanità, senza dignità. Non ce la faceva più.
L’unica risposta era che non c’era nessun Dio, che tutto era stato un’illusione, una menzogna, la sua educazione religiosa, l’oratorio, la vocazione. Una costruzione basata sul raggiro, sulla truffa, e così pensando beveva, davanti al fuoco del camino, solo calore che riuscisse a sopportare.
Laura credeva fosse uno scherzo, ma Cristina la rassicurò. Il fratello era ritornato.
Lei disse che voleva rivederlo, ma l’amica aveva già pensato a tutto. La sera dopo era invitata a cena a casa loro.
Quando gli disse che era in cinta vivevano insieme da un anno. Maurizio non battè ciglio.
Le chiese se ne fosse proprio sicura, spaventato e commosso. Si, rispose Laura, andando in camera da letto, quasi in lacrime.
Carlo stava crescendo e Maurizio continuava la sua vita nei campi, lavorando tutto il giorno per ammazzare il dolore, slegando quella morsa che gli teneva i pensieri e non lo lasciava vivere, nemmeno di notte, quando a svegliarlo erano le corse e l’affanno di Michele, le loro sfide, le loro scazzottate, le loro partite a pallone.
Aveva lottato cinque anni, cinque anni di chemio, di sacrifici, di calvario, per morire invano, lasciando solo un grande vuoto e quei ricordi che gli torcevano il cuore, e che si riaccendevano ogni volta che lo rivedeva nel volto del figlio, alto, bruno e robusto proprio come suo fratello.
L’inverno che seguì fu molto rigido e il raccolto riportò molti danni.
Doveva cercare un altro lavoro, almeno per il momento, così si aggirava per i campi, infilzando la terra ad ogni passo e toccando le piante, quasi a chiedergli di non cedere, di tornare a vivere.
Si ripeteva che doveva esserci una soluzione, che era il terreno del padre e non poteva mollare, non doveva mollare. Michele ha lottato fino alla fine ed io mi arrendo così? Pensò, rivolgendosi al Cristo che dalla croce lo guardava chiedendogli fede e pietà, mentre lui trovava soltanto un silenzio soffocante.
Nulla, per uno della sua età non c’era lavoro. S’era trasferito in città da un mese e non era riuscito a trovare niente. Solo promesse e pacche sulle spalle.
Francesco era in casa e l’aspettava. Non si vedevano da un sacco di tempo e quella telefonata lo sorprese. Parlarono degli anni andati, di Michele e della scuola, prima che Maurizio gli spiegasse la sua situazione.
Francesco gli chiese se ne era proprio sicuro. Aveva lasciato la Chiesa, ed ora anche la terra? Non era giusto, ma Maurizio rispose che la giustizia richiedeva un senso e che lui in questo mondo non ne vedeva molto, scolando il bicchiere.
S’è liberato da poco un posto alla pompa di benzina, disse l’amico, spegnendo la sigaretta. Erano dodici ore al giorno, con turni di mattina, pomeriggio e notte. La paga non era un granchè, ma per tirare avanti poteva bastare; in più se voleva c’era anche un posto letto in un box del parcheggio. Per il resto si sarebbe dovuto arrangiare. Maurizio accettò, ringraziò e chiese un' altra bevuta.
Il lavoro era duro ma andava bene così. Più lavorava e meno pensava, così spesso rimaneva anche oltre il suo orario. C’era sempre qualcosa da fare.
Il box non era male. Era piccolo, ma aveva una finestra ed un lavandino, oltre alla branda.
Lui ci aggiunse un armadietto ed un televisore. Per tutto il resto c’erano i bagni della stazione di rifornimento.
Con Laura si sentiva nel fine settimana. Risparmiando sull’affitto riusciva a mandarle dei soldi.
Carlo stava bene e lei s’era trovata un lavoro.
Passò un anno. Un anno di giorni tutti uguali, di puzza di benzina ovunque, di clienti sempre insoddisfatti, di insulti, di bottiglie vuote ai lati del letto e di tramonti ciechi, che lui si fermava a guardare ridendo con rabbia, nel ripensare a tutte le volte che in quella bellezza c’aveva visto Dio,
c’ aveva visto il senso che tutto comprendeva e in cui tutto trovava equilibrio e ragione, sentendosi stupido, così dimesso, ad occuparsi di filosofia, adesso che nei suoi occhi si stendevano quelli chiusi di Michele e quegli altri terrorizzati delle donne africane giustiziate con un colpo di macete.
Quel giorno il signor Pietro era corso a casa, la figlia aveva avuto un incidente. Non s’era accorto di aver lasciata la cassa aperta.
Maurizio invece si. C’erano venti milioni, compresi quelli della cassa forte, di cui trovò la chiave nel doppio fondo. Li prese e scappò.
Girovagò per qualche settimana, nascosto in pensioni che non facevano troppe domande, accompagnandosi con donne di fortuna e bevendo alla loro salute, e un giorno, ubriaco, telefonò a casa. Laura era molto arrabbiata con lui. Non si faceva sentire da tanto e aveva smesso di mandare soldi, per di più Carlo aveva bisogno di un padre.
Maurizio l’ascoltò, ridendo e chiedendo a Sally, distesa sul letto a contare la sua paga, se anche lei chiedeva soldi al marito. Sally rispose di no, che lei se li guadagnava, indossando gli stivali, salutandolo con un bacio ed uscendo, mentre lui riattaccava, urlando i suoi insulti.
Scese a sud, lontano. Lontano da quei luoghi, da quelle storie e da se stesso, vivendo per un pò con i soldi avanzati e poi impiegandosi come facchino in un magazzino di frutta e verdura. Guadagnava abbastanza per il vitto, l’alloggio e qualche buona bottiglia, e così passarono alcuni mesi, fino ad
un’ispezione di lavoro. Maurizio disse che veniva dal nord, porgendo la carta d’identità, e l’ispettore gli chiese come mai fosse sceso al sud, di solito era il contrario. Lui rispose che era stato per amore. L’altro richiese un controllo. C’era una denuncia per furto a suo carico.
In carcere, lontano dal lavoro e dall’alcol, i ricordi ritornarono ad ossessionarlo.
Sono loro la mia vera pena, scrisse in un diario. Peggio del ghigno dei miei aguzzini sono i volti scavati di mille bambini, i loro fucili spianati, la loro marcia che mi viene addosso, accanto al sorriso di uomini senza destino, con gli occhi aperti sull’aids. Peggio del rancio schifoso delle carceri è il veleno che mi si scioglie in bocca ogni volta che chiudo gli occhi e Michele si ripresenta, pallido e incubato, dalle mie preghiere e dalla beffa del crocifisso.
Quando Maurizio uscì si ritrovò sperduto in un mondo che gli era sempre più estraneo e in una vita che gli era sempre più penosa, così passò l’estate dormendo sulle panchine, insieme a Willy, un cane che aveva incontrato nel parco, e alla sua bottiglia di vino.
Poi venne l’inverno.
Al dormitorio non sempre c’era posto e in strada non ce la faceva, allora forzò la porta sul retro di una chiesetta.
C’era un silenzio che conosceva, e s’inginocchiò.
Giunse le mani, le strinse, chiuse gli occhi, attese e pianse. Nessuna parola uscì dalla sua bocca. Così guardò la croce alta sopra lui, che lo osservava e giudicava, si avvicinò, la staccò, la caricò sulle spalle e se ne andò.
Qualche giorno dopo un uomo senza vita galleggiava sul fiume, disteso su un crocifisso, con le caviglie e i polsi legati al legno. Aveva le vene tagliate e sulla testa la scritta “Sopra il cielo niente”.