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LETTERATURA

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Nazario Tartaglione

 IL RUMORE DELL’ACQUA.

 

Guardò il mare e capì fino a che punto era solo, adesso.

Ma vedeva i prismi nell’acqua scura profonda, e la lenza tesa in avanti, e la strana ondulazione della bonaccia.

Le nuvole ora si stavano formando sotto l’aliseo, e guardando davanti a se, vide un branco di anatre selvatiche stagliarsi nel cielo sull’acqua, poi appannarsi, poi stagliarsi di nuovo, e capì che nessuno era mai solo sul mare.                                                          

                                                                                                                  Il vecchio e il mare.

                                                                                                                     E. Hemingway

 

IL RUMORE DELL’ACQUA.

 

La strada si apre lenta davanti ai mie occhi,  un album di fotografie  mosse dal vento.  Il fronte è vicino, si vede il fumo delle esplosioni. Dentro di me il mare in tempesta fa rumore, non sento più il mio respiro.

 

Il capitano continua a cantare e  mi dice di affrettarmi. Siamo in marcia da tre giorni.

Ho fame e voglia di morire.

Penso a casa e a tutti i morti, i cadaveri giovani e vecchi posati in fondo al mio cuore, imputriditi dal tempo e dall’inganno di questa guerra. Ne sento le voci, i gemiti, i sospiri, mentre si aprono viali d’autunno dentro di me e il sole tramonta.

 

La notte passa lenta come una nave sull’orizzonte. I lampi delle bombe non risparmiano  questa casa abbandonata nella campagna.

 In trincea è dura, non è come la raccontano. Io mi sono salvato nascondendomi sotto il cadavere di Pietro. L’avevo appena conosciuto,  aveva diciannove anni. 

 

Chiedo che ore sono. Nessuno risponde. Dormono o fanno finta. Il sonno quando arriva è il miglior antidoto contro la realtà.

La luna continua a  splendere in alto, reale e inesorabile, sulle nostre miserie e sulla stupidità di questo mondo. Tanta bellezza di sfondo all’orrore.

 

Il rumore dell’acqua  s’è acquietato, calmato dal suo chiarore. La sento gocciolare  lenta e inafferrabile sul mio lago, oscuro, immobile, in quiete.

 

 

Il sole ha interrotto il mio sonno, insieme alla voce del capitano.

Ci vuole pronti e in marcia tra dieci minuti.

Non ci ha detto il motivo di questa missione, le ragioni sono  riservate. Dobbiamo recuperare un uomo e portarlo indietro sano e salvo.  Questo è tutto e questo deve bastare a dare un senso ai nostri giorni e alla nostra vita immersa in questa follia.

 

Corrado mi chiede una sigaretta, gli dico che le ho finite.

Siamo in cinque oltre al capitano, e non ci resta che marciare e cantare.

 

Sotto i nostri piedi questa terra  sembra parlarci, maledirci. Ci dice di andar via.

Mi vieni in mente tu, Marta, dipinta nello sguardo di una contadina che incrociamo. “Poteva  essere Marta  da piccola”  ho pensato per un attimo, ma non eri tu. Non erano i tuoi occhi quelli che si perdevano sulla linea netta di questo cielo accucciato  sulla campagna, non erano i tuoi piedi quelli che hanno solcato la mia stessa strada e il mio stesso destino per qualche istante, non era il tuo cuore quel sole tempestoso che sentivo splendere nel suo petto. Non eri tu.

 

Dopo una curva,  una montagna  si è aperta insieme alla sua neve ed al cielo, confondendosi con le nuvole, e il rumore dell’acqua è diventato un fragore tenue e leggero,  una cascata di piume, sulla mia coscienza sanguinante.  

 Abbiamo marciato tutta la mattina senza mangiare ne bere. Siamo sfiniti. Il capitano ci dice che possiamo riposare e mangiare. C’è un bel prato, con l’erba alta e la paglia tagliata, sistemata a fasce. Ci deve essere un casolare qui vicino.

Si sente il belare di una pecora e il vento che sa di neve e di primavera.

 

Corrado mi siede accanto. Ha vent’anni e si fida di me, il suo sergente.  

È un falegname e mi racconta sempre del suo paese. Mi ha detto  che ha la bottega proprio nella piazza e che tutti lo conoscono. È innamorato ma non credo sia ricambiato. Mi fa vedere una foto e s’accende una sigaretta rimediata da Vittorio.

 

Il rancio nella gavetta  sa di fame, come al solito.  Il dolore trasforma  i sapori.  Mangio lentamente. Mangiare è l’unica cosa che mi riporta ad un senso di civiltà. Tutti dormono o hanno bisogni corporali, anche gli animali, ma il modo di mangiare ci distingue.

 

Vorrei portarti della carne, chi sa se avete carne da mangiare, Marta. Vorrei sapere del bambino. Vi sogno spesso.

 

La capra si è  avvicinata  al capitano che l’ha scacciata e così si è fermata da Vittorio, che ha finito di mangiare e sta leggendo.

 

Gli altri due della missione sono più in la,  Michele e Francesco, i più anziani del gruppo.   

  

 

Ci siamo rimessi in marcia da quattro ore.  Nel casolare c’era un pastore e sua figlia. Ci siamo lavati e abbiamo riposato su tralicci di paglia, nel fienile.  Tra un pò sarà sera. Il campo è a un’ora di cammino.  Continuo a marciare, mentre l’ultimo sole  asciuga i miei pensieri. Il buio avanza e il rumore dell’acqua si fa sempre più forte. Sento le gocce precipitare  nell’eco di burrasche  che devastano il lago posato sul fondo della mia anima.

 

 

Siamo arrivati al campo e il responsabile, il tenente Soffiotti, ci dice che la giornata è stata dura. C’è stato un bombardamento  e ci sono morti, mentre il vento spinge le voci dei feriti  fin dentro il nostro respiro. Ci sembra di morire insieme a loro.

 

Ci chiede dove siamo diretti aggiungendo che non può darci mezzi ne equipaggio.

Il capitano gli risponde che siamo diretti dopo la città. Il tenente  non chiede altro.

Possiamo sistemarci nella tenda n. 3. Ci sono due brande e qualche sacco a pelo. Ci arrangeremo.

 

Il capitano  non ha sonno, si è allontanato. Sta leggendo una lettera, mentre una lacrima,  posata su un raggio di luna, gli riga il viso.

Domani dovremo attraversare la città occupata.

 

Siamo di nuovo in marcia verso la città. Nella notte i bombardamenti sono cessati, per lasciare spazio ad una pioggia disperata che ha preso il posto dei miei pensieri e del loro frusciare. La strada è ancora bagnata e i passi affondano come pugni in questa terra,

piena di sangue e di speranza.

 Il capitano ci da delle indicazioni precise.  Ci dice di non fare sciocchezze, di non rispondere a eventuali  provocazioni  e di rimanere uniti.

 

Si sente il nitrire di un cavallo. È caduto, insieme al suo padrone e al carro.

Il padrone è ferito. Stava ritornando in città ma la terra fangosa in quel punto non ha retto,  è caduta troppa pioggia durante la notte. Non riesce a muovere una gamba, probabilmente è rotta.

Rialziamo il cavallo ed il carro, è tutto a posto. Il cavallo nitrisce, spaventato. Michele gli da da bere. Si calma e  si può ripartire. Anselmo è disteso sul piano del carro, è Michele a tenere le briglie. Ci ringrazia   e ci dice che la città è occupata da due mesi ormai.  Scuole, caserme, ospedali, tutto in mano nemiche.

Il capitano gli chiede se c’è una locanda in paese. Anselmo risponde di si, ma che saremmo pazzi ad andarci, è proprio nella piazza principale,  in vai Rotteri. Il capitano gli risponde che forse ci lavora un suo amico. Come si chiama, gli chiede Anselmo. Roberto, risponde il capitano. Nessun Roberto, signor capitano, ma di questi tempi i nomi non sai mai se sono veri, toccandosi la gamba e respirando a stento.

 

Siamo entrati in paese per una via secondaria. Michele chiede ad Anselmo la sua giacca, togliendosi il cappello.

Il capitano ordina di tenersi sotto le sponde del carro e di non fiatare.

Corrado spegne la sigaretta e si stringe nella sua divisa.

 

Anselmo ci da indicazioni per riportarlo a casa. Al presidio medico eventualmente ci arriverà da solo. Ci prenderebbero.

 

Il paese è deserto, pieno dell’eco dei carri armati che lo attraversano.

Ci ripete di stare attenti, ci sono molte spie, anche vicino casa sua.

Una donna oltrepassa la strada, sola. E’ diretta alla fila della mensa pubblica.

È Cristina, sussurra Anselmo, intravedendola. Siamo vicino casa.

Dice a Michele di rallentare e di girare a destra,  poi subito a sinistra e di fermarsi.

Avremmo atteso la sera a casa sua.

Michele  scende dal carro, silenziosamente,  e bussa. Gli  apre una ragazza e lui le racconta del padre. Lei s’ affaccia  per vedere il carro ed Anselmo, seduto sul pianale, con le spalle appoggiate alle mie gambe.

Michele le  dice che Anselmo sta bene  e che abbiamo  bisogno di un rifugio per qualche ora, ma da qui è pericoloso e ci  fa spostare sul retro.

 

Siamo entrati e  Anselmo  ha detto a Martina di non allarmare la madre e di andare a chiamare Alberto, un loro amico medico. I soldati avrebbero atteso in soffitta. A chiunque avesse chiesto,  di non rispondere, ha aggiunto, zoppicando fino al letto.

 

Dalla soffitta i tetti delle case sembrano ritratti  e il cielo una grande tela.

C’è una finestra, rotta in un angolo, mi appoggio e riesco a respirare e a vedere tutto senza la nebbia dei vetri. Un uccello si posa sul tetto di fronte mentre dei colpi di fucile bruciano l’aria. Penso a te, Marta, e alla nostra casa, alla nostra vita insieme, e mi riappari mamma, con la faccia piena di gioia e di paura, e sento la tua ninna nanna e i tuoi passi muoversi di sotto, con quelli del medico, buoni e severi.

Il rumore dell’acqua s’è riacceso, fragoroso, insieme ai timori e al dolore che trafigge il sole di questi giorni e il telo dei miei occhi, dove la vita proietta la mia storia e ruggisce insieme al vento, sul lago impietoso che mi porto dentro.

 

 Anselmo è stato medicato con delle aste di legno e della garza, ne avrà per un mese circa. Il medico gli ha raccomandato di tenere la gamba immobile e di non fare sforzi.

La moglie, Rosanna, ci porta da mangiare. È ancora spaventata.

Il buio è arrivato presto, insieme all’immagine dei tuoi occhi scivolati nei miei, confusi al tramonto e ai primi vagiti di Luca.

Il capitano mi dice di vestirmi da borghese.  Lui ed io andremo alla locanda. Gli altri dovranno rimanere ed aspettare.

La signora  Rosanna ci ha dato i vestiti del figlio, Giuseppe, adesso in guerra. Al capitano vanno bene, a me un pò stretti. Alla locanda dovremo ordinare vino e il comandante chiederà  sigarette di marca Moritz. Io dovrò stare zitto e non dar corda a nessuno.

 

La locanda è a un chilometro. Anselmo ci traccia il percorso su un foglietto.

Le strade sono  illuminate a stento dai pochi lumi ad olio accesi  e le camionette degli occupanti sfrecciano per le vie.  Arrivano frasi nella loro lingua, che posandosi sul vento sembrano gelarlo e cambiar colore alle foglie.

Abbiamo documenti finti, nel caso ci fermino.

Il capitano mi precede, svelto ma senza dare nell’occhio.

 

La locanda è affollata e fumosa. Ci sono dei tavoli liberi. Mi siedo mentre il capitano va al bancone. Chiede il vino e le sigarette, e si viene a sedere.

Una ragazza ci porta tutto in un vassoio.  Sotto la brocca c’è un foglio per il capitano, che  lui mette in tasca senza leggere.

Qualcuno ci guarda da un tavolo in fondo e  chiama Adriana,  la cameriera. Sembra ubriaco e sta venendo verso di noi.

Ci dice di lasciar stare la sua donna e, barcollando, ci minaccia a pugni stretti. Il capitano gli dice che nessuno gliela tocca la sua donna e gli offre da bere. Poi andiamo via.

 

Dopo alcuni isolati una perquisizione ed  un pestaggio.

Facciamo appena in tempo a  nasconderci nell’androne  di un portone.

Hanno controllato i documenti di due uomini, che dopo aver picchiato fanno montare su una camionetta, mentre le donne, rimaste  sole, sono costrette a salire su un’ auto.

 

In alto le stelle brillano come sempre, e la luna splende insieme a loro, come se fosse un giorno normale, una notte qualunque, come se quell’orrore non le toccasse.

C’è qualcosa di mostruoso nella bellezza.

 

 

Il rumore dell’acqua rallenta, sfibrato, deluso, si posa sui fianchi del mio cuore, quasi a nascondersi, a strisciare e a fondere il suo fragore col suo battito, diventando un fruscio, spaventato, ma vivo. 

 

Sentiamo il rombo dei motori sempre più lontani.  Sono andati via, possiamo incamminarci.

Una di quelle donne  aveva il vestito simile ad uno tuo, Marta, e i tuoi stessi capelli. Per un momento ho immaginato che fossi tu, li, in quella strada, davanti a me, a trenta metri dai miei occhi, dalle mie mani, dalle mie braccia, dalla mia bocca, confusa al mio dolore e a quell’orrore, attrice sul mio stesso palco, scivolata nel mio stesso inferno, ma per fortuna non eri tu, Marta, no, non eri tu.

 

Siamo arrivati da Anselmo e il capitano ci comunica che dobbiamo partire subito.

Anselmo dice che possiamo passare la notte li, ma il capitano risponde che non c’è tempo e che  il buio  ci  nasconderà.  

 

In casa nessun altro sa guidare il carretto. Anselmo vorrebbe accompagnarci, ma non può con la sua gamba, così proseguiremo a piedi.

 

Ci ha spiegato come uscire dalla città e ci ha detto che prima del bosco troveremo un piccolo lago. E’ basso e si può guadare. Potrebbe essere controllato dice,  dando  a tutti dei vestiti da borghese.

Gli altri li indossano e partiamo, uscendo dal retro. Martina va ad aprirci, mentre la signora Rosanna ci saluta, stringendo al petto la foto del figlio.

 

Ci incamminiamo divisi in tre gruppi da due persone, lontani ma attenti a non perderci di vista.  Io e il capitano andiamo avanti. Seguiamo il percorso tracciato da Anselmo e dopo un’ora siamo al laghetto. È immobile e riflette la luce delle stelle e dei fari che lo scrutano. Qui vicino ci deve essere un campo, mi sussurra il capitano. Si sente l’abbaiare dei cani e voci decise che impartiscono comandi in quella maledetta  lingua.

 

Dobbiamo  avanzare chini fino alla riva e così  scivolarci dentro.

L’acqua è fredda e  calma, e  ad uno ad uno ci entriamo. Qui Corrado è inciampato, cadendo addosso a Vittorio e picchiando sull’acqua.  Il fragore  ha allertato i cani. Non i soldati per fortuna. Uno si sta avvicinando, non ci ha ancora visti. Corre verso di noi, ringhiando.  

 

Siamo immersi nello specchio d’acqua fino alla testa, trattenendo il respiro e avanzando. Il cane abbaia sempre più forte. Il capitano ci dice di fare presto e che una volta fuori avremmo dovuto strisciare fino agli alberi.

 

Corrado trattiene un urlo. Ha una sanguisuga sul collo. Prova a staccarla, è sempre più grande. Anche io ho delle sanguisughe, questo posto ne è pieno. Me ne sento una sul braccio.

Non la guardo e continuo a guadare. Finalmente la riva. Mi distendo e incomincio a strisciare, davanti a me il capitano, Corrado e Vittorio. Michele e Francesco sono alle mie spalle, col  cane che abbaia sempre più forte e due soldati che stanno accorrendo.

 

Raggiungiamo il bosco, inseguiti dalle loro voci e dal ringhio affamato delle bestie.

 Corrado si toglie i parassiti. Fa male e urla.

 Io prendo  il coltello e la stacco dal mio braccio  e da quello di Michele.

Ne sento un altra sulla gamba.

Il bosco è silenzioso, sembra scacciare il vento e ogni suono.

La luce terribile di quel lago è sempre più lontana, insieme agli occhi buoni di Anselmo e della sua famiglia, in un’aria immobile,  imbalsamata.  

 

Dopo mezz’ora ci fermiamo. Ci asciughiamo e guardiamo la bussola. La direzione è giusta e tra qualche ora sarà giorno. Dobbiamo affrettarci per sfruttare la copertura della notte.

Si sente un rumore. Io mi volto, ma non vedo nessuno. E’ un serpente e sta frusciando  sotto i nostri piedi. Restiamo immobili. Scivola attraverso le mie gambe fino ai piedi di Corrado. Li si ferma. Corrado chiude gli occhi e trattiene il respiro.  Il rettile continua, lento e viscido, riflettendo la luna. Si guarda intorno, curva verso un albero e si ferma ancora. Michele mi guarda, é terrorizzato e sta per scappare. Io con gli occhi gli dico di star fermo. L’animale si muove, avanza e finalmente ci supera, scomparendo nel buio, nel rumore delle foglie e dei nostri cuori in subbuglio.

 

Il capitano  dice che non abbiamo antidoto e che dobbiamo fare attenzione.

Corrado tocca il suo portafortuna, lo bacia e me lo mostra.

 

Riprendiamo il cammino. La luce della luna  precipita tra i rami e i tronchi d’albero e  ci regala un pò di forza, così posso vedere negli occhi dei miei compagni di sventura  la  paura e il coraggio brillare e accendersi, illuminando, come un falò,  le nebbie che ognuno si porta dentro.

 

La sagoma oscura del capitano avanza tra i cespugli.  La osservo mentre guarda la bussola e tocca la pistola. Mi ricorda Giuseppe, un mio amico di infanzia. Ha la stessa camminata e sembra quasi che stia correndo a cercare il pallone finito chi sa dove.

 

Francesco è l’ultimo della carovana, e da un urlo.

È incappato in una tagliola da cacciatore.

E’ a terra ed ha la gamba stretta nella morsa dei denti di metallo.

Io e Corrado  apriamo le mascelle della trappola e il capitano lentamente estrae la gamba.

 

Francesco ansima, è sudato e spaventato. Il capitano gli fa aria e gli sbottona la camicia sul torace, dove c’è una grossa sanguisuga. Gliela toglie. E’ gonfia e lui urla allo strappo.

Gli dà da bere e gli dice di rialzarsi. Non possiamo fermarci. Manca poco alla prossima destinazione. Li potrà riposarsi e medicarsi.

 

Abbiamo camminato per altre due ore in quel bosco prima di arrivare ad una casa, bassa e di legno.  Qui abbiamo trovato fucili, munizione, letti e una cassetta di pronto soccorso.

Sotto una mattonella un messaggio per il capitano.

  

 

La febbre di Francesco è aumentata. Proviamo a medicarlo come possiamo, ma delira.

 Michele  dovrà rimanere con lui e dargli il medicinale ogni due ore, mentre noi proseguiremo, per ritornare a prenderli la sera del giorno dopo.

Michele protesta.  Lui non è un medico e Francesco ha bisogno di un’infermeria, ma il capitano lo guarda e, senza parlare,  indossa  la sua divisa. Anche noi abbiamo indossato le nostre. Quando siamo andati via Francesco dormiva.

 

Finalmente siamo fuori dal bosco ed è quasi l’alba. Davanti a noi una strada  e di fronte una collina. Il capitano ci indica la direzione con il braccio teso.

Mi sembra invecchiato di vent’anni.

 

Il rumore dell’acqua s’è acquietato alla vista del sole. Come un’ aquila ha  planato sul mare ed è scivolato sulle onde, diventando un ruscello, docile e addormentato tra la neve, pura, viva.

 

All’improvviso il fragore di un carroarmato. Ci lanciamo a terra, coperti dall’erba a bordo strada. Sta arrivando da ovest. E’ nemico.  Non ci ha visti e prosegue diritto.

Si sentono esplosioni e il capitano ci dice che dobbiamo proseguire subito, così attraversiamo la strada per perderci nella campagna, diretti dietro la collina.

 

Il cielo qui è aperto, azzurro come la libertà, Marta. Mi vengono in mente le nostre passeggiate, i nostri sogni, i nostri progetti.

Ti rivedo ovunque, Marta. Mi manchi. Vorrei tu fossi qui, a fare il tifo per me, a dirmi di andare avanti, di non mollare, di farmi forza,  ma tu non ci sei, e allora canto la tua canzone preferita, quella che ha per me il suono della tua voce e il sapore delle tue labbra.

 

Abbiamo camminato per tre ore, tra sentieri e strade perse nei campi.  A venti metri da noi un casolare.  Il capitano mi dice di avanzare con lui.

Non c’è nessuno li intorno. Impugniamo le pistole e ci avviciniamo.

Dalla finestra si vede un uomo seduto a leggere.  

Il capitano guarda una foto, poi mi rivolge lo sguardo e mi fa segno di  bussare.

Ci apre un vecchio contadino. Ci dice di entrare.  La stanza è spoglia e umida, ma finalmente possiamo sedere su delle sedie e rinfrescarci con  acqua di pozzo.

 

Abbiamo mangiato pane e formaggio e bevuto vino, Marta. C’era  una vecchia fisarmonica nello scantinato, dove Corrado ha suonato e  cantato qualche canzone per noi.


Il capitano gli dice di prepararsi a partire. L’uomo ci informa  che c’è un carro sul retro della casa, ed un cavallo,  poi prende il libro, segna il punto di lettura e lo sistema nel suo bagaglio.

 

 Ci siamo rimessi in viaggio da un’ora. Il cavallo è un buon cavallo e il vecchio conosce bene le strade. Corrado alle briglie segue le sue indicazioni.  Si vede già il bosco.

Io sono seduto accanto al capitano, appoggiato ad una sponda  che balla un pò.

Il contadino e Vittorio sono seduti di fronte a noi. L’uomo impugna una pistola. È  un modello in nostra dotazione. Sfila, controlla  il caricatore e lo reinserisce.

Il telo del carro copre la vista del cielo ed io devo chiudere gli occhi per immaginarlo, e lo vedo piccolo, perso nel cielo dei tuoi occhi, Marta,  mentre l’ombra del bosco avanza, fresca e muta, fino a coprire i miei pensieri, a rapirli, a inghiottirli, riportandoli al nulla da cui tutto nasce e prende vita.

 

Avvistiamo  una camionetta. Sembra uscita da un buco nel cielo. Sta venendo verso di noi.  Sono nemici e fanno segno di fermarci. Corrado spinge la corsa dei cavalli, noi prepariamo le pistole.

Stanno sparando. Sento il suono  dei proiettili andati a vuoto e di quelli che colpiscono il carro. Il capitano ha risposto al fuoco. Anch’io e Vittorio abbiamo sparato, mentre il contadino, disteso sul pianale, resta al riparo, come  richiesto dal capitano.  

La camionetta è sempre più vicina. Ci stanno affiancando. Corrado ha perso il controllo dei cavalli spaventati, la sponda si è aperta e io sanguino ad una spalla.

 

Sto precipitando, Marta, nella scarpata che fiancheggia la strada.

Sento il mio corpo ruzzolare tra pietre e arbusti. Ne ho sentito il tonfo quando ha toccato il fondo,  e  non riesco a muovermi, non sento più le gambe.

Provo a stare calmo, ma è difficile. Gli altri sono andati via e nessuno mi può aiutare. 

Accanto a me un piccolo fiore. Come una beffa resta a guardarmi e a e giocare col vento, silenzioso come il dolore che mi sta divorando.

 

C’è ancora cielo su di me, Marta, ma sento freddo, tanto freddo.

 

Si brava, portami dell’acqua e accarezzarmi la fronte.

Abbracciami, ti prego, e lasciami guardare ancora  il cielo disteso nei tuoi occhi.  Che bel sorriso hai, Marta. Lo porto con me da sempre il tuo sorriso, é il mio amuleto, il mio crocifisso, il mio sole perenne.

La camicia è piena di sangue e non riesco a respirare, ma tu non mi lasciare, ti prego non mi lasciare.  Dov’è Luca? Fammelo vedere. Ha gli occhi di suo nonno, non è vero?

Diventerà un uomo coraggioso il mio piccolo Luca. No, non piangere piccolino, papà è qua, su, non piangere, da bravo.

Non senti il vento, Marta ? S’è fermato, e sta ghiacciando il lago posato  sul fondo della mia anima. Il rumore dell’acqua. Non sento più  il rumore dell’acqua, non lo sento più, Marta. No, non te ne andare anche tu, resta qui con me. Non c’è luce quaggiù, é buio e, insieme ai lupi, sta calando la notte.

 Si ringrazia per la pubblicazione  sul Quotidiano di Foggia (Domenica 17/01/10)