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LETTERATURA
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Nazario Tartaglione

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L'uomo senza idee
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“La musica è una rivelazione più profonda di ogni saggezza e filosofia...
chi penetra il senso della mia musica potrà liberarsi
dalle miserie in cui si trascinano gli altri uomini.”
Ludwig van Beethoven
La “diffusione della cultura di massa” puo’ essere considerata un reato?
Che conseguenze ha sulla specificità di ogni individuo e sul suo sviluppo?
Che conseguenze ha sulla felicità dell’individuo?
L’induzione a falsi bisogni, la manipolazione dei desideri, possono essere
considerate frutto di tecniche di comunicazione accettabili?
La volontà di omologazione, la volontà di uniformazione possono essere
considerate compatibili con la democrazia , o determinano invece la
distruzione di ogni carattere individuale, sia superficiale, sia profondo,
sia spirituale?
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L'uomo senza idee
Il ricovero.
Anna andava veloce sulla strada buia, mentre le vie, che curvavano
all’improvviso dietro il parabrezza bagnato, le cadevano addosso.
Aveva provato a telefonare alla madre, ma nella notte non rispose.
Dopo un quarto d’ora vide le luci del Pronto Soccorso che
lampeggiavano lontane nella pioggia.
Il guardiano alzò la leva, Anna parcheggiò nel posto più vicino e
scese, mentre Livio, disteso in macchina, continuava ad urlare e
dimenarsi, cercando di alzare il volume del suo televisore
portatile.
Non c’era nessuno, e nel silenzio assordante dell’ora i suoi passi
rimbombavano, come una cantilena ubriaca.
Guardava la porta alle sue spalle allontanarsi e sentiva le
finestre chiuse ai lati dei suoi occhi, sempre più soffocanti,
ansimare.
Avanzava a fatica, con la piccola in braccio che piangeva, si
guardò intorno e chiamò,ma non rispose nessuno.
Così si sedette per non cadere,quando un infermiere le andò
incontro.
Con un filo di voce gli disse che all’improvviso il marito s’era
messo ad urlare in piena notte, e che diceva frasi sconnesse,
senza senso, che sembrava non riconoscere più nessuno, nemmeno se
stesso.
L'infermiere la rassicurò, e corse a chiamare un collega.
Arrivati all’auto provarono a parlare a Livio, che però non
rispondeva. Gli dissero di calmarsi e di scendere, ma lui
continuava ad agitarsi, cercando di alzare il volume del suo
televisore già al massimo.
Gli chiesero il televisore, ma quando provarono a prenderglielo
lui diventò aggressivo.
Gli dissero che non c’era pericolo, gliel’avrebbero ridato subito,
e che doveva scendere dall’auto.
Ma Livio non li ascoltava, e stringendo al petto la sua tv,
incominciò a cantare; così si calmò solo dopo un’iniezione.
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La mattina Anna ritornò in ospedale.
Il dottore le disse che la notte era passata tranquilla, che
Livio aveva dormito e che lui l'aveva visitato da poco.
Lo trovò purtroppo squilibrato, non rispondeva alle domande più
comuni, come sul suo nome e cognome o sulla sua famiglia o sulla
sua professione e si guardava intorno allucinato.
Anna ascoltava senza dire una parola, trattenendo il pianto,
seguendo il movimento delle labbra del professore alle quali non
riusciva a credere.
Il medico le chiese se faceva uso di droghe o se in passato aveva
fatto uso,
Lei, rossa in volto, rispose di no, che era sempre stata una
persona morigerata, controllata, senza eccessi, una persona
perbene insomma; per di più era un serio professionista, un
avvocato e un buon padre di famiglia e che una cosa del genere era
da escludere assolutamente!
Il medico aggiunse senza mezzi termini che era necessario
ricoverarlo in una clinica psichiatrica, dove avrebbero potuto
fare una diagnosi più precisa, che non c'era tempo da perdere e
che lui aveva già preparati i documenti necessari.
Lei si alzò quasi inciampando, e cercando le sigarette chiese se
ne era proprio sicuro, se era proprio necessario quel ricovero.
Avevano degli amici di famiglia che avrebbero potuto aiutarlo
anche stando a casa, certamente ci doveva essere un'altra
soluzione.
Anna camminava per la stanza con la sigaretta ancora spenta in una
mano, e dopo una pausa, voltandosi di scatto dalla finestra al
dottore, disse che il ricovero in manicomio sarebbe stata una
macchia infamante, per la sua persona, per la sua professione e
per la sua famiglia, una macchia incancellabile!
Il dottore allora si alzò e con una gentilezza esecutiva le porse
i certificati e le disse di far presto che era già tutto pronto.
Lei sentì un freddo, un gelo profondo, invaderla tutta, corpo e
anima.
Pensava alla la sua vita,la sua vita così ben programmata, così
ben incartata, pettinata, sicura, lucida, e la vedeva
capovolgersi, cappottare come una automobile, all'improvviso,
durante una passeggiata di primavera.
5
La casa di cura.
Era sera e Livio fu sistemato nella stanza numero tre.
Il dottore sarebbe arrivato solo la mattina seguente.
Nella stanza era solo, c'era un altro letto vuoto.
La finestra dava su un cortile interno, con qualche albero, di
fronte un palazzo, e di lato la strada, da cui di tanto in tanto
arrivava il ronzio delle auto in corsa.
L'effetto del tranquillante incominciava a svanire, quando lo
svegliò la pubblicità di un dentifricio.
La televisione era stata sistemata dall'infermiere ai piedi del
letto, come raccomandato, e dava un segnale sbiadito, lento e
confuso ad un brusio, ma sufficiente per essere sentito dalla sua
mente assuefatta a quei suoni.
Livio provò ad alzarsi, la testa gli girava e si rimise a letto
subito.
Non sapeva dove fosse e si spaventò. Si guardò intorno agitato,
riprovò ad alzarsi, ma non ci riusciva. Chiamò la madre, ma
nessuno rispose.
Sentiva un rumore di zoccoli dal corridoio, lento e poi veloce,
con delle pause irregolari, che diventava sempre più pesante e
assordante, sempre più vicino.
Guardò il soffitto, sudava, sentiva il cuore uscirgli dal petto,
e tutto girargli intorno, mentre il ritmo incalzante degli zoccoli
l’ inghiottiva, fino a rimbombare come l'eco di un'esplosione.
Così si tappò le orecchie, stringendosele tanto da farsi male,
prima di urlare.
Un urlò straziante, come di chi sta per essere ucciso nel modo più
atroce, lungo, secco e potente, che tranciò come una ferita,
insieme alle prime luci dell’alba,la quiete di quel manicomio.
L'infermiere arrivò subito,e lo trovò così, perso nel vuoto che
urlava.
Livio lo guardò e il suo terrore aumentò vedendo che era lui a
portare gli zoccoli.
Gli fece segno di toglierseli, implorandolo, senza che una parola
potesse uscire dalla sua bocca.
L'infermiere non capì e uscì di corsa.
Ritornò con un altro e insieme riuscirono a fermalo e iniettarlo,
aspettando fino al suo nuovo sonno.
Quando il dottore arrivò Livio dormiva ancora.
Fu svegliato piano e vide un uomo in camice bianco con una
cartella in mano, ai piedi del letto, che lo guardava sbirciando
dei fogli.
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D: Buon giorno signor Arti... Come sta?
Livio non rispose strofinandosi gli occhi...
Il rumore degli zoccoli era sparito finalmente, confuso al fragore
del via vai dell'ospedale, ma la televisione era spenta.
Livio la vide e si tranquillizzò, si alzò lentamente, scansò il
medico e la riaccese.
Il dottore lo guardò in silenzio,notando la televisione ai piedi
del letto e fece segno all’infermiere di chiudere la porta ed
andare.
D: Vedo con piacere che adesso è tranquillo.
m'hanno detto che stanotte s’e’ agitato un po’.
- con fare cordiale -
Livio ritornato a letto non rispose. Sistemò le coperte, si
adagiò, e col suo telecomando cercò il programma giusto.
D: Sa dove si trova adesso, signor Arti?
Livio non rispose.
Vede dottor Arti, continuò il medico, dalla sua cartella vedo
che è un avvocato..., lei si trova in una casa di cura, di cui io
sono il responsabile per questo reparto.
Livio non capiva.
Non capiva perchè era li, e chi era quella gente.
Era impensierito da quelle domande e si tirava su le coperte nel
tentativo di stabilire una distanza tra lui e loro.
Avrebbe solo voluto che lo lasciassero vedere la sua televisione
in pace.
Il medico lo scrutava,colpito da quell' atteggiamento di totale
distacco ed alienazione.
Provò ad abbassare il volume del televisore ma Livio si ribellò,
alzandosi e lamentandosi come un bambino.
Continuò a fare domande, nel tentativo di stabilire un contatto
con Livio, ma lui non gli rispondeva, così chiusa la sua
cartella, diede indicazioni all’infermiere ed andò via.
Livio pensò di riposare ancora un pò e come al solito sintonizzò
la televisione su un canale non in trasmissione, regolando il
volume del brusio con quello della sua testa-sonno, in modo che
coprisse le mosche e lo facesse dormire.
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La visita dei parenti.
Erano passati due mesi dal suo ricovero e Livio stava un pò
meglio. Aveva prese tutte le medicine, e di tanto in tanto
riusciva a comunicare. Ma continuava a vivere nel suo mondo fatto
di suoni, immagini e brusii.
Il dottore aveva provato altre volte a farlo parlare, a stabilire
un contatto, ma le risposte quando c’erano rimanevano evasive e
distanti.
Era l’orario delle visite quel giorno ed Anna, grazie ad un
permesso speciale, questa volta arrivò con la bambina, insieme a
sua madre e ad una scatola di cioccolatini.
Lei le era stato vicino tutto il tempo,così come si deve, pur non
ricevendo da Livio altro che assenza.
L'infermiere lo svegliò bruscamente e Livio si spaventò rivedendo
gli zoccoli, poi vide un volto che gli sembrava d'avere già visto
e si mise seduto sul letto.
A. Ciao Livio, come stai? Sorridendogli e appoggiando i
cioccolatini sul comodino...
C: Ciao papà, avvicinandosi al letto e dandogli un bacio sulla
guancia... Nonna, papà sta male? –voltandosi verso la nonna
ferma alle sue spalle -.
N: si, sta male, ma si rimetterà presto. Vero Livio? Sorridendo
mentre si calava per baciarlo.
Livio restò muto, guardando la bambina bruna che si agitava con il
faccino triste ai lati del suo letto.
C: Io sono Cristina, sono Cristina, non ti ricordi papà?
Tirandogli le maniche della maglietta...
L: non rispose guardandosi intorno smarrito.
A: m'ha detto il dottore che stai meglio. Sono sicura tra un
pò, se continuerai a prendere tutte le medicine, potrai
ritornare a casa, non sei contento? – sedendosi su una sedia a
lato del letto, mentre Livio continuava a guardarsi intorno
smarrito. –
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C: Mi dai i cioccolatini adesso?
A: Certo Cristina, prendine pure e danne anche a papà.
– continuando rivolta a Livio affettuosamente –
Come la trovi Cristina? Sono già due mesi che non la
vedi.
Livio li guardava confuso, senza dire una parola e seguendo con la
goda dell’occhio la sua tv.
C: Tieni papà. - Porgendogli un cioccolatino, con le braccia tese
e la mano aperta.-
A: Non la trovi cresciuta?. Sai a scuola va molto bene, non ti
devi preoccupare. Chiede sempre di te, di quando torni a casa.
Ho parlato col dottore dice che la cura sta dando risultati. Tu
come ti trovi qui, ti trattano bene?
N: Ma si vede, si vede che sta meglio; - intromettendosi
all’improvviso - e poi c'è il lavoro che lo aspetta, un
avvocato serio come lui non abbandonerebbe mai i suoi clienti,
non e' vero Livio? – avvicinandosi alla figlia e mettendole una
mano sulla spalla con fare esecutivo. -
Livio li guardava, meravigliato e un pò intimorito, e dopo qualche
minuto confessò che francamente pur ringraziandoli per la visita,
i cioccolatini e tutto quanto, non riusciva proprio a capire loro
chi fossero.
A: Ma come chi siamo Livio! - quasi trattenendo il pianto per
una crisi di nervi -.
N: E dai, non fare il finto tonto su, Livio, sii uomo!!
- con vigore e agitando un braccio per aria -
A: Mamma, non bisogna urlare. Alzandosi decisa e scossa. –
Forse sarà bene che lo lasciamo riposare, vedrai che domani
starà meglio e allora potremo parlare con più calma, no...
È vero Livio? – sorridendogli con impazienza -
N: Non si ricorda eh! Non vuole sentire urlare il signorino!
Troppo comodo, ma io..! io! – trattenuta dalla figlia -
Livio a quel tono acceso e deciso ripose voltando il capo di lato,
disturbato dalla presenza arrogante ed esecutiva dell'anziana
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signora e con un filo di voce disse che voleva restare solo e che
li pregava d'andarsene.
A: Ma come Livio, siamo appena arrivati e già cene dobbiamo
andare? – provando a risedersi-
N: Non ci vuole qui, nemmeno con la figlia. - Tra se e se aprendo
la finestra.-
Livio non rispose e nemmeno più li sentiva, s'era disteso sul
letto e aveva una voglia matta di vedere la televisione. Così si
alzò e mise sul canale principale, ad alto volume...
A questo punto Anna vide negli occhi di Livio un vuoto, profondo e
cupo, in cui si sentì precipitare, tanto che dovette spostare lo
sguardo.
Si guardò intorno, sorrise alla bambina che stava quasi piangendo
e le disse con calma di andare con la nonna che era fuori, poi
chiuse la persiana, calò il volume della televisione e si sedette,
per provare a parlagli, mentre lui si rialzava per risistemarlo.
Allora Anna lo osservò, poi restò ferma per alcuni minuti a capo
basso, sospirò, si rialzò e si avvicinò per salutarlo con un
bacio, ma lui nemmeno sene accorse intento a cambiare canale.
Rimasto solo, restò per un pò attonito, non capendo quello che gli
stava succedendo , ma nemmeno avendo la forza per opporre una
coscienza, come se non avesse storia, come se non ci fosse stata
una sua storia, una vita, in cui inserire quegli eventi e dove
poterli collocare, definire, giudicare, da un qualunque punto di
vista, se positivi o negativi.
Solo il vuoto, il vuoto dentro di se e un maledetto ronzio, un
maledetto ronzio che ormai da un anno circa non lo faceva più
vivere.
I mesi in manicomio.
I mesi passavano in manicomio, vuoti e sordi, e Livio sembrava
passo dopo passo ritornare in se. Un se però diverso, mutato
sconvolto, come sospeso nel tempo, ma con un bisogno inevitabile
di passato, di senso, di identità.
Si cercava allo specchio Livio,si cercava, ma non trovava altro
che uno sconosciuto, che una faccia spaurita, dispersa,ritornata
bambina, ma orfana di se.
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Pensò che il dottore sarebbe ritornato il giorno dopo, e questo
lo confortò per un momento, gli stava simpatico, era cortese e non
lo trattava come uno scemo,ma il suo pensiero ritornò subito al
resto, cioè a tutta la sua vita, a quello specchio, a quel nome e
a quella faccia, che una storia sentiva di non averla.
Un giorno sarebbe uscito di li e cosa avrebbe fatto, cosa sarebbe
stato, quale sarebbe stato il senso?
Si sentiva come un fiore in cerca di terra, come un fiume in cerca
di un mare dove approdare, ma che nel frattempo era sospeso nel
nulla.
In televisione c'era una pubblicità di corsi di marketing per
aspiranti manager, e anche se non sapeva bene di cosa si
trattasse, pensò che poteva essere una buona idea, e questo per un
pò lo tranquillizzò.
Poi il suo pensiero scivolò via, come una foglia al vento, senza
alcun controllo su se stesso, in balia delle voglie e delle bizze
delle correnti, e curvò verso casa, e verso sua madre.
La stava aspettando e non capiva perché non andasse a trovarlo.
Fuori il rumore delle macchine copriva in parte la voce della
televisione e visto che non faceva bene al suo mal di testa, corse
a chiudere le imposte.
Poteva telefonarle, certo a quell' ora sarebbe stata in casa.
Chiese un elenco telefonico, l'infermiere fece qualche resistenza
ma poi glielo portò. Aveva sempre quei fastidiosissimi zoccoli.
Livio gli aveva chiesto di toglierli quando entrava in
camera sua o quando gli passava vicino. L’infermiere gli porse
l'elenco e sene andò.
Aprì sulla città e cercò Arti, via della Rosa 23, ma niente, provò
allora sotto il cognome della madre.
Ma niente anche li.
Controllò la città era quella giusta e chiamò allora l'infermiere,
gli spiegò la cosa e chiese di cercargli il numero che lui era
stanco e poteva non averlo visto, ma nemmeno l'infermiere lo
trovò, allora si rassegnò e decise che avrebbe chiesto il giorno
dopo al dottore.
L’ infermiere gli disse di spegnere la televisione che disturbava
gli altri o di abbassare il volume e dicendolo lo fece. Livio lo
guardò sorpreso e contrariato, e senza parole si alzò e rimise il
volume allo stesso livello. L'altro gli chiese se era proprio
necessario e lui gli disse di si, certamente, e che si
meravigliava che anche lui non ascoltasse la televisione.
Gli confidò che gli faceva male la testa senza e che più alto era
il volume meglio si sentiva.
L'infermiere allargò le braccia, e avendo ricevuto ordini dal
dottore di assecondare quella sua abitudine non insistette e sene
andò.
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Il contatto col medico
La notte passò agitata, aveva piovuto ed il segnale, alternando
il brusio a immagini e suoni nitidi, era stato disturbato per
alcune ore, e così il suo sonno.
Il mattino come previsto il medico arrivò.
D: Buongiorno dottor Arti.
Livio non rispose, seduto sul letto intendo a guardare la
tv.
D: Beh! Come andiamo? Avvicinandosi al letto.
Livio disse che voleva vedere la trasmissione televisiva e
chiese se il dottore avesse voluta vederla insieme a lui.
D: Le piace questa trasmissione? – sedendosi
accanto a Livio -
L: Si, è un gioco a premi .
D: Un gioco a premi? Di quello dove si vince rispondendo
alle domande, giusto?
L: Si,proprio così dottore... - rincuorato dalla
complicità nata sull’argomento -. Lei vede la televisione?
D: Si, certo, mi capita durante la giornata.
ma sa, a casa decide mia moglie o i bambini, a parte
il telegiornale a pranzo. – ridacchiando -.
L: Io non riesco a farne a meno.
D: Le piace molto?
L: Non riesco a tenerla spenta. Mi scoppia la testa senza
televisione.
D: Le scoppia la testa? E perchè mai?
L: Perchè sento il brusio...
D: Il brusio, si mene ha già parlato.
L: Le mosche. – sempre attento al programma-
D: Mi dica…- prendendo appunti sulla cartella-
L: Un rumore incessante, come di mosche che volano
impazzite nella mia testa.
D: E quando le sente, “le mosche”.
L. Sempre. Sbattono sulle pareti della mia testa, e fanno
male.
D: Non è un effetto del suo udito quindi?
L. No. Sono le mosche. – intento a guardare il programma
a volume alto.
D: E adesso non le sente? Non mi sembra che abbia fastidi.
L: le sento. Ma sono basse perchè c’e’ la televisione.
D: La televisione copre il rumore delle mosche?
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L: Si.
Il dottore restò per qualche minuto ad osservarlo senza parlare,
vedendolo completamente rapito dal programma televisivo. Poi
riprese.
D. E da quando sente queste mosche? - continuando a
prendere appunti -
L. Da circa un anno. –distrattamente regolando col telecomando il
volume -
D: Quando sono iniziate precisamente?
L: Da un anno. – infastidito dalle domande che lo distraevano.
D: Non ricorda il momento preciso?
L: Ah! Questa la sapevo!
D: La capitale della svizzera?
L: Si! La sapevo. Battendo i pugni sul letto per il
rammarico di non essere lui il concorrente in gara.
D:Non ricorda quindi quando iniziarono di preciso.
L:Iniziarono piano piano, prima solo durante il sonno, o
col silenzio, poi tutto il giorno. E vanno via solo con
la televisione.
D:E’ per questo che anche quando dorme tiene la tv
accesa? Per coprire le mosche?
L. Si. –voltandosi per un attimo a guardare il dottore,
sorpreso dalla sua comprensione. Era la prima volta
che qualcuno parlava insieme a lui delle sue mosche
seriamente.
D: Ho capito, continuando a prendere appunti.
e se si rompesse la televisione?
L: Ne dovrei comprare un’altra. Io non posso vivere
senza.
D: Le andrebbe di fare una passeggiata in giardino?
L: E perchè dottore?
D: Puo’ darsi che sia la televisione la mosca.
L: No dottore, le mosche cel’ho dentro. Quasi
sorridendo.
D: Ne e’ proprio sicuro? Io invece sono convinto che sei
lei spegnesse la televisione sene andrebbero via anche
le mosche. Vero? Rivolgendosi all’infermiere che alle
sue spalle annuiva in piedi e a mani giunte.
L: Dottore, le dico che le mosche sono nella mia testa.
Sa, un ronzio interminabile, tutto il giorno, e se non
ci fosse stata la televisione sarei morto, correggendo il
volume.
Il dialogo continuò ancora per un pò, con l’intento del dottore di
capire se quel disturbo fosse sonoro o mentale e cosa
rappresentasse per Livio la televisione; poi riordinati gli
appunti, lo lasciò al suo programma.
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L’incontro con la musica.
Dopo i miglioramenti dei mesi passati Livio era sempre più chiuso
nel suo silenzio e nel suo mondo.
Nulla sembrava scuoterlo, ne le visite della moglie, ne quelle del
dottore, ne quelle degli amici.
Si sentiva sospeso nel tempo e nello spazio, in un limbo, senza un
ruolo dove collocarsi,senza un posto nel cuore o nell’anima, senza
se stesso, perso in un punto dell’abisso che ogni uomo si porta
dentro.
I mesi passavano e un giorno, avvicinatosi alla finestra per
sistemare meglio le antenne del televisore, sentì il suono di un
pianoforte.
Gli sembrava provenisse da una stanza del palazzo di fronte.
Era un pezzo di musica classica, forse Beethoven, lo riconosceva
dai suoi movimenti ora cupi ora allegri, da quel suo ondeggiare
tra disperazione e voglia di vivere, e restò ad ascoltare.
Allontanò il televisore, si affacciò alla finestra chiuse gli
occhi e respirò profondamente.
L'esecuzione non durò che pochi minuti, che a lui parvero anni,
forte ed intensa, lasciandolo coinvolto.
Incominciò allora a cercare dei programmi televisivi dove ci fosse
musica, ma non trovò nulla che lo coinvolgesse, che lo rapisse in
quel modo.
Aveva provato su tutti i canali, sintonizzando anche quelli
disturbati che teneva per il sonno, ma la musica che trovava lo
lasciava indifferente, non lo emozionava.
Così ogni pomeriggio aspettava quel pianoforte, quel suono pulito
e caldo, duro ed autentico, che lo inebriava come l’ abbraccio di
una donna bellissima e nuda.
Una volta lo sentì anche di sera, ma solo per qualche istante.
Spostò il letto vicino la finestra, però a quell’ora non suono
più.
Una mattina vide una ragazza affacciata a quel balcone.
Era giovane, non più di trent'anni, aveva i capelli castani,
lunghi e ben pettinati ed era vestita di chiaro.
14
La guardò muoversi, bagnare le piante, chinarsi a raccogliere le
foglie, parlare con la vicina, e un pò alla volta provò a
seguirne i gesti, lentamente, confondendoli con i suoi e poi a
farli suoi, e la sentì suonare, chiuse gli occhi e la vide
suonare.
La sentì provare le scale in più toni, e poi scaldarsi sui bassi,
per salire fino agli alti, e dopo qualche attimo di silenzio, dare
un respiro profondo e iniziare un’esecuzione.
La vide correre sulla tastiera e poi rallentare dolcemente, quasi
ad accarezzarla, vide le sue mani affondare morbide, e le vide
scivolare via con un assolo e poi ritornare al motivo, per
perdersi di nuovo tra i giochi di quella composizione.
E allora si sentì rabbrividire, sentì un fuoco accendersi dentro,
e pianse.
Pianse, di un pianto lungo, ininterrotto, silenzioso e doloroso,
ma sicuro e fiero, come il canto inesorabile di un fiume che
scende verso il mare.
Pianse Livio, bagnandosi gli occhi e l’anima, immergendosi così,
come un bambino, nel ventre di una madre.
Dopo l’incontro con la musica.
Le visite di Anna si facevano sempre più rare. I medici avevano
detto che non era violento e che le cure che poteva ricevere in
ospedale le avrebbe potute ricevere anche a casa e che quindi non
c'era più motivo di trattenerlo, alla fine della settimana sarebbe
stato dimesso.
Dissero ad Anna che doveva avere pazienza, assecondarlo e che il
calore dei famigliari gli avrebbe senz'altro fatto bene.
Bisognava aspettare.
Nel frattempo il suo studio aveva chiuso e lei s'era dovuta
occupare di tutto, saldare i dipendenti e definire le ultime
pratiche.
Qualche giorno prima di dimetterlo andò a trovarlo il medico, un
pò per visita e un pò per salutarlo. Livio era alla finestra.
L'infermiere bussò e lui non rispose, nemmeno quando gli annunciò
il dottore,restando di spalle.
Il dottore entrò e lo vide. Guardò l’infermiere congedandolo, poi
posò la cartellina sul letto e chiamandolo con voce calma gli si
avvicinò.
Arrivava il suono del pianoforte ed anche lui si fermò ad
ascoltare.
D: Livio, vedo con piacere che le piace la musica..
L: Si... -voltandosi appena
15D: Le piace il pianoforte?
L: Si, mi piace quel suono...
Il dottore restò in silenzio per alcuni minuti, poi riprese con un
tono di voce moderato.
D: Il suono diceva… perche’, come lo trova?
L: E’ caldo, accogliente.
D. E’ un suono molto robusto quello del pianoforte.
dopo una pausa. C’e’ un genere che preferisce?
Un compositore?
L: Beethoven...
D: Beethoven? Anche a me piace molto.
L: E’ fantastico! – sorridendogli appena-
Il dottore si fermò ad ascoltare quell’ esecuzione, colpito e
coinvolto dal piacere e dal rapimento che Livio sembrava
trasmettergli; poi approfittando di un momento di silenzio
continuò.
D: Lei suona il pianoforte Livio?
L: Si...
D: Davvero? Non ne abbiamo mai parlato…
L: L'ho studiato.
Il medico si scostò dalla finestra e dopo un pò voltandosi vide il
televisore spento...
D: Ma Livio, cos'ha il televisore, è rotto?
molto sorpreso.
L: No, l'ho spento.
D: Ne è sicuro? Guardi che sel'ha rotto, anche se solo
per pochi giorni, gliene faccio dare un altro subito.
L: Dovevo ascoltare la musica. – rimanendo di
spalle.
Il dottore si riavvicinò alla finestra e attese la fine
dell’esecuzione.
D: Da quale stanza viene il suono, Livio?
L: Dalla terza. – indicando appena con un dito -
D: Quella con le piante alte sul balcone ?
L: Si. C'è una ragazza coi capelli castani che lo suona ogni
giorno a quest'ora...
D: Ah! Si l’ho sentita qualche altra volta.
quindi l’ascolta spesso?
L: Si.
D: Ha detto che e’ una ragazza a suonare. Accomodandosi sul letto
di Livio…
L. Si.
D: E lei la conosce?
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L: No...
D: L’ha vista qualche volta?
L: Una volta.
D. E’ brava?
L: Si.
D: L'ascolta tutti i pomeriggi?
L: Si...
D: E da quando?
L: Da due mesi...
D: Bene. Molto interessante dottor Arti.
Il dottore pensò alla reazione di Livio, e a come la musica,
linguaggio puramente emotivo, fosse riuscito a mettersi in
contatto con lui. Forse proprio per l’assenza di rappresentazione,
per la possibilità di questo linguaggio di comunicare le emozioni
attraverso se stesse, attraverso la loro voce, senza filtri,
senza intermediari, senza simboli, eliminando la possibilità a
eventuali revisioni concettuali e tecniche di alterarne la
sostanza originaria; arrivando così direttamente alle emozioni
dell’ascoltatore, interagendo con esse, e nel caso di Livio,
rinnovandole, risvegliandole.
Si alzò, si avvicinò alla finestra, e guardò il cortile ed il
balcone, mentre Livio, fermo di lato, scrutava fuori, come chi
cercasse ancora musica nei giochi del vento e delle foglie.
Ritornato nel suo ufficio, ripassò le sue relazioni, le riordinò
con precisione, e decise di parlarne al direttore dell’ospedale.
Spiegò che forse era il caso di intrattenere ancora il paziente,
avendo notando una reazione a stimoli musicali.
Gli disse chiaramente del pianoforte e del televisore spento e che
forse si doveva aspettare ancora un po’ prima di dimetterlo,
studiare meglio il caso, provare un'altra via.
Il direttore non gli diede molto attenzione.
Sistemando alcuni documenti rispose che non si poteva, che quello
che si doveva fare era stato fatto e che i letti servivano. Poi
la famiglia era già stata informata e lo stava aspettando.
L’altro insistette, rispondendo che era solo per pochi giorni e
che forse c’era secondo lui, la possibilità di affiancare le cure
mediche ad un’attività che lo avrebbe aiutato notevolmente.
Il direttore si fermò, scrutò il dottore per un attimo e decise di
concedergli solo una settimana o poco più, ma solo con
l’autorizzazione della famiglia, e ritornando al suo lavoro lo
congedò.
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La famiglia fu contenta di sapere dei miglioramenti di Livio e il
medico ottenne le autorizzazioni necessarie il giorno stesso.
Spiegò dell’interesse per la musica, del televisore spento,
elementi che potevano essere segnali determinati, da non
sottovalutare per la sua salute.
Livio restava in ospedale altri dieci giorni, nel corso dei quali
il dottore si impegnava a intraprendere un cura che avrebbe dovuto
sortire effetti sensibili, altrimenti il paziente sarebbe stato
dimesso immediatamente.
Il mattino seguente andò nel palazzo di fronte, si presentò e
chiese alla portinaia di una ragazza che suonava il pianoforte.
Era Chiara, una giovane studentessa di conservatorio, che abitava
al terzo piano.
Il dottore la trovò in casa.
Il medico le spiegò di Livio e di tutto il resto e le chiese
soltanto la cortesia di suonare tutti i giorni per loro dalle tre
alle quattro di pomeriggio, chiarendo che l'avrebbe pagata.
Chiara sorrise, era la prima volta che le veniva proposto un
ingaggio dal balcone, e viste le insistenze accettò, con l'accordo
di sentirsi ogni giorno telefonicamente per un resoconto.
Ritornato di fretta all'ospedale, anche se fuori dall'orario di
turno, si recò immediatamente da Livio.
Gli disse che restava qualche altro giorno per ulteriori
accertamenti e che aveva parlato con la ragazza del pianoforte, e
aveva saputo che quella settimana avrebbe suonato tutti i giorni
dalle tre alle quattro di pomeriggio e non solo per un quarto
d'ora, ma per un’ora intera!
Livio era contentissimo, per la prima volta dal ricovero il
dottore vide nei suoi occhi una luce nuova, un sorriso lontano, ma
reale.
Gli chiese se ne era proprio sicuro e se era proprio tutti i
giorni.
Gli fu risposto di si, che così gli aveva detto e che non c'era da
temere, perchè a quell'ora doveva dare lezione ad alcuni suoi
allievi.
Livio camminava fremente stringendosi le mani, con gli occhi
grandi dalla meraviglia andava su e giù e ripeteva tra se e se
che non era possibile, che era meraviglioso.
Il giorno seguente aspettò, e puntuale alle tre il pianoforte
suonò.
Si mise seduto alla finestra, con la faccia appena fuori,
lasciandosi accarezzare dal vento, e ad occhi chiusi ascoltò.
Il televisore intanto era spento, ed era spento sin da un'ora
prima.
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Non aveva avuto bisogno di ascoltarlo tutto il tempo quel giorno,
il suo mal di testa gli aveva dato tregua.
Percepiva il palazzo illuminato dal sole che rifletteva sugli
alberi del parco, e sentiva la melodia diffondersi nell’aria,
disturbata solo dal brusio delle auto che passavano di tanto in
tanto.
All'inizio non riusciva a cogliere tutte le note, ma dopo un pò,
come se l'orecchio si fosse sistemato adattato a quell'ascolto da
non sentire più nient'altro, vedeva le mani muoversi sui tasti,
accarezzarli quasi con timore.
Incominciò così a cantare il motivo,prima a bassa voce, poi sempre
più forte, e gli venne voglia di suonarlo lui il pianoforte,
allora si alzò di fretta, prese una matita e disegnò sul davanzale
una tastiera, per l'intera superficie, uno spazio per ogni nota,
e incominciò a seguire il suono con le dita.
Suonava Livio, suonava insieme a Chiara, ognuno nella propria
stanza, ognuno con i propri obblighi, i propri impegni, le proprie
prigioni, suonava e suonando ritornava a se stesso, a quello che
avrebbe voluto essere, a quello che sarebbe stato senza tutte
quelle scelte forzate, senza tutti quei calcoli, senza tutta
quell’ipocrisia. Suonava Livio, e suonando finalmente ritornava
libero.
Il giorno dopo il pianoforte.
Il dottore andò a trovarlo dopo il primo giorno e gli chiese se
Chiara avesse suonato oppure no e se gli fosse piaciuto.
Livio rispose di si, disteso sul letto, con i pugni stretti e
contento.
- l’altro gli chiese perchè teneva le mani in quel modo, e lui
rispose che era per conservare le note, per non far scappare la
melodia, e per poterla riascoltare stanotte, al buio. Gli avrebbe
fatto compagnia e si sarebbe sentita anche meglio col silenzio.
Il dottore gli disse che non era possibile che lui conservasse le
note tra le mani, anche perchè non era lui ad aver suonato.
E invece gli rispose di si, che aveva suonato anche lui.
Ma per quello ci voleva un pianoforte, disse il dottore, e ne in
quella stanza ne nell'intero ospedale cen’era uno.
Un pianoforte c’era, rispose Livio, l'aveva disegnato lui, li sul
davanzale, e si alzò per farglielo vedere.
Il dottore si avvicinò al davanzale e vide il disegno. Era
riprodotta una tastiera; certo non ci potevano essere tutte le
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ottave, perchè il davanzale era corto, e poi mancavano quasi
tutti i semitoni, ma con un pò di maestria si sarebbe riusciti a
suonarlo benissimo quel pianoforte.
Livio gli disse che era speciale e che poteva suonarlo solo lui,
mettendosi tra il dottore ed il suo piano.
Era proprio così,rispose l’altro, era il suo pianoforte, e poteva
suonarlo solo lui; complimentandosi per la sua idea.
Gli disse pure che se aveva piacere gli avrebbe regalati alcuni
cd di musica classica, da ascoltare con la cuffia. Avrebbe potuto
ascoltarli di notte, senza disturbare nessuno. Così non ci sarebbe
stato bisogno di conservare tra le dita la musica del pomeriggio.
Livio rispose che avrebbe voluto e che lo ringraziava, ma così
dicendo corse ad accendere la televisione.
L'accese con il pollice della mano destra, tenendo sempre ben
strette le note, e poi si distese sul letto.
Il pianoforte di Livio.
Anche il giorno dopo puntuale Chiara suonò.
Il tempo preannunciava pioggia ed il vento s'era fatto più fresco.
Gli alberi sembravano danzare in quella musica, mentre Livio
ascoltava, seguendo l’esecuzione dal suo pianoforte.
La televisione quella mattina l'aveva accesa soltanto per tre ore
e il resto del tempo l'aveva passato a fischiettare le melodie,
questo gli era bastato per non sentire le mosche e il rumore degli
zoccoli.
Aveva notato che ci doveva essere qualche infermiere nuovo, c'era
un rumore di zoccoli che non aveva mai sentito prima, più
trascinato, più sciatto.
Aveva chiamato l'infermiere di turno per questo e gli aveva
chiesto di chi si trattasse, l'infermiere gli rispose che
effettivamente c'era uno nuovo e Livio allora lo pregò di
chiedergli di togliersi gli zoccoli quando si avvicinava alla sua
porta.
L'altro rispose che gliel'avrebbe detto ma che sarebbe stato
difficile, e Livio ritornò a fischiettare.
Erano le quattro e mezzo e puntuale anche quel giorno il dottore
andò a trovarlo.
S'affacciò alla finestra e vide il pianoforte di Livio a tratti
cancellato dalla pioggia scesa leggera, così presa la matita lo
ricompose seguito scrupolosamente dallo sguardo premuroso di
Livio, che gli indicava tutti i particolari, e che pur
ringraziandolo, gli disse che la prossima volta l'avrebbe fatto
lui.
Il dottore sorrise, e posando la matita sul davanzale gli chiese
di continuare, scusandosi per l'invadenza.
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Poi gli parlò di un suo pianoforte.
Era della moglie, che non lo suonava mai, come lui del resto.
Stava per chiedergli se lo volesse, se avesse piacere di suonarlo,
ma Livio lo interruppe,annunciandogli che anche lui aveva il
pianoforte.
Dove? Gli chiese l’altro incuriosito, mentre posava la cartella e
si sedeva sulla sedia della televisione, ora spenta.
Lui gli disse a casa, a casa sua, in via della Rosa 23 e aggiunse
che la madre lo spolverava tutti i giorni
D: Tutti i giorni?
L: Si.
D:Ma sua madre vive con voi, a casa vostra?
L: Con noi? No, mio padre è morto da tempo. Siamo solo io e lei.
D: Ma lei non vive con sua moglie?
L: Io vivo con mia madre in via della Rosa n. 23.
Il dottore capì allora l'equivoco, e lo stato di confusione di
Livio, ma non si fermò.
D: Ma questa casa è abitata ora?
L: Le ho detto che c'è mia madre...
L’altro non insistette, e dopo le solite raccomandazioni, sene
andò.
Dal suo studio telefonò subito ad Anna, e gli chiese della casa, e
del pianoforte, se fossero mai esistiti, o se erano frutto della
fantasia di Livio.
Anna all'inizio non ricordava, ma poi pian piano confermò.
Effettivamente Livio prima del matrimonio era vissuto con la
madre, nella casa di via della Rosa. Il numero non lo
ricordava, ricordava però la via con sicurezza.
Le chiese se la casa c'era ancora e se la madre fosse ancora viva.
No, la madre e’ morta, rispose lei, da circa quindicici anni, e
la casa era rimasta da allora chiusa, probabilmente con ancora
tutti i mobili.
Era possibile allora che ci fosse ancora il pianoforte, chiese,
ed Anna gli disse di si, e che anzi Livio aveva parlato spesso nei
primi tempi dopo la morte della madre, di quel pianoforte e del
fatto che voleva portarlo a casa loro, ma non c’era molto spazio e
ci aveva rinunciato.
L'unico stanza libera in casa era stata occupata dallo studio.
Livio era figlio unico e aveva pensato di non venderla tranne che
se in caso di bisogno.
Il dottore ringraziò Anna delle preziose informazioni, e le disse
che si sarebbero risentiti a proposito. Anna non capì bene di cosa
stesse parlando e cosa potesse centrare la casa vecchia di Livio
con la sua cura, ma senza fare altre domande salutò.
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Il giorno seguente, dopo la solita visita a Livio, il dottore
chiamò Anna e le chiese se era possibile visitare questa casa.
Anna gli chiese perchè, preoccupata e incuriosita, ma il dottore
le rispose che le avrebbe spiegato tutto di persona.
Si incontrarono così la mattina seguente in via della Rosa n. 23.
Era un piccolo condominio senza portiere, e non fu possibile
chiedere a nessuno quale fosse l'appartamento.
Anna ricordava la palazzina, ma le chiavi no. Aveva trovato un
vecchio mazzo a casa, tra gli altri, ma non era sicura ci fosse
quella giusta.
Salirono, il primo piano era tutto abitato al secondo invece c'era
una porta senza indicazioni.
Provarono a suonare ma non rispose nessuno e non c'era corrente,
così infilarono la prima chiave, poi la seconda che entrava ma non
girava, e la terza che finalmente apriva.
Il dottore andò avanti con una piccola torcia e aprì le prime
finestre. Anna lo seguì tantoni, e si fermò all’ingresso, mentre
l’altro si faceva strada nelle varie stanze, a dare luce.
I mobili erano ancora li, coperti da panni e teli impolverati,
insieme a scatoloni imballati messi sul pavimento e sulle sedie.
Era una casa piccola, semplice ed accogliente.
La cucina sulla destra, poi una saletta, la camera da letto, un
bagno, e più avanti c'era quella che doveva essere la camera di
Livio. Ci entrarono, ed Anna si accorse solo allora che non c'era
mai stata.
C’era una strana sensazione di leggerezza e di passato, di
rimpianto e di armonia in quella stanzetta.
Sembrava che il tempo li si fosse fermato, che tutto fosse
rimasto com'era.
Sul comodino, capovolta e impolverata, c'era ancora una vecchia
foto di Livio, poi dei libri, la scrivania, e quello sull'angolo
destro, coperto da un panno bianco, doveva essere il pianoforte.
Il dottore s'avvicinò, sorpreso dall'emozione che l'aveva preso,
con la sensazione di star percorrendo dall’interno la storia e
gli sviluppi psicologici di un suo paziente, come in un viaggio
nella vita, nel suo passato, ma non solo attraverso la sua mente,
i suoi ricordi, le sue immagini interiori, ma attraverso i
luoghi reali, concreti, vissuti, divenuti poi luoghi dell’anima.
Scoprì lentamente il panno polveroso, lo piegò adagio per non
alzare troppa polvere, sventolò una mano davanti agli occhi,
tossì riaprì gli occhi e lo vide, come emergere da una nebbia
profonda.
Era li, in legno scuro, a muro, lucente nonostante il tempo.
Si fece spazio tra gli oggetti sparsi sul pavimento, scoprì lo
sgabello, si sedette e provò a suonare.
I tasti erano quasi tutti scordati, ma con un pò d'orecchio
qualcosa veniva fuori; certo era necessario scambiare una nota con
l’altra, ma bastava saperlo.
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Anna lo guardava e non capiva cosa stesse facendo. Era andato fin
li per quel vecchio pianoforte? Ma che razza di medico è mai
questo? Così restò in disparte, muta e insospettita tutto il
tempo.
Alla fine il dottore la guardò sorridendo e vedendola interdetta
si ricordò della promessa di spiegarle tutto di persona, e così
fece.
Le disse del pianoforte sul davanzale e dei progressi che aveva
fatti Livio. Dei pomeriggi passati a ascoltare Chiara suonare e
del fatto che il televisore da allora fosse rimasto spento o
acceso ma a volume più basso, e che le mosche, come le chiamava
Livio, quando ascoltava la musica non le sentiva più.
Anna continuava a non capire cosa potesse cambiare con quel
vecchio pianoforte.
Le disse che con il suo pianoforte Livio avrebbe potuto provare a
riappropriarsi di quello che di più prezioso ed importante aveva
perso, cioè dell'amore per la vita.
Anna si meravigliò, e quasi offesa gli rispose che l'amore per la
vita Livio lo trovava in lei e sua figlia , nella sua famiglia,
nel suo lavoro e nei loro progetti, e che uno stupido pianoforte
scordato non poteva sostituire tutto questo!
Restarono per un po' in silenzio, poi lei si guardò intorno, si
sistemò i capelli e chiese al dottore di andare.
L’altro non rispose, la lasciò pensare, preda della sua rabbia,
intuendo che anche lei aveva capito, s'era resa conto che in fondo
per Livio la vita non era tutta li.
In via delle Rose.
Erano passati tre mesi da quel giorno e da circa due mesi Livio
era uscito dall'ospedale e s'era trasferito da solo nella casa di
via della Rosa n. 23.
Anna dopo le prime resistenze dovette accettare la cosa,
ammettendo che Livio aveva bisogno di recuperare una parte
importante della sua vita a cui aveva rinunciato.
Massimo aveva come l'impressione che la coscienza di Livio avesse
subito un furto, lento e sistematico, delle proprie idee, dei
mattoni che la costituivano e che alla fine la struttura, le
colonne portanti della sua identità, spogliate dei mattoni
propri,sostituiti con altri, generici, inadatti,falsi,
urlassero,si ribellassero, come compresse, spinte verso il muro
della coscienza, liberando in volo le mosche, che Livio esplosive
sentiva ronzare nella propria testa.
23
E più le sue idee venivano sostituite, rubate, umiliate derise e
messe alla prova, con il fine di smentirle, di ridicolizzarle e di
invalidarle, più la sua coscienza si ribellava, urlando e gemendo,
frusciando il proprio dolore come mille uccelli in volo catturati
dal nulla e negati alla propria libertà.
Livio era migliorato, ora la televisione l'ascoltava sempre meno e
a volume sempre più basso, segno che la sua coscienza e le sue
idee stessero recuperando terreno e che le mosche erano meno
intense.
Suonava quasi tutto il giorno il pianoforte. Tra le vecchie cose
aveva trovato gli spartiti delle sue lezioni di piano e anche con
l'aiuto di Massimo rimise in piedi le sue nozioni di solfeggio e
rincominciò.
Rincominciava anche a riconoscere i propri familiari, ma questo
gli procurava un profondo dolore e rigetto, che esplodeva in
crisi di pianto e di depressione, come per qualcosa di terribile
che non si riesce ad accettare.
Anna gli stava sempre vicino in quei momenti, ma proprio la sua
presenza generava il maggior dolore e questo lei non riusciva a
comprenderlo, anche se Massimo le diceva che era normale in un
processo di guarigione.
Aveva bisogno di ricomporre passo dopo passo la sua vita, e di
ritrovare ad una ad una le sue scelte, di mettere in ordine,
insomma, tutta la sua storia.
Incominciarono così delle lunghe sedute in cui Livio si
raccontava, scoprendo dei ricordi vivissimi, presenti, ma dopo i
primi successi molti incontri finirono con un nulla di fatto.
Lo stato di Livio s'era ormai stazionato su una anormalità
inaccettabile. Sembrava che mancasse qualcosa ai suoi racconti,
che delle parti della sua vita fossero state tagliate, rimosse.
C'era bisogno di saperne di più, ma come si faceva se la fonte
della storia era spenta?
Massimo allora gli chiese se ricordava d'avere mai avuto un diario
o un album di fotografie, e lui gli disse di si, che doveva essere
da qualche parte in casa e che quando s'era sposato l'aveva
lasciato li, come tutto il suo passato.
L'album lo trovò Anna, era sul fondo di un cartone nel
ripostiglio, dimenticato.
Lo sfogliò, e rivide Livio come non lo ricordava, come non l’aveva
mai visto, e un po’ si spaventò.
Era di pelle marrone scura, rigato e nonostante tutto ancora
buono, tranne qualche cucitura allentata.
24
Le foto c'erano tutte, e si vedeva dal tipo di pellicola. Si
andava dal bianco e nero dell'infanzia al rosso degli anni
settanta e poi ai colori.
Massimo lo prese con delicatezza, sentiva che li cera una strada o
meglio che da li avrebbe potuto tracciarla una strada, la mappa di
tutti i punti bui della vita di Livio, che andavano trovarti,
scovati, allineati.
Anna preparò un caffè, mentre le immagini dell'infanzia di Livio
scorrevano come fotogrammi di un film . Lo si vedeva nella culla
neonato, e poi all'asilo, e la scuola, i libri...
Massimo sfogliava con l’aria di chi ha scoperto un tesoro, mentre
Anna gli descriveva le fotografie, quelle che poteva conoscere dai
racconti di Livio.
Chiese di portare a casa l'album per studiarselo. Voleva
catalogare le foto, dividerle esattamente per periodo, questo gli
avrebbe permesso una maggiore chiarezza ed uno sviluppo ordinato
della sua analisi, così Anna, dopo alcune resistenze,acconsentì.
Livio non voleva vederlo quell’album, quando glielo mostrò andò su
tutte le furie.
Nessuno aveva il diritto di scavare nel suo passato senza il suo
permesso, quello che voleva, che si poteva ricordare, glielo
avrebbe raccontato lui, il resto no, non si doveva.
Nel rivedere certe foto piangeva come un bambino, e certi giorni
avevano dovuto persino interrompere la seduta.
Una foto che lo colpì, era quella che lo disegnava all'asilo.
Dopo averla guardata quasi sorridendo, cambiò umore e cercò di
strappargliela dalle mani.
Massimo gli disse di calmarsi, ma lui non sapeva come, non sapeva
spiegarsi perchè quella foto gli dava così tanto fastidio.
Diceva di sentire la stanza stringersi e mancargli l’aria e le
mosche battere piu’ forte, forte.
Per quel giorno si fermarono li.
Durante lo studio dell’album, confrontandolo con i suoi racconti,
Massimo ipotizzò che Livio poteva aver completamente rimosso
tutti gli avvenimenti per lui restrittivi.
L'asilo lo aveva sconvolto. Perché?
Era senz’altro il primo luogo di regole, di riduzione della
libertà personale, il primo contatto con l’istituzione, la prima
fase di massificazione.
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Per verificare questa impressione pensò di mostrare a Livio in
modo particolare le foto della scuola, del militare, della laurea,
del matrimonio e infine del suo studio di avvocato.
Bene, a tutte queste immagini Livio reagì allo stesso modo, con
crisi respiratorie, attacchi di mosche e fughe.
Sembrava che le sue idee si difendessero, subendo una nuova
pressione, un nuovo attacco, non già reale,concreto, ma solo
virtuale.
Era la sua seconda memoria, la memoria emotiva, una pellicola su
cui erano incise tutte le sue emozioni, capace di condizionarlo e
di far impazzire le mosche.
La sola vista di quelle immagini metteva in azione tutti i
meccanismi di autodifesa della sua coscienza, che si sentiva
attaccata, minacciata, anche se tutto accadeva solo nella sua
realtà interiore; quella in cui Livio, in fuga, era immerso
maggiormente.
Il sogno.
Una notte fece un sogno che lo scosse profondamente, e che
sembrava provenire dalle sue viscere, dalle sue radici inconsce,
più profonde e più tormentate.
In questo si trovava nella sua camera, a casa della madre, e
facendo pulizie trovò la sua vecchia divisa militare.
Non riusciva a crederci, era proprio la sua vecchia divisa!
Quanti ricordi in un attimo, la caserma, i suoi amici commilitoni,
il viale del paese dove passava le libere uscite, la stazione ed
il treno che lo riportava a casa, con i suoi odori, le sue voci,
le sue facce stanche ed i suoi paesaggi persi nell’affanno della
corsa.
La guardò bene, la madre l’aveva conservata con cura. Era un pò
stropicciata ma dopo tutti quegli anni ancora in buono stato.
La sfoderò, l’appoggiò sul letto, distendendola in tutta la sua
ampiezza, e sentì il tessuto solido, robusto al tatto.
Pensò di indossarla.
Chi sa che effetto avrebbe avuto su Anna e su Massimo?!
Gli andava ancora bene, segno che tutto sommato non era cambiato
poi così tanto.
Così sela sistemò, tirandola da tutti i lati, e l’abbottonò con
cura, prima di iniziare a camminare con passo deciso nel
corridoio, a mò di marcia.
Era quasi giunto dai due in cucina, quando passando davanti allo
specchio vide la sua immagine riflessa dondolare nel buio, come
se avesse avuto una corda al collo.
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In un attimo gli mancò il respiro, e si svegliò di soprassalto,
sudato.
Si toccò la testa per capire se fosse sveglio, e si guardò
intorno, ma non c’era nessuno.
Ansimava, muovendosi tantoni al buio, mentre quell’ immagine
continuava a dondolare davanti ai suoi occhi.
Si alzò, e affannosamente aprì la finestra, stringendo le mani
alle orecchie per far star zitte le mosche, mentre la notte,
lucente e feroce, si stendeva sulle strade, sui giorni e sui
fiori, scivolando fino in fondo al suo cuore.
Il tempo passava e proseguivano i suoi studi.
Stava recuperando buona parte delle tecniche di pianoforte, e
sembrava che questo lo aiutasse a ritrovare se stesso, un se
stesso sempre più distante dal suo passato, da un passato sempre
più insopportabile.
Nei momenti di stress, di pressione, però, le mosche si facevano
ancora sentire, e la musica non bastava, aveva bisogno del suo
televisore.
Massimo continuava nel suo lavoro, e visti i miglioramenti, gli
propose di visitare alcuni posti del suo passato.
Livio chiese a cosa poteva servire, c’erano le sedute, i suoi
racconti, il pianoforte, ma Massimo dovette insistere. Era per
favorire il confronto diretto con le esperienze vissute. Una nuova
visione degli stessi posti ed una nuova percezione delle
esperienze fatte, poteva servire a rileggere la sua storia da
un’altra ottica, fornendo nuovi punti di vista, nuove aperture, e
a superare i traumi passati.
Livio non era pienamente d’accordo, convinto che sarebbe servito
solo a riaprire vecchie ferite, ma rispettando il lavoro del
medico, se pur a malincuore, accettò.
La chiesa era deserta. Don Alfonso stava sistemando l’altare per
la messa quando li vide entrare.
Aveva dei fiori in mano, e sorrise andandogli incontro, ma Livio
lo salutò a stento.
Anna e Massimo si scusarono, spiegandogli del suo malessere e
pregandolo di non darci peso, mentre Livio s'allontanava.
Si guardava intorno, dondolando tra le mani il suo televisore
portatile e accennando a una cantilena da bambini. L’odore
dell’incenso lo inebriava e spaventava insieme.
Don Alfonso gli si avvicinò, insieme ad Anna e Massimo, ma lui si
scostò, avanzando verso l’altare.
27
Qui si fermò per alcuni attimi, seguito a distanza dallo sguardo
rispettoso ed urgente degli altri, ma sentì subito la testa girare
e le mosche ronzare violentemente.
Si immaginò battezzato, ancora neonato, e rivide la sua prima
comunione, e poi la cresima, il matrimonio.
Anna col suo vestito da sposa, piena di vita e di speranze,
accanto a lui, ad un passo dall’altare, e sua madre seduta li
vicino, che lo guardava piangendo, tra sorrisi, baci e abiti
nuovi per l’occasione, mentre il prete, sopra di loro, pronunciava
le sue parole.
Allora si sedette, con le mani strette alle orecchie, e accese
voracemente il suo televisore portatile, prima di scoppiare a
piangere, in un lamento vuoto e disperato, in un urlo, sordo,
cieco e buio, che rimbombò come un tuono per tutta la chiesa.
Fine terapia.
Dopo la visita in chiesa Massimo decise di fare un resoconto.
Dal confronto di tutte le cartelle, il dato che emergeva era che
ogni situazione in cui c'era una limitazione della libertà,
derivata da scelte imposte, convenzionali, che non erano
espressione dai suoi desideri veri, della sua volontà, e che non
esprimevano la sua identità specifica, lo faceva star male.
Era evidente che l’adesione, l'allineamento ad una coscienza
massificata l’aveva danneggiato, distrutto, mandando in frantumi
la sua identità.
Poteva un uomo sopportare quella limitazione senza riceverne
grossi disagi, senza riportare una mutilazione dell’anima?
Poteva un individuo vivere all’ombra di se stesso, ignorando la
sua vera natura, la sua vera identità?
Quanto avrebbe potuto reggere la maschera? Quanto avrebbe potuto
sopportare la sua mente?
Diventava allora necessario ritornare a se, recuperare la propria
storia, il proprio cammino, riscattare quell’ identità violata,
negata, nascosta, vivendola fino in fondo.
Per qualche giorno Anna non andò a trovare Livio, pensava che in
fondo non la meritasse, che se lei era solo un errore per lui,
era inutile e anche dannoso continuare ad aiutarlo.
Massimo non trovò parole per contraddirla, in fondo lo pensava
anche lui visti i fatti, e alla fine lei sene andò.
28
A Livio non disse niente, e lui non chiese; non vedendola più,
capì.
Gli fece male, ma sapeva che prima o poi sarebbe accaduto.
Sapeva che lei, insieme alla piccola Cristina, era uno dei
personaggi di un romanzo, di una storia, che qualcun altro aveva
scritta per lui e che gli era stata imposta, come copione, con
tanto di manifesti, di ruolo, di apparizioni, con nome e cognome,
con un lavoro, con un costume, con delle idee, delle verità, dei
pensieri, delle frasi già scritte, senza che bisognasse il suo
pensiero, la sua partecipazione reale.
Una volontà confezionata, congelata, pronta all’uso, che si
sovrapponeva alla sua, eclissandola, nascondendola, zittendola,
come un bavaglio, una medicina da assorbire un pò alla volta,
semplicemente, insieme ai titoli di studio, agli obiettivi, ai
desideri, alla felicità ed all’infelicità, una volontà comoda ed
accomodante, piena di amici e di accoglienza, priva di
contestazioni, condivisa, rispettata, accettata, normale, giusta,
ma in quanto falsa, con degli inevitabili effetti collaterali, con
delle inevitabili controindicazioni.
Gli era stata imposta quella storia, con gentilezza, garbo, buona
educazione, da volti familiari, amici, istituzioni, con una
violenza molto sottile, che puniva la mancata adesione con la
solitudine, con l’emarginazione, con l’alienazione, ma che
paradossalmente l’aveva inghiottito riconducendolo come un
disertore alla stessa punizione, con l’unica colpa di non aver
capito quanto la sua libertà d’artista lesa non avrebbe mai potuto
tacere.
Massimo continuò a tenere la terapia, con regolarità ed impegno,
pur senza la presenza di Anna e della sua famiglia, ma dopo due
anni le cose erano ferme.
Livio s'era stazionato, studiava il pianoforte e con i soldi
risparmiati e una piccola pensione riusciva a sopravvivere.
Di lui s'occupava Sara, una vecchia tata che aveva consigliato lo
stesso Massimo; e per il momento andava bene così.
Si rendeva conto che il suo lavoro era finito, e che adesso
toccava a lui, toccava solo a Livio riprendersi la sua vita,
ricominciare da dove aveva sospeso, da dove il tempo s’era
fermato.
Livio non contestò, sapeva che era la verità. Sapeva che senza
Massimo sarebbe stata più dura, ma che doveva continuare da solo,
che era la sua strada, e che poteva percorrerla solo lui.
Massimo si sedette al pianoforte, lo guardò, scivolò con la mano
su alcuni tasti, ed accennò qualcosa, sorridendo e guardando
Livio.
29
L: E così tene proprio vai dottore?
M: Si Livio, mene vado.
L. Ma la vecchia Sarà come farà senza di te? Chi le dirà quando il
telefono squilla o quando suonano al campanello?
M: Ci sei tu. – sorridendo -
L: Io? Ma io suono, e sento ancor meno di lei.
M: Beh, allora prendi un cane, un cucciolo ti sarebbe molto utile.
L: Si, un cane è proprio una buona idea. Tela immagini Sara che
scappa ogni volta che lo vede?
M. Si, la immagino. Ridendo insieme a Livio.
Dopo una pausa; avvicinandosi.
M: Ciao Livio. Abbi cura di te. – tenendogli il volto
tra le mani e guardandolo negli occhi.-
L: Ciao dottore, e grazie di tutto.
M: Ricordati che ogni uomo ha il diritto di essere felice.
-Mettendogli una mano sulla spalla.-
L: Lo so. – sorridendogli.-
M: Ciao. – abbracciandolo ancora una volta.
Il manifesto.
Erano passati otto anni da quel giorno e Massimo e Livio non
s’erano più incontrati.
Era d’inverno e Massimo si fermò a leggere dei manifesti che
regalavano il solito repertorio, elezioni politiche, facce in
bella mostra e pubblicità.
Tra questi uno annunciava il concerto della “Piccola Orchestra”
diretta dal Maestro Livio Arti, tenutosi qualche giorno prima in
un teatro poco distante.
Rilesse più volte quell’annuncio, tra soddisfazione, speranza ed
incredulità. Non riusciva a crederci. Era proprio lui, Livio!?
In un momento si affollarono nella sua mente le immagini passate,
vivide e presenti, gli occhi vuoti di Livio nell’ospedale, e la
rabbia di Anna, e poi alla finestra ad ascoltare Beethoveen, e
seduto al suo pianoforte, nella casa della madre.
“Chi sa com’e’ adesso?” pensava, che avrebbe detto, sel’avrebbe
riconosciuto. Avrebbe voluto parlargli, complimentarsi con lui,
riabbracciarlo!
“Avrei dovuto chiamarlo in tutti questi anni, chi sa come sarà
stato?” Ma aveva avuto paura, paura di un fallimento, paura di
riaccendere speranze infondate, e così era sparito, sfumato, come
un’ombra che si confonde, leggera, col buio della sera.
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Forse in fondo, senza volerlo, l’aveva considerato un illuso, un
fallito, solo un pazzo che voleva fare il musicista? No! Non era
così, non poteva essere vero. Era Livio!
“Ma allora perché non l’ho più cercato? Perché l’ho sempre
evitato?”
E più quel dubbio si insinuava nei suoi pensieri, più diventava
penoso e pesante il ricordo e comprese solo allora pienamente
come un individuo potesse essere devastato, imprigionato negli
schemi di una mentalità prevalente, che si impone sul singolo,
divorandolo, massificandolo, riverberata da mezzi di informazione
potenti e credibili, capaci di diffondere un’idea conferendole
un’autorità schiacciante, rendendola legge morale ed etica,
rendendola desiderio, verità, volontà e poi progetto; logorando
così la concreta possibilità democratica del pensiero individuale,
ridotto nei fatti ad un ristretto nucleo di idee indotte, protesi
morali, comportamentali e di pensiero, chiamato cultura
dominante.
E pensò alla bellezza Massimo, in ogni sua forma ed espressione, e
a quella che dimora nella musica e in ogni arte, capace di
nascere dalle emozioni e di generarle, per sedimentarle e
custodirle nei sentimenti, radici delle identità, fonti di verità
e saggezza; e al suo immenso potere di curare l’anima, di
guarirla, di farla rinascere, come una seconda madre.
Rilesse più volte l’annuncio non riuscendo ancora a crederci,
e prima di avviarsi si sedette su una panchina, guardando il
cielo e respirando profondamente, e pensando a Livio e alla sua
storia, alla sua vita scivolata nella propria.
E s’immaginava di vederlo li, sdraiato su una stella che rideva e
canticchiava uno dei suoi motivi, tanto per giocare, tanto per non
sentire il dolore, mentre lui perso nel suo cappotto, lo guardava
da giù confuso e perduto nei suoi giorni e nei suoi tormenti,
chiedendogli di cantare ancora, di suonare ancora.
La via era deserta a quell’ora, e la luce dei lampioni, fusa a
quella della luna, giocava nelle pozzanghere, affianco a passi che
rimbombavano nella strada, nuda sotto il cielo aperto, mentre da
una finestra in fondo alla via, il suono di un pianoforte
arrivava, dolce e vivo come gli occhi di Livio.