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LETTERATURA

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 PUBBLICATO SU CORRIERE SALENTINO

Nazario Tartaglione

 

ANIMA

 

 

MECCANICA

 

“Mi sembra molto ragionevole la credenza celtica secondo cui le anime di quelli che abbiamo perduto, son prigioniere entro qualche essere inferiore, una bestia, un vegetale, una cosa inanimata, perdute di fatto per noi fino al giorno che ci troviamo a passare accanto all’albero, che veniamo in possesso dell’oggetto che le tiene prigioniere.

 Esse trasaliscono allora, ci chiamano e non appena le abbiamo riconosciute, l’incanto è rotto. Liberate da noi, hanno vinto la morte e ritornano a vivere con noi.

 Così è per il nostro passato. E’ inutile cercare di evocarlo, tutti gli sforzi della nostra intelligenza sono vani. Esso si nasconde all’infuori del suo campo (all’infuori della nostra intelligenza, della nostra volonta’),  e del suo raggio d’azione, in qualche oggetto materiale (nella sensazione che ci verrebbe data da quest’oggetto materiale) che noi supponiamo.“

                                                                                               De ” L’intermittenza del cuore”.                                                                                                              Marcel Proust

  

ANIMA MECCANICA.

 

Al suo risveglio Stewart si guardò intorno, accecato dalla luce bianca del neon confusa alle scene del film appena visto, mentre la faccia di  Mike lo guardava sorridendo.

 

Cosa c’è, non t’è piaciuto il film, dottore? Era Arancia Meccanica, un capolavoro. Non mi dirai che un cervellone come te non conosce Kubrick?

 

Stewart provò raddrizzarsi ma si accorse di essere legato al letto. L’unica cosa che poteva muovere era la testa.

 

- Lei chi è? Disse, mentre la luce gli bucava gli occhi.

- Sono un tuo ammiratore, Stewart. Uno che apprezza il tuo lavoro di medico.

- Se non mi libera immediatamente finirà male giovanotto! provando a  schivare la

   luce.

- Che c’è non ti trovi bene sul mio lettino, Stewart? Una volta  tanto sei tu su un lettino,

   bello mio.  Scagliando  la mazza sulle sue gambe e sghignazzando al suo urlo.  

 

- Bene, veniamo a noi dottore dei miei stivali. Allontanandosi verso il computer.

   Mi hai chiesto chi sono. Telo ricordi questo? Mostrando la foto di suo padre, Joseph.

- No. Rispose  il medico.

- Non lo conosci, brutto pezzo di merda!? Adesso ti faccio vedere un’altra foto così

  vediamo se si schiarisce la memoria! Urlò, avvicinando agli occhi di Stewart una  

  seconda foto di Joseph  in sedia a rotelle.

- Le giuro che proprio non saprei. Disse Stewart, tossendo.

- le giuro che proprio non saprei. Le giuro che proprio non saprei. Improvvisando una danza e agitando il legno in aria. Questo è  mio padre,   dopo essere stato operato da te!  Urlò, alla fine di una  pausa in cui lo osservò fisso negli occhi, digrignando i denti  e picchiando  un altro    colpo  sulle sue gambe.

- Aaaah! Ma cosa vuole da me?! Supplicò Stewart, piangendo…

- Voglio farti provare quello che ha provato mio padre, bastardo che non sei altro!

   Rispose, bevendo da una bottiglia d’acqua e asciugandosi la bocca con le

   mani.

 

Il computer era acceso e  portava  sul desktop la copertina del film appena proiettato sulla mente di Stewart.

 

- Hai appena visto un film  ma la pellicola non ha la fonte emotiva, storica, identitaria e non può trasmettere emozioni.  Io non sono Lenny Nero e qui non siamo in Strange Days ne in Brainstorm, così sei stato solo uno spettatore. Adesso invece ti farò vivere qualcosa.  Ti  collegherò al mio sistema e  inserirò dentro di te l’Anima Meccanica. Disse dirigendosi verso l’incubatrice cardiaca.

 

Vedi questo? Questo è il cuore di mio padre, che batte ancora per me in questa incubatrice. Contiene tutte  le emozioni e gli stati d’animo della sua vita, ed è  collegato al cervello elettronico con dei cavi in fibra umana capaci di comunicare dati emotivi. Il computer li elaborerà eseguendo il programma  da me creato e realizzerà le relative immagini esteriori ed interiori, giungendo  così  agli eventi, alla storia  e  

all’intera vita di mio padre, che io trasferirò nella tua mente,  pronta per esser rivissuta.

 

Mike aveva spostato  le luci e Stewart riusciva finalmente a guardarsi intorno.

Vedeva il computer e l’incubatrice e sentiva i cavi in fibra umana che, fissi sulle sue tempie,  lo collegavano al sistema.

 

- Tutta la storia  di mio padre è qui, archiviata per te,  solo per te. Ogni anno, ogni mese, ogni giorno,  ogni attimo, divisa per esperienze, per stagioni, per intensità di dolore. Ordinata e selezionata  per farti  soffrire quello che ha sofferto lui.

 

 - Non è possibile trasferire dati emotivi. I ricordi e le emozioni non si possono trasmettere. Le esperienze non si possono conservare e rivivere all’occasione.  La ricerca non è ancora arrivata a tanto. Disse il medico ansimando.

 

- Che ne sai tu di ricerca, dottorino spezza gambe!? Che ne sai tu della mia Anima Meccanica, eh!? Rispose Mike asciugandosi  il sudore.

 

Il rumore dell’incubatrice e del suo battito assordava la stanza, fisso e  immutabile e  mentre  al computer, Mike ascoltava musica  e canticchiava, Stewart si guardava intorno in cerca di una via d’uscita  quando  sentì  una scossa ed un brivido invaderlo, chiudergli  gli occhi  e precipitarlo in sala operatoria.

 

Era disteso sul lettino del suo ospedale ed era lui stesso che operava. Aveva un problema alla schiena, una cosa da niente, “la  dimetteremo presto”, gli aveva rassicurato il medico.  

Pensava a casa, al suo piccolo  Mike  e a Monica, e questo lo rasserenò per un pò.  Poi  l’anestesia lo rapì.

Quando si risvegliò, dopo l’operazione, sentì un dolore fortissimo alla schiena ed alle gambe, che non riusciva a muovere e piangendo chiamò gli infermieri.

Il suo respiro era pesante,  parlava a stento e vide la stanza ruotare, forte, sempre più forte, fino ad inghiottirlo, fino a farlo svenire.

Gli iniettarono morfina più volte, ma i dolori riprendevano subito dopo. Ebbe un collasso e fu trasferito d’urgenza al Grand Hospital, dove gli dissero la verità.

Un dottore  gli comunicò che l’operazione era andata male e che lui sarebbe rimasto sulla sedia a rotelle per sempre. -Si rassegni.- disse il medico uscendo di fretta dalla stanza.

 

Stewart vide gli sguardi degli infermieri  e del fratello precipitare su di lui come  grandine su un campo di fragole e chiamò la madre con tutto il fiato che aveva in gola, ma Emma non c’era più da quattro anni ormai e le sue urla si infransero contro la luna incantevole che splendeva sopra di lui,  mentre la notte stendeva  le  tenebre su tutta la sua vita.

Fu operato altre due volte e la morfina l’aiutò ancora prima d’esser dimesso.

 

 

Era passata un’ora dal brivido quando  fu risvegliato dalle risa isteriche di Mike.

Come va, Stewart? È andata bene l’operazione?

Acqua. disse il medico con un filo di voce, svenendo.

 

 

 

L’email di Christopher riportava precisamente:

 

23 maggio  2075, ore 16.00

Esame di Laboratorio.

Prof. Richard M.

Facoltà di Chimica e Medicina.

 

Mike fatti sentire ti prego, è una settimana che ti cerco,

senza il tuo aiuto non cela farò  mai!

Firmato, Christopher.

 

Mike lesse l’email ma non rispose, cestinandola, con la musica che vibrava nelle sue cuffie  e il cuore del padre che continuava a sbuffare nella incubatrice.

 

- teli ricordi questi, dottorino? Mostrandogli dei vecchi giornali.- senti un po’ che c’è scritto, brutto pezzo di merda! “Giovane falegname costretto su una sedia a rotelle a seguito di un’operazione sbagliata. Aperta un’inchiesta per appurare le reali responsabilità. I medici rigettano tutte le accuse.”  - E poi senti ancora quest’altro.-
Appoggiando i fogli di giornale letti sulle sue gambe immobilizzate. “ “Ancora un errore medico al J.M. Hospital. Un uomo costretto sulla sedia a rotelle.”   E questo, questo e quest’altro ancora! Facendo scivolare i fogli  sulla sua faccia. - Che ne dici, dottorino, niente male per rovinare la vita di qualcuno, no?

 

Stewart non rispondeva,  frastornato e smarrito. 

 

- non rispondi eh! Canaglia! Vigliacco! Ascolta bene, ascolta! Aprendo un altro foglio di giornale. Questa è di qualche anno dopo. “ Archiviata l’inchiesta sul J.M. Hospital, non sono state riscontrate irregolarità nelle procedure sanitarie”. – Nessuna errore medico   al J.M. Hospital. Medici prosciolti-.

 

- Hai capito, è stato archiviato tutto! E chi è finito sulla sedia a rotelle ci rimane! Non è vero, dottorino?!

 

Stewart lo guardava confuso alla luce del neon che gli precipitava negli occhi.  Non aveva mai sentito  la lingua e la gola così  secche e chiese un po’ d’acqua.

- se è stato archiviato tutto vuol dire che non ci sono responsabili, Mike. Lasciami andare. Sussurrò.

 

-non ci sono responsabili!? Lasciarti andare!? Certo ti lascerò andare, ma su una sedia a rotelle!  Mentre la risata che usciva dalle sue viscere, inghiottiva i muri di quella cantina, frantumando ogni speranza.   

 

Gli aveva dato del brodo di maiale freddo e Stewart s’era addormentato subito dopo averlo bevuto.  

- Un maiale non disgusta i suoi simili, vero? Aveva  detto sistemandogli la cannuccia; ma lo voleva subito sveglio per un altro viaggio che come un lampo lo fece sussultare e gli dilatò gli occhi.  

 

Non sento niente, ma proprio niente James, disse Stewart in macchina, toccandosi le gambe. Non ci pensare,Joseph, rispose il fratello, con gli occhi rossi di pianto,   rivedendo nel  suo sguardo smagrito quello del padre, in bottega,  dove  lavoravano il legno tutto il giorno, senza tregua, e così  risalendo  fino ai giorni di scuola, ai sogni del tempo   e  al loro primo ballo, quando Joseph, elegante  come uno sposo, conobbe Monica, sene innamorò e la  strappò a Billy W., dopo una gara di rock’n’roll e  una scazzottata in piena notte.

 

Monica l’aspettava sulla porta di casa. Erano arrivati finalmente.

 

Vieni, prendigli la carrozzina per favore, che io lo tengo. Disse James, guardando  la cognata terrorizzata, che si avvicinava inciampando.

Ecco qua. Balbettò lei, aprendo la carrozzina e distaccandosi subito dal ferro,

per poi osservare quell’uomo paralizzato  e  scappare in casa piangendo, mentre

James gli diceva di non farci caso, che le donne erano fatte così, e con un bel salto sistemava quel sederone sulla sedia, annunciando l’arrivo di Willy la Lucertola, che a braccia aperte lo salutò, calandosi ed abbracciandolo.

 

-         ben tornato Joseph, ti aspettavamo tutti nel quartiere. Sorridendo e spiando per un attimo le sue gambe immobili sul ferro della carrozzella.

-         grazie Willy, mi fa piacere rivederti.

-         come stai? tenendogli una mano sulla spalla.

-         come mi vedi, amico.

-         fa male?

-          In ospedale è stata dura. Disse Stewart.

-         ti rimetterai presto, campione. Noi abbiamo la pelle dura, aggiunse. Ridendo e battendogli una spalla.

-         si, abbiamo la pelle dura. Vero,James? Rispose Stewart, voltandosi a cercare l’accordo del fratello per ingannare il dolore.

-         certo, quelli  della nostra pasta non si buttano a terra  così facilmente! Rispose l’altro, scoppiando a ridere insieme a Willy  che raccomandò  di riposarsi e di non fare sforzi inutili.

-         lo sforzo sarà abituarsi a questa. Battendo con una mano sulle ruote della sedia.

-         Rosalyne mi ha detto  che ha un cugino  medico che si occupa di cose del genere. Se dovesse servire…

-         ringrazia pure tua moglie da parte mia  Willy, mene  ricorderò, ma dopo l’operazione c’è  una cura da fare…

-         certo, certo. Aggiunse l’amico, sforzandosi di distogliere lo sguardo dalla sedia.

 

James gli ricordò devi vecchi tempi, delle partite di basket a casa di Jhonny il Duro,  della sorella e delle sue mutandine  lasciate intravedere dal balcone,  delle scorrazzate in macchina  e delle sbornie del sabato sera, con Willy che rideva fino alle lacrime, per truccare la rabbia, mentre  un pallone in corsa, seguito dall’affanno di un ragazzo, picchiava la carrozzella.

 

Stewart provò a prenderlo, ma le sue gambe avevano cessato d’esistere, erano solo una gabbia ormai,  che lo teneva legato alla terra, al suo corpo e a quel sedile che non avrebbe più lasciato per tutta la  vita, così strinse forte le maniglie e, tremando, guardò il cielo azzurro che come una beffa si  specchiava nei suoi occhi, mentre il ragazzo tornava alla partita, la Lucertola sene andava e la plastica delle ruote apriva la porta di casa.

 

Ad aspettarlo solo un acquario, il dondolio dell’orologio e il battito disperato del suo cuore. 

 

 

Al ritorno dal viaggio Stewart non riusciva ad aprire gli occhi.

Provò a muovere le mani e ad alzarsi e sentendo ancora la carrozzella sotto di lui,  chiamò Monica. Furono  la voce di  Mike e il suo verso da topo  a  dirgli che era  ritornato nel suo letto e che l’incubo  era solo iniziato.

 

 

 

- Sono solo sogni Mike, solo sogni del cazzo. Disse Stewart ansimante, innervosito dal riso del ragazzo. - Una canna farebbe più effetto. - Aggiunse, tossendo. - La tua Anima Meccanica non funziona. Mi dispiace, genio.  Trascinando il respiro.

 

 

Avevano suonato alla porta. Nel videocitofono della cantina Mike vide Christopher col suo cane e gli disse che l’avrebbe chiamato lui, che era appena tornato e che c’aveva da fare. Chirostopher insistette, ma lui riattaccò, scollegando  il citofono.  

 

 

- Dici che sono solo sogni,  eh, dottorino?

- Si, Mike. Sono solo sogni, e adesso liberami e fammi andare via di qua.- Parlando

  molto lentamente.

- Lo sapevo che l’avresti detto, è nel tuo stile denigrare, svilire sempre il   

   lavoro degli altri, soprattutto se non si appartiene al tuo rango. È  vero, dottorino?!  

   Scagliando il bastone sui piedi del letto.

 

Allora mi toccherà spiegarti la differenza tra il sogno e la mia Anima Meccanica.

Ascoltami bene, Stewart,  non lo ripeterò. Inginocchiandosi e parlandogli quasi all’orecchio.  

 

- Nel  sogno si verifica un evento interiore originale, con emozioni vergini, immagini vergini, prodotte dalla propria mente, invece  con l’Anima Meccanica si vive interiormente un’esperienza  già vissuta da altro essere, con le sue emozioni, le sue immagini esteriori ed interiori.

 

Il cuore comunica le emozioni al computer, il computer ricava le relative  immagini esteriori, cioè l’accaduto, e  le immagini interiori, cioè la raffigurazione mentale dell’emozione, il tutto passato dal cervello elettronico al  tuo cervello.

 

Io non ti do solo i fotogrammi  dell’esperienza vissuta da un altro. Io ti  do i suoi occhi e il suo modo di vedere il mondo,  il suo cuore e  il suo modo di sentire il mondo. Io, ti do la sua anima.

 

Dopo qualche ora…

 

-Devi prendere solo liquidi, non voglio maiali caconi nel mio laboratorio, dottorino.

-Qualcuno mi cercherà e risaliranno a te. Sei ancora in tempo per liberarmi Mike,  

  sono solo due giorni. Liberami, ti prego liberami! Disse piangendo, disperato.

- Perché dovrebbero risalire a me, dottorino? La targa della macchina era truccata e non 

  c’erano nessuno  in giro quando ti ho dato quel passaggio.

- Ti troveranno, Mike e finirai in galera. Liberami adesso e dimentichiamo questa

  faccenda. Quasi soffocando per la morsa dei nodi.

- Nooo! Non c’è niente da  dimenticare!  Avvicinandosi al volto di Stewart e   

   sbattendo il  legno sul bordo del letto. Non si può dimenticare una sedia a rotelle che   

   ti porti sotto il culo per tutta la vita! Non si possono dimenticare due gambe morte che  

   devi trascinare come cani per tutta la vita! Non si può dimenticare niente,  

   Stewart! Allontandosi verso il computer e sussurrando “Il cuore non dimentica,  

   maiale.”, prima di confermare la funzione che gelò il sangue del medico e lo rimandò  

   nel salone vuoto di casa.

 

Monica, su non fare così. Disse James spingendo la carrozzella fino al centro della sala. Dove sei, Monica? Quasi urlando, severo.

 

Il  pianto di Monica aveva sceso le scale e s’era seduto sulle gambe di Stewart che lo accarezzava come un cucciolo, pregandolo di fermarsi.

- Vieni qui, amore. Ti prego. Monica!

 

Alle sue parole un’ombra sola si affacciò sulle scale, insieme a due occhi spauriti che avevano smesso di giocare.

 

 Mike, vieni qui dallo zio, su, da bravo. Disse James inginocchiandosi per accogliere la corsa del piccolo.

 

 

- Ciao, papà. Cos’è questa? Segnando col dito la sedia.

- È una sedia con le ruote, Mike. Più comoda per camminare, no? Rispose James, - 

  mentre Stewart evitava gli occhi del figlio.

- una sedia con le ruote?  Osservandola.

- si, Mike. Proprio così. non è curioso?

- Poi mi fai fare un giro, papa?

- certo, rispose lo zio. Mentre Stewart si guardava intorno spaesato.

- papà? Dove sei stato in tutti questi giorni?

  Stewart non rispose, spingendo la sedia verso una  vecchia  foto con  Monica.

- Mamma piangeva sempre, lo sai? – 

- adesso papà è qui e puoi dire alla mamma di scendere e venire a salutarlo. Su,

   svelto, va a chiamarla! 

- adesso?

-si,adesso. Su, da bravo.  Disse James, accompagnando con un sorriso la corsa del

  piccolo per le scale.

 

Aspettarono  fino a sera ma Monica non scese, e non scese mai più, lasciando le  sue ultime parole  ad un biglietto sul tavolo in cucina.

“Non cela faccio. Perdonami. Monica.”

 

Quando Stewart lo lesse il cuore gli esplose in mille pezzi.

Non riusciva a credere a quelle parole. E’ solo uno stupido biglietto, si diceva. 

 La  mia Monica! Non può essere vero! Ruotando nervosamente la sedia a rotelle che sbatteva contro il tavolo, contro  le sedie, contro il muro e  contro il silenzio insopportabile di  quella casa senza di lei, e  chiamando  Monica! Monica! Monica! con tutta la forza, con tutta la rabbia, con tutto l’amore e la disperazione che conosceva, inghiottiti dal deserto del loro giardino, dal rantolo delle poche foglie che si trascinavano al vento  e dall’urlo cieco che svegliò Mike, in lacrime.

 

- Cosa c’è, papà. Perché hai urlato? Piangendo e stringendo il suo peluche, in pigiama, accanto alla porta.

 Stewart non rispose, dondolando, a testa bassa, nei riflessi del sole impigliato sulla finestra chiusa.  

- Papà? Avvicinandosi. Perché hai urlato? Asciugandosi le lacrime e soffiando il

  nasino.  

- Mamma sen’è andata, Mike.

 

Al ritorno dal viaggio Stewart respirava a stento ed era debolissimo.

 

Le operazioni, la paralisi, il ritorno a casa e l’abbandono di Monica  l’avevano sfiancato, tutto quel dolore in pochi giorni non poteva reggerlo nemmeno un toro. Così supplicò  Mike di liberarlo.

 

 

Liberartiiiiiii!  Brutto bastardo! È una vita intera che ci lavoro, che lavoro alla mia Anima Meccanica! E sai per chi?! Eh, sai per chi?! Solo per te! Urlando tutta la sua rabbia sul volto di Stewart.

 

-         liberami, Mike. Abbi pietà. Piangendo.

-         I maiali non apprezzano la pietà. Rispose, ordinando il suo Archivio Esistenziale.

 

Dopo un pò…

 

È arrivata posta, dottorino. Vediamo… Bolletta, bolletta, pubblcità, ah! Qui abbiamo anche l’Associazione Disabili che invita mio padre al Congresso Annuale della città. Non sapete che è morto!? urlando alla busta.

Non lo sanno che il disabile è morto, dottorino. Glielo vuoi dire tu che è morto?

Mostrando la lettera a Stewart, che aveva bisogno di mangiare.  

 

 

Al brodo aggiunse pane duro e acqua, che il medico  a stento riuscì a portare alla bocca e a masticare, sotto il suo sguardo attento e disgustato.

 

- Rimettiti pure, dottorino, rimettiti pure, che domani t’aspetta un altro viaggio all’inferno. Disse spegnendo la luce e chiudendo la porta di ferro  mentre il medico,  legato al letto e a quel buio, sentiva la chiave  esplodere  ad ogni scatto.

 

Al mattino un raggio di sole sopravvissuto ai muri ed alle inferriate svegliò Stewart, che strofinandosi gli occhi vide le sue mani libere, i nodi sciolti e le corde a terra, accanto ad un topo morto. Scese dal letto ma zoppicava, riuscendo a  tenersi in piedi solo appoggiato al bastone lasciato accanto all’incubatrice cardiaca, dove  osservò il cuore di Joseph battere,  gonfio e scuro, legato ai cavi in fibra umana che pendevano  fino al computer spento, ed ebbe un brivido e un conato di vomito che lo fecero cadere.

Diede un urlo e riuscì a rialzarsi e ad avvicinarsi alla finestra chiusa. La aprì, respirò e toccò le inferriate solide, maledicendo Dio e il mondo intero, mentre  passi lenti e inesorabili scendevano le scale.

 

- Cosa fai in piedi, dottorino? Disse Mike chiudendo la porta ed  esplodendo in una risata. Che c’è vuoi scappare? E fammi vedere come faresti, G E N I O ? Ruotando il braccio intorno alla  testa e piegando la gamba a mò d’inchino.

Dammi quel bastone, sei ridicolo! Afferrando il legno e tirando con forza.

Lo sai, m’è dispiaciuto sacrificare il mio topolino, ma è stato troppo divertente vederti dalla telecamera cercare la via d’uscita! Ah ah ah! Cosa credevi che avesse mangiato le tue corde? Ma davvero mi fai così stronzo, Stewart! Colpendolo col bastone e lasciandolo a terra senza sensi, per poi gridare - La mia incubatrice cardiaca ti fa proprio così schifo! Eh!? -

 

 

Era passato un anno dalla partenza di Monica.

In casa c’era Elsa, una vecchia tata che Mike voleva bene e che  chiamava nonna.

 

James andava ogni giorno, portava la spesa, pagava le bollette e si occupava del bambino.

 

Stewart invece s’era chiuso in un silenzio che niente riusciva a rimuovere.

Sentiva la sua vita come una condanna, una pena da espiare che sperava finisse al più presto, così non usciva più di casa, accontentandosi del suo piccolo giardino dove poteva rincorrere dai suoi occhi le corse della gattina, Mussy.

 

James diceva che gli stava cercando un lavoro e che aspettava una telefonata da un amico per un posto da centralinista.- Che cavolo Joseph, dopo tutti quegli anni passati in bottega non vorrai dirmi che ti sei già rammollito, vecchio mio, ah, ah, ah! Stringendogli le spalle, mentre  lui lo guardava, gli sorrideva e tornava ai suoi pensieri.

 

Dopo alcuni mesi Stewart  confidò al fratello che gli capitava sempre più spesso di fare strani incubi, sogni  che  non lasciavano  nemmeno da sveglio, che come una maledizione attraversavano il buio del sonno e sembravano fondersi con la realtà.

- James, credimi, è terribile!- disse passandosi la mano tra i capelli.  

Ah! Non ci pensare. Il fatto e che tu non lavori, Joseph. Disse James versandosi da bere. Il lavoro tiene impegnata la mente, devo ritelefonare per quel posto da centralinista, ricordamelo.

 

Finchè una mattina  uno di questi incubi fece il grande saltò e lo rapì.

 

Stewart sentì un’ombra risalire dal fondo della sua coscienza, agitarsi nella sua mente e chiedere la sua anima. Aveva  la voce della madre da bambina. Lui la scacciò, supplicandola di lasciarlo in pace, ma la piccola si avvicinava sempre di più, sempre di più, fino a farlo cadere dalla sua sedia, urlante, con gli occhi spalancati sul vuoto e sul  terrore.

 

Provò a rialzarsi e a far luce dentro di se, ma non riusciva a sentire il suo corpo, ne a riconoscere la sua faccia allo specchio, mentre il ritmo incessante del cuore  gli squarciava il petto.  

 

Il medico lo visitò e disse che  era necessario un ricovero, ma James si oppose e lo  riportò a casa, dove  peggiorò…  

 

Dopo un mese…

 

Per i corridoi del manicomio la sua sedia ronzava fondendo il  brusio delle ruote alle grida dei suoi compagni di sventura, come farebbe un violino per abbellire una composizione musicale, finchè l’infermiere non  lo scaricò davanti alla porta del bagno. - Ora tocca a te bello. Facci vedere come ti funziona.- Disse ridendo e accendendo una sigaretta.

 

Stewart si fece avanti. A terra c’erano  piscio ed escrementi, e  più in la qualcuno  che, barcollando,  provava a sistemarsi  i pantaloni del pigiama.

 

Si spinse fino ad un vano, entrò, si staccò dalla carrozzella e si sedette.

 

Sulle pareti  c’erano disegni di teste mozzate e di volti, senza denti e senza occhi, che urlavano. Erano i demoni che muovevano la follia di quei dannati, erano i fantasmi che abitavano  quel posto e che un pò alla volta lo stavano portando via, mentre dagli occhi riflessi nello specchio sentiva  la coscienza  e la sua anima  sempre più lontane, inafferrabili,  scomparire in una luce fioca, inghiottite dalla nebbia fitta degli inferi  che ogni uomo si  porta dentro, e non riusciva più  nemmeno a desiderare di morire.

 

 

 

James andava a trovarlo una volta al mese, ma gli era permesso entrare solo nella sala d’incontro e passeggiare nel cortile.

Non credeva ai racconti sbiaditi e soffocati di Stewart e anche quando avesse voluto denunciare, cosa avrebbe ottenuto per lui? Forse ancora ricoveri. Era meglio aspettare, prima o poi  sarebbe stato dimesso.

 

James gli chiese se vedeva ancora Monica e lui gli disse che ogni tanto ci parlava, che  andava a trovarlo. Una volta avevano anche mangiato insieme!

- Ha bene! rispose James. E lei come stava?

- Stava bene, James. Bella come sempre. Ha detto che m’aspetta a casa. Vorrei  

   darti un regalo per lei, ma dille che qua dentro non è permesso tenere regali.

- Glielo dirò, Joseph, glielo dirò.  Mike sta crescendo, sai?

- Ah! Mike, il mio piccolo Mike! 

- A scuola va forte, soprattutto in matematica. È un piccolo genio…

- Davvero, James? Mio  figlio un genio! Passandosi le mani tra i capelli e abbozzando

  un sorriso.

- Si, Joseph. Puoi esserne  fiero.  Mostrando una foto di Mike che riceveva un premio a scuola.

- E’ lui, è mio figlio questo? Guardando la foto, sorpreso. -Grazie,James! Prendendo la foto.

- lui parla sempre di te, Joseph. Ti aspetta.

   - Dagli un bacio da parte mia, e digli che suo padre è orgoglioso di lui. 

- va bene, ma tu, mi raccomando, non  gli combinare casini. Fa tutto quello che ti dicono i medici e vedrai che le cose andranno a posto.

- Si, James. Non faccio casini, sto tranquillo, James.

- Pensa che a casa ti aspettiamo tutti.

- Non vedo l’ora di riabbracciare la mia famiglia, James.

 

Stewart gli parlò ancora di Monica, del loro primo incontro, della loro prima volta, di quanto l’amava e di come gli aveva cambiato la vita, mentre  il fratello nascondeva

tutto il suo dolore  dietro un sorriso che il segnale di fine visita trafisse, asciutto come un pugnale.

 

Prima d’andare James  gli raccomandò ancora una volta di prendere tutte le medicine e di  avere fiducia, che niente e nessuno poteva averla  vinta su un falegname testa dura come lui, abbracciandolo e distogliendo lo sguardo dal baratro aperto nei  suoi occhi.  

- Ci vediamo tra un mese fratello mio. Sussurrò, trattenendo il pianto, con  Stewart che guardava una nuvola spezzata  dalla finestra ferrata.

 

 

 

Dottorino..? Dottorino..? Il  verso di Mike lo svegliò ballando sulla sua faccia, mentre agitava il bastone in aria. Lo vedi questo, lo vedi, dottorino? Eh?! 

Quando ti chiamo devi ritornare. Il file è finito, non tene sei accorto? Che c’è vuoi nasconderti nel sonno, vuoi fregarmi!? Diventando sempre più aggressivo.

 

-         Ti prego Mike, basta, non cela faccio più! Piangendo disperato. Tu  sei  un genio e io lo farò sapere al mondo intero!

 

- Dottorino…, dottorino... Ma per chi m’hi preso? Per  un francescano, per un missionario?  Tu  sei qui per soffrire. La mia Anima Meccanica è solo per te.

Ma dovresti essere contento. Io sto riprendendo tutto e tu passerai alla storia insieme a me. Sei un ingrato! Come pensavo!-  Scagliando un  colpo secco sulle sue ginocchia!

 

 

Cristopher aveva mandato un'altra email.  

Gli diceva che tra una settimana c’era l’esame e che non poteva più aspettare.

 

Mike gli rispose che l’avrebbe chiamato presto e spedendo l’email si rivolse a Stewart.

 

Hai visto, dottorino? C’è chi mi cerca, chi ha bisogno di me per un esame di laboratorio e chimica. Solo tu non mi rispetti. Ma perché non mi vuoi bene,Stewart? Non rispettate nessuno voi dottori. Volete tutto per voi...

Ma cosa c’è a terra? Un cellulare? – Calandosi a raccoglierlo- Hai un altro cellulare e non melo dici, dottorino! Allora mi vuoi proprio fregare! Mi vuoi coglionare!

 

-         no, Mike, ti prego non mi picchiare. È scarico e non ricordavo d’averlo.- Ansimando.

-         Tu hai due cellulari e mi vuoi fregare! Altroché, dottorino! Mi vuoi fregare!  Controllando la memoria del telefono - Ma il cellulare qui non prende, dottorino, sta tranquillo, non può chiamarti nessuno. Scaraventando il portatile a terra e  avvicinandosi minaccioso a Stewart.

-         Che c’è piangi, eroe. E come, un genio della medicina come te che piange per un cellulare a pezzi. A a a , dottorino, andiamo male. Colpendo le sue gambe.

-         Aaahh! Noooo! Basta!   Continuando a piangere.

-         Non mi devi più mentire, Stewart. Avvicinando il legno al suo volto.

-         Ti prego, Mike. Liberami. Ti darò tutto quello che vuoi. Ti darò i miei soldi, la mia casa. Disperato.

-         Dot-to-ri-no. - Agitando il suo bastone dietro la schiena.-

-         Potrai rifarti una vita e sposare mia figlia. Entrare con me nell’alta società.

-         Dot-to-ri-no. – continuando ad agitare il  bastone, sempre più impaziente.-

-         Diventeremo famosi insieme, io, tu e la tua Anima Meccanica.- Pronunciando tutto con intervalli e in affanno.

-         Dot_to_ri_no…

-         Mike! Ti prego!

- Io e te, famosi insieme? Guardando in alto per qualche secondo. - Noo…- Lanciando un  

   file che accecò gli occhi di Stewart e lo  fece ripiombare in manicomio.

 

 

- Hey, ma di che dovrebbe sapere questa roba. Disse Roy sputando nel piatto il suo  

   boccone.

- Di niente se ti va bene, fratello. Rispose l’infermiere servendo ai tavoli.

- Ma sa di merda amico. Hai assaggiato?

 

Stewart si allontanò  dal tavolo, non aveva voglia di mangiare, e comunque non di quella roba, così un infermiere gli disse di tornare a posto, ma lui rispose che voleva guardare il sole.

- Ah! Vuoi guardare il sole? Rimettiti a tavola  immediatamente,Joseph!

- Voglio guardare il sole. Rivolto al cielo, dalla finestra.

 

Anch’io voglio guardare il sole,disse un altro. Anch’io…, aggiunse un altro ancora. Anch’io voglio guardare il sole, urlò Peter,  alzandosi, con la posata di plastica  a mò di pugnale.

-         Hai visto che hai combinato, Joseph, eh!? Ora tutti vogliono guardare il sole!

-         Bravo Joseph. Solo guai mi porti, solo guai. Ma questa volta non la passerai liscia, meriti una punizione  Joseph, una punizione! Allontanandosi furioso.

 

La punizione fu una settimana di isolamento nella Stanza dei Sogni.

 

Stewart ci entrò rintronato dai farmaci e spinto dalle risa degli infermieri che insultandolo gli sbatterono la porta alle spalle.

- Così impari a fare lo stronzo, telo diamo noi il sole, ah ah ah! Allontanandosi nel corridoio.

 

In quella stanza il buio ed il silenzio amplificavano i suoni ed il dolore, trasformando il battito del suo cuore nella corsa cavalcante di un treno, che  lo inghiottiva e lo lasciava tremante e smarrito, mentre  sotto i suoi piedi  lo scricchiolio degli scarafaggi si confondeva alle  urla che dal corridoio inondavano le stanze di quel posto come  un fiume in piena.

 

Si toccò le gambe e le braccia e si strinse, abbracciandosi a quel che rimaneva di se stesso e della sua storia,  nonostante tutto  ancora vivo, mentre nell’oscurità gli occhi si facevano luce e un pò alla volta poterono distinguere la porta chiusa, le imbottiture sui muri e sul pavimento,  una sedia rotta nell’angolo di fronte, e i passi terribili  degli infermieri che gli annunciavano il pasto e insieme il lampo che  dallo sportellino  l’avrebbe riportato per qualche istante ai fotogrammi  di quel girone, dove  Stewart non poteva difendersi dai suoi pensieri, dalle sue ossessioni, dai suoi spettri e dove, in preda all’inferno  che si era aperto dentro di lui, rivide Monica in abito da sposa andargli in contro, avvicinarsi  e mostrare il suo sorriso senza denti, che lo precipitò a terra, ansimante.

Dopo fu la volta di Mike  bambino, che   giocando a pallone gli saltò in braccio senza gambe, cadendo e lasciando il posto a sua madre e suo padre che vide fluttuare nell’aria e ricordargli: - E’ colpa tua se sei finito così. Non hai mai voluto ascoltarci. Quel  lavoro e quella donna non erano per te, figlio mio! Saresti diventato Ufficiale di Marina se solo avessi voluto, Joseph, Ufficiale di Marina! – Urlò la madre girandogli intorno vertiginosamente e svanendo nel nulla, inseguita dalla propria risata e dal pianto di Stewart che si stringeva la testa tra le mani, gemendo la sua dannazione, di notti e  di giorni  che passarono immobili, come fiumi ghiacciati, sulla sua vita, sulla sua storia,  su un tempo statico dilatato dal dolore, che lo lasciò sfinito, lontano,  senza sapere più chi fosse ne dove fosse.

 

Al ritorno di Stewart, Mike stava lavorando all’incubatrice cardiaca, quando lo sentì urlare.

- Ben tornato, dottorino. Com’è stato il viaggio? Hai visto monumenti, belle donne?

 

 

Stewart non riusciva a distinguerlo, confuso alle ombre emerse dall’Anima Meccanica che ormai da giorni  gli riempivano gli occhi. Sussurrava il nome di Roy e diceva che non voleva stare solo in quella stanza buia.

 

- Che c’è, dottorino? Non t’è piaciuta la vacanza? Brutta la Stanza dei Sogni, eh? Ah,ah,  

  ah…

Stewart era sempre più debole e sussurrò a  Mike che sarebbe morto da un momento all’altro se non l’avesse fatta finita.

 

Morto? E perché mai? Ti nutri a sufficienza per sopravvivere. La mia Anima Meccanica ha calcolato anche le energie che il dolore ti porta via di volta in volta. Ogni file, ogni evento indica  il livello di dolore e quello energetico, Stewart. Qui si fa sul serio, non come nel tuo ospedaletto.

 

Mike aveva perfezionato l’incubatrice  e il tonfo del cuore s’era fatto più secco e regolare, rimanendo comunque assordante e continuo.

 

- Hai visto? Senti l’incubatrice come fila, Stewart. È perfetta. - Guardandola soddisfatto.  

Ma non lo sai che t’ho fatto diventare famoso, dottorino? Aprendo il giornale alla prima pagina e mostrandogliela.  “Noto chirurgo scomparso nel nulla. La polizia non esclude nessuna pista ma si sospetta rapimento a fine d’estorsione.” Hai capito? Io  sarei un rapitore, dottorino. Aspettano la mia telefonata e per un pezzo di merda come te mi pagherebbero pure! Ah, ah ah… che dici mi conviene tagliarti un orecchio, eh? o un dito della mano. Siiii,  della mano! Così  non potresti più operare e mi pagherebbero anche di più per risparmiare le tue dita putride.

Agitandogli un coltello affilato e lucente sulla faccia.

- allora, pezzo di merda!? – Avvicinado la lama ad un occhio e spingendo fino alla gola, mentre gli occhi terrorizzati di Stewart annegavano  nel bianco elettrico del neon.

 

- liberami e ti farò avere un grosso riscatto. Telefona a mia moglie, le dirò di non badare a spese. Parlando lentamente e tossendo.

- un grosso riscatto, dici. Telefonare. Mmm… perché no? Facendo finta di pensare, con la mano destra che portava il coltello al suo occhio mancino.

- un grosso riscatto, Mike. Nessuno saprà di te, ti coprirò io. Ti do la mia parola d’onore.

- un grosso riscatto? Come no… Non so se ridere o se incazzarmi, Stewart! Sei un grosso coglione! Più grosso di quello che pensavo! A questo punto la magistratura avrà già disposto il blocco dei beni e quindi addio riscatto, e se telefono mi rintracciano, cara la mi testa di cazzo; e poi non è per soldi che t’ho preso, ma per giustizia. Calmandosi e bevendo un caffè.

 

In internet si riportava il fatto sul Night e Day  News, il più importante sito  dello Stato e nei suoi occhi ci fu per un attimo lo stesso bagliore che da bambino segnò il  ritorno del padre.

- tutto il mondo sa di noi, Stewart e siamo solo all’inizio! Voltandosi verso il medico che gemeva.

 

- Mike, Mike… chiamò Stewart.

- Che c’è?

- Devo confessarti una cosa. Tirando un lungo respiro e tossendo. Non  ho operato io tuo padre.  La firma sulla cartella è la mia ma non sono stato io a operarlo? Respirando di nuovo. -   È stato un mio collega. Se  vuoi ti do tutti i dati e potrai… ansimando ancora… fare giustizia, Mike.

- e perché melo dici solo ora?

- non credevo facessi sul serio. Respirando a bocconi. - La tua Anima Meccanica è un

  capolavoro. -   Posando la sua voce sfinita. 

-è un capolavoro, vero? Lo dici solo per salvarti il culo, veterinario di merda!

Quanto sei stupido, Stewart. Sei stupido! Sputandogli in faccia il suo insulto.

Ma come telo devo dire che nell’ Archivio Esistenziale  c’è tutta la vita di mio padre.

Ci sei tu qui che operi, Stewart, con la tua bella faccetta. Vedi? Non sei tu questo, Stewart!? Selezionando il file e indicandogli lo schermo del computer.  Continui a pensare che io sia incapace, Stewart.

- No, Mike. - Sempre più impaurito.

- Tu continui a credere che io sia stupido, Stewart! Battendo forte sulla tastiera, amareggiato, e ripiombandolo all’inferno.

 

Dopo la punizione Stewart non aveva  più potuto vedere il sole.

L’avevano rubato i fantasmi di quel posto, diceva, gli stessi  che  vedeva staccarsi come ombre dal muro e andargli in contro con corde e gatti morti  per ucciderlo,gli stessi che  sentiva spingere sulla gola col suo cucchiaio fino a soffocarlo, gli stessi  che lo  tiravano giù nel tunnel  che si apriva dal buco del suo materasso e che portava dritto all’inferno,gli stessi che  sussurravano  il suo nome durante i Processi della Santa Inquisizione per mandarlo al rogo.

 

Roy gli disse che c’avevano provato pure con lui a bruciarlo vivo,  ma che era meglio non pensarci e gli  chiese se avesse visto il suo elicottero passare di li.

Aggiunse che era arrivato uno nuovo, uno che aveva ammazzato la moglie e  che c’aveva parlato e non c’era da preoccuparsi,  era un tipo  a posto.

 

Stewart guardò il pavimento  e  s’accorse che una gamba gli sanguinava.

 

-         Gli sanguina una gamba! Disse Roy, muovendo l’eliche del suo elicottero,

      all’inferimiere arrivato dopo venti minuti.

   

-         guarda qua che hai combinato! Solo guai Joseph, solo guai mi porti.

-         È stato il calcio che m’ha dato il tuo amico.

-         Non ti permettere di dire cose del genere! Hai capito brutto fannullone!

-         È stato il calcio del tuo amico.

-         Ripetilo ancora e ti ficco su per il culo questa merda di carrozzella. Gli ringhiò  l’infermiere in un orecchio,  prendendolo e spingendolo in infermeria.

 

In infermeria Stewart dovette aspettare per la medicazione e guardandosi  intorno  vide  uno nuovo, in camice bianco, che parlava al telefono e rideva,  seduto alla scrivania vicino l’archivio.

 

- Beh! Cosa c’è da guardare? Aspetti la tua medicina, no? Gli disse coprendo la

  cornetta  e guardandolo disturbato.

- Si, aspetto la  medicazione.

- E perché mi guardi?

- C’è un topo vicino ai tuoi piedi.

- Cosa?

- C’è un topo vicino ai tuoi piedi!  Alzando appena la voce.

 

L’infermiere scorse il ratto e saltò dalla sedia, facendo appena in tempo a vederne la  coda  scivolare dietro l’armadio.

 

- Cosa c’è? Chiese l’altro ritornato con la garza.

- C’era un topo sotto i miei piedi. –rispose, schifato e preoccupato-.

- Un topo? Ti ci abituerai Frank. Qui è pieno di topi, amico. Vero,Joseph?

 

 

 

Erano passati due anni e James era andato a trovarlo tutti i mesi.

Il nuovo direttore gli disse che non era pericoloso e che non capiva perché l’avessero trattenuto tanto a lungo, così ne ordinò le dimissioni.

 

 

 

Ma chi è ancora? Disse Mike guardando nel videocitofono.

- Sono Wanda, Mike. Ci sei?

- Che vuoi,Wanda?

Stasera c’è una festa da Michael. Ci vieni?

-non lo so.

-ma dai, Mike! che fai sempre chiuso in casa?

- divertitevi, Wanda! Riattaccando.  

 

Stewart era ritornato e, senza riuscire ad aprire gli occhi, si agitava  blaterando il nome degli spettri di Joseph.

 

Uuh! Il piccolino ha paura! Cosa c’è? La Santa Inquisizione, Stewart? Sensi di colpa di matrice cristiana? Non ti preoccupare. I maiali non hanno sensi di colpa, sono quelli di mio padre a farti star male, non i tuoi.

 

Il medico lo guardava ma non riusciva più a capire di chi fossero quella voce e quel volto. Sentiva l’eco delle parole, confuse ed intermittenti, ronzare nella sua testa, insieme al tonfo di quel maledetto cuore, fisso e atroce; e aveva voglia di morire.

 

Cercò le sue mani e le sue gambe ma la morsa delle corde  le aveva atrofizzate e così si perse in un urlo animalesco, asciugatosi in gola, prima dell’ultimo viaggio.

 

 

- Hey, papà. Disse Mike correndogli incontro.

- Hai visto com’è cresciuto,Joseph?

- Mike! Sorridendogli a stento.

- Vieni, papà. Ti sistemiamo qui, vicino a me. Toccando con la mano il sedile

   posteriore.

 

Durante il viaggio in auto Mike cercò gli occhi di suo padre, sentendo  di poter ripercorrere in loro i suoi giorni e  la sua sventura,  così da poter essergli vicino, da poterlo comprendere ed aiutare,  ma non  riusciva a reggerne lo sguardo.

Lo vedeva assente e lo riconosceva a stento. Era dimagrito tantissimo e gli sembrava invecchiato di mille anni. 

Vedeva  le sue  mani tremare  sulla gambe immobili, e il suoi volto cercare il sole sulla strada che fuggiva ai lati del finestrino. Avrebbe voluto abbracciarlo, scaldarlo, ma gli restò distante, diviso dal gelo e dal  muro di nulla che come un raggio di luna  si tracciava nel suo silenzio.  

 

- Hey, Joseph. Vaffanculo l’ospedale. Finalmente! Sorridendo e sbattendo una mano     

  sul volante.

-vaffanculo l’ospedale, James.

-papà, nonna Elsa ha preparato le cotolette impanate. Ti piacciono ancora, vero?

- si, Mike. Le cotolette mi piacciono.

- casa è rimasta la stessa. La tata  ha fatto un ottimo lavoro, Joseph.

-ah! Elsa. Mela ricordo.

- mi aiuta  anche a fare i compiti, papà.

-Mike, digli i voti di quest’anno, su… disse James girandosi brevemente verso il bambino  e seguendolo  dallo specchietto retrovisore.

 

Mike guardò il padre e per un attimo scivolò nel buco nero stipato  dietro i suoi occhi. Provò un brivido e non riuscì a dire nulla; il  suo dolore l’aveva  sfiorato.   

 

Stewart mangiò mezza cotoletta e disse che voleva stare un pò da solo in giardino, dove la sua gattina Mussy  non correva più. Chiese di Monica, e James, guardando desolato  Elsa, gli rispose  che era fuori città per lavoro e che sarebbe ritornata a giorni.

 

Passarono cinque anni da allora e la vita di Stewart si trascinò senza scopo, nei deserti sanguinanti  del suo cuore, fino a quando un pomeriggio Mike lo ritrovò  in bagno, riverso, con i polsi tagliati.

 

- Dottorino..? Dottorino..? Che c’è, sei ancora in viaggio? E pure il file è finito.

Mike gli toccò i polsi. Il medico era morto.

- Un maiale in più, uno in meno, che vuoi che sia. Non è vero, Cristopher?

 

Rivolgendosi all’amico che si agitava su un lettino, legato e con una benda alla bocca,  mentre nell’incubatrice cardiaca batteva il cuore di un rothwailler sbranato in combattimento.