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                                           Lettera da un fantasma

                                                           di Nazario Tartaglione

 

E da qui, e da qui, qui non arrivano gli ordini

a indicarti la strada buona

E da qui, e da qui, qui non arrivano gli angeli…

                                                     Vasco Rossi

Dedicato a tutti i fantasmi…

 

Mittente

___________________

___________________

___________________

Destinatario

Signor Vittorio Ghiberto

C.so della Libertà 45

Roma

Ciao Vittorio, come stai ? Che piacere scriverti e rivederti in queste righe. Ci tenevo prima di tutto

a scusarmi con te per la mia improvvisa scomparsa, senza nemmeno salutarti. Avei voluto

avvisarti, dirti tutto prima, ma non è stato possibile.

Mi chiedevo cosa avessi fatto in tutto questo tempo che non ci siamo più rivisti, il tuo lavoro

come va? Ti sei sposato?

Mi mancano molto le nostre chiacchierate, le nostre passeggiate, le nostre risate, ma la vita ha i

suoi progetti per ognuno, e così eccoci qua, tu uomo d’affari ed io fantasma.

Non chiederti com’è stato, se ho sentito dolore, perché l’ho fatto o cose del genere.

Penserai che avrei potuto chiamarti, che sono stato uno stupido, che bastava una telefonata, uno

sfogo e forse tutto sarebbe cambiato, ma non è andata così.

Sai certe cose maturano lentamente ed accadono in un attimo.

A mia discolpa posso solo dire che non sono state le mie mani a sistemare la corda, ne i miei

piedi a fare il vuoto sotto di me, ne il mio peso a stringere il nodo intorno al collo.

A preparare il patibolo, lentamente ed inesorabilmente negli anni, sono state tutte le delusioni, le

cattiverie, le pugnalate, i tradimenti. E’ stato tutto l’orrore che succede alla bellezza, come il buio

fa con il giorno. E’ stata l’invida che ho raccolto negli occhi di chi avrebbe dovuto amarmi, e il

freddo che ho sentito nelle braccia di chi avrebbe dovuto stringermi. E’ stata la rabbia degli amici

per i miei successi, ed il loro esultare per i miei fallimenti. E’ stato il buio cieco del denaro, del

calcolo, del potere, che ha oscurato lo splendore dei sentimenti, e’ stata la purezza dei sorrisi da

bambini trasformatasi in ghigno da canaglie.

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Con questo non voglio dire che io non ho colpe, ma non quella di aver preparato la corda, non di

aver fatto il vuoto sotto i miei piedi, non di aver stretto il nodo intorno al mio collo.

Ti chiederai da dove ti scrivo. Ma dalla mia nuova casa, una piccola barca abbandonata!

L’ho trovata arenata sulla spiaggia, durante una delle mie passeggiate.

Il mare ha un colore ed un rumore diverso per me adesso, c’è sempre una leggera nebbia che ne

ruba lo splendore ed un’eco che ne dilata il rumore, ma ha sempre il suo fascino.

Credo sia arrivata qui con il suo carico di disperati, ha un nome arabo, ma non saprei con

precisione, e che sia stata abbandonata una volta toccata terra.

Occupandola e calpestando questi legni, penso spesso a tutte le persone che l’hanno abitata prima

di me, e mi sembra di sentire la loro voce, rimasta prigioniera di qualche piega del legno, o

riprodotta dalla voce di qualche cassetto che apro e chiudo. Provo ad immaginare le loro facce, le

loro storie, e mele vedo adesso in qualche centro di permanenza temporanea, questa specie di

limbo moderno, inventato dalle civili democrazie per torturare psicologicamente, deprimere,

avvilire, insultare ancora, anime disperate, e scoraggiare nuove immigrazioni selvagge. Certo

l’immigrazione va controllata, filtrata, ma non è una soluzione quella di fare di tutt’erba un

fascio e prendersela con chi invece ha bisogno d’aiuto.

Sai c’è un cd straordinario a proposito, dei Radiodervish, che hanno fatto uno spettacolo tipo

teatro canzone sui CPT, descrivendo il viaggio attraverso questi inferni nei vari paesi in cui si

passava. Il cd prende il titolo da un pezzo di Modugno, Amara terra mia. Se ti capita ascoltalo, è

un documento preziosissimo.

Certo che l’ipocrisia non ha fine. Si costruiscono strutture d’accoglienza, che in realtà sono dei

mezzi carceri, così si tiene la moglie ubriaca e la botte piena. Da un lato si colpiscono gli

immigrati indesiderati e dall’altro si rispettano le leggi internazionali. Meglio di così.

Qualcuno ha detto che gli immigrati una volta in Italia dovrebbero trovare i campi di

concentramento invece dell’ospitalità, forse non ha mai sentito parlare dei CPT.

La barca è piena di oggetti vecchi, impolverati , che io non uso, attrezzi da marinaio di cui non

saprei dire la funzione. Ho recuperato però qualche rete da pesca per fare una comodissima

amaca, qui, nella mia stanza in coperta, ed un'altra sopra, a cielo aperto.

Per il resto sono stato fortunato, infatti c’ho trovata una bella libreria.

Al capitano poi doveva piacere la musica, perché ci sono un pianoforte ed un grammofono,

gracchiante ma utile allo scopo, con decine di dischi. Lo uso di spesso notte.

Mi piace sentire la musica di notte, e quando il mare è in tempesta il Bolero di Ravel

specialmente. Se lo ascoltassi col mare in burrasca..!

La musica per me è il linguaggio superiore, quello che porta in se lo stesso mistero dell’anima,

quel mistero che la poesia cerca di riprodurre instancabilmente con la lettera, ma di cui non

pareggerà mai l’impronta, perchè ha in se i limiti della ragione.

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Anche se noi liberassimo la lettera dalla razionalità con un simbolismo ermetico, con la

metasemantica o col surrealismo per fare un esempio, senz’altro la difficoltà di comprensione

logica avvicinerebbe la lettera alla musica, ma non sarebbe musica, perché espressa comunque

dal simbolo “lettera”, un codice frutto di una convenzione e quindi di un ragionamento, di un

elemento razionale.

Quando metto il disco sento i cani avvicinarsi alla barca ed ululare, quasi a rispondere a quel

canto, a quella voce che dal cielo del mare si perde nel nulla, e che immagino sprofondare nei loro

occhi e nei loro cuori di cane, fino a rianimarli, riaccenderli, riportarli in vita, commossi da

tanta bellezza.

E li sento fare l’amore, li in riva al mare, rincorrersi, stringersi, leccarsi, mordersi, giocare, e poi

addormentarsi, bambini in una culla, sotto la luna candida e morbida, come lenzuola di

cotone.

Come ti dicevo scusami se non ti ho parlato di questa mia intenzione, ma è stato tutto

improvviso, o almeno è successo tutto improvvisamente, anche se il patibolo s’è formato piano

piano. Sai ne vedevo dei frammenti. Prima la sedia, poi la corda penzolante, poi il nodo, e poi il

mio corpo e le mie mani che sistemavano la testa.

È stata una premonizione, o forse è così che capitano le cose, prima dentro e poi fuori di noi.

Una notte ho fatto un sogno. Eravamo io e te che camminavamo in città, si avvicina un lupo con

la faccia da uomo ed inizia ad abbaiare. Noi ridiamo, ci sembra uno scherzo ed anche di

conoscerlo. Non era carnevale ma ne sembrava proprio uno scherzo. Questo lupo ci ha seguiti per

l’intera passeggiata, a volte spariva per ricomparire improvvisamente.

Poi ti ha morso e tu gli hai dato un calcio che l’ha lasciato steso a terra, dove ha riacquistato

interamente la sua faccia da lupo.

Ecco, mi chiedo spesso se quel lupo non era la morte che voleva scacciarti per potermi afferrare

liberamente, e forse io gliel’ho lasciato fare. Mi ripeto che sarebbe bastata una telefonata, una

chiacchierata, qualche buon consiglio, e tutto sarebbe finito con una risata, qualche sospiro e

dei buoni propositi.

Ma poi mi dico che sono solo le stupide fantasie di un fantasma annoiato, su una barca

abbandonata, disteso su un’amaca di fronte al mare.

E tu che fai? Se non ti sei sposato, stai almeno con qualcuno?

Mi manca molto un bel viaggio insieme.

Lo so, lo so, sei curioso di saperne di più della mia vita di fantasma. Ma ti dirò. Non è poi così

male.

Certo un po’ di solitudine, nessuno ti vede e ti sente, sei praticamente invisibile, ma come lo ero

da vivo del resto.

Faccio le cose di sempre. Suono e scrivo per lo più. Non ho bisogno di fare la spesa, di pagare le

bollette, di fare soldi. Sono praticamente un signore anche senza una lira. Non è fantastico? È

la condizione che ho sempre desiderato. Una condizione di assoluta libertà.

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Posso spostarmi facilmente, sai da fantasmi si può volare, anche se devo confessarti che non ci

sono abituato e mi da le vertigini.

L’altro giorno ho camminato sotto la pioggia. Ti capita mai? Dico, proprio a posta, non perché la

pioggia ti sorprende.

Qualche volta l’abbiamo fatto insieme se non ricordo male.

È stato bellissimo. Soffiava un vento leggero che spazzava via le ultime fogli d’estate e colorava

la strada con strani percorsi, sentieri che sembravano di seta gialla, una pergamena che si

disfaceva al contatto con i mie passi, in cui era bello perdersi, ed in cui sentivi di star scoprendo

qualcosa, di star partecipando a qualcosa.

Hai mai pensato a come sia straordinario che la natura crei delle opere perfette, dei piccoli

mondi, in cui tutto sembra corrispondere alle stesse regole, allo stesso progetto, allo stesso

teorema?

Anche nell’opera più minuscola l’intero sistema è contenuto ed espresso.

Così una foglia potrà avere la perfezione di una montagna e questa di un tramonto, il tramonto

la perfezione del cielo e questo dell’universo intero.

Tutto risponde agli stessi principi, alla stessa dinamica, allo stesso senso, tutto esprime

l’assoluto, la perfezione, l’infinito.

Ovunque sembra esserci il genio dell’energia creatrice, che non si è risparmiata mai, nemmeno

nelle cose più piccole e apparentemente insignificanti.

Hai mai notato a proposito, come ad ogni persona sembra essere applicato un tratto specifico, una

figura geometrica regolare o irregolare per l’intero corpo? Ci sono persone che hanno dei visi

rigidi, nati da tratti, da forme rigide, tipo quelle di un triangolo per esempio, forme che si

applicano alle mascelle, alle mani, al taglio degli occhi, alle gambe, ai denti e forse persino agli

organi interni ed ai pensieri; e sempre mantenenendo le medesime proporzioni, la medesima

formula matematica.

I volti poi non ti sembrano paesaggi? Alcuni in particolare contengono tutta l’atmosfera ed il

fascino di paesaggi naturali, e come questi sono definiti da un carattere quasi geografico, che

nasce sempre dalle caratteristiche comuni tra il tratto della propria forma geometrica fisica e

quello geografico di un determinato territorio.

Lo stesso tratto per l’intera figura, la stessa forma geometrica per l’intera figura, in modo che

da un particolare potrai trarre il teorema che porta al tutto.

Allo stesso modo può accadere che il medesimo fine, il progetto dell’intero universo, lo puoi

trovare tra i lineamenti e le venature di un fiore, nel suo fiorire e nel suo ingiallire, nel suo

cadere e nel suo scivolare preda del vento, nel suo tracciare strade, percorsi, sentieri dove l’anima

si perde in un ritmo profondo di ordine e di bellezza.

Un unico principio creatore applicato a tutto!

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La perfezione del volo degli uccelli, ad esempio, le loro geometrie, il loro planare, potrebbero

corrispondere allo stesso teorema che si applica all’universo e che lo muove, che lo regola!

E non ti sembra allora che tutti ne siamo parte e rappresentati insieme!?

Non ti sembra che in ogni essere ed in ogni cosa creata, la vita, l’assoluto, l’universo si

applichino e si svelino, rendendoci parte e prova provata di questo miracolo?

Se questo è vero allora un giorno qualcuno potrebbe trovare nel bagliore dei nostri occhi le stesse

regole che fanno brillare le stelle, le stesse che illuminano il cielo, le stesse che accendono

l’universo intero.

Se questo è vero allora il tutto è in ogni cosa e ogni cosa è universo, ed ogni essere è degno di

profondo rispetto ed amore per il solo fatto di esistere.

Sai, ho rivisto mio padre, è molto invecchiato. M’è dispiaciuto lasciarlo, ma non siamo mai

riusciti a parlare. Mia madre sta bene, sempre paffuta e con gli occhi da bambina. Mia sorella e

mio fratello non li vedevo già o da un pò. Cresciuti insieme e poi ci si perde così.

Immagino le tue domande se fossimo qui a parlare, anzi scusa se ti lascio un minuto, ma sta

uscendo il caffè. È uno dei privilegi da fantasma, da vivo il caffè mi innervosiva, ma ora posso

berlo tranquillamente. Ho ricavato una caffettiera da un barattolo bucato sul fondo, che poggia

su delle pietre con un piccolo fuoco che tengo sempre acceso.

E ti dicevo, - mmh… buono il caffè – che immagino le tue domande e la tua curiosità.

Qual è il motivo principale, o qual è stata la goccia?

Il motivo principale è senz’altro il sedimentarsi come ti ho detto prima di delusioni e tradimenti,

di pugnalate, il tramontare dei sogni e soprattutto dell’idea di un mondo che li rendesse

possibili. La goccia che ha fatto traboccare il vaso non è stata una cosa che mi riguardava

personalmente ma una cosa che confermava questa mia visione del mondo. Ho quasi paura a

dirtelo perché so che scoppierai a ridere e immagino già la tua faccia incredula, ma è la verità. La

goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato sapere che il Fondo Monetario Internazionale aveva

fatto indebitare i Paesi del Terzo Mondo, e ora chiedeva la restituzione di quei soldi, in

alternativa a privilegi territoriali e confische di raccolti e risorse varie, al quale si aggiungeva la

beffa di un “capitalismo “ feroce e ridicolo, installato da un giorno all’altro in luoghi dove si

moriva realmente di fame, con la motivazione che trovare la Coca Cola o lo shampoo in un

villaggio africano, in un negozietto di quel villaggio, dove non c’erano case, ne vestiti, ne pane,

era l’unico modo per impiantare il capitalismo e salvare quel posto dalla miseria!

Tutto questo avrebbe potuto e dovuto lasciarmi un attore indifferente, concludersi con una

semplice polemica, ma invece per me non è stato così, perché ha resa la dimensione del baratro,

degli inferi in cui la coscienza umana si muove, la dimensione dell’orrore che la razza degli

esseri viventi a cui appartengo può contenere.

Tu mi dirai, e la Shoah allora? Lo sterminio sistematico di milioni di persone, con motivazioni

ridicole, religiose, di “razza”, di condizione sociale.

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Se mi ha mandato all’altro mondo il debito del terzo mondo, immagina cosa avrebbe fatto la

Shoah. Come t’ho detto, non è la causa, ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso, e poteva

essere qualsiasi cosa, anche la vista di un gatto morto per strada, schiacciato da un auto.

Della Shoah ricordo lo scalpore che fece il film di Spielberg, Schindler’s List, e il parlare , il

venire allo scoperto dei reduci, dei testimoni e dei sopravissuti. Ricordo tutti gli specials televisivi

e l’istituzione nel 2000 del giorno della memoria, finalmente dopo mezzo secolo.

Ricordo anche il fallimento dopo la ricomparsa di alcuni lager nella guerra della ex Jugoslavia a

cura dei Serbi, e la prova che il nazismo aveva solo attraversato la guerra e usata, ma non ne era

espressione, ne un effetto collaterale, aveva un’identità propria che ne prescindeva e che ritornava

ad usare il caos di

un’altra guerra per ripresentarsi.

Un dramma, un orrore, un fatto disumano, sovrumano, che non si può definire, tanto da non

permettere alla memoria di venire espressa se non dopo cinquant’anni.

Ricordo nel 1987 il suicidio di Primo Levi, suicidio che sapeva tanto di lager posticipato,

ritardato, come di una lettera che ti arriva dopo quarant’anni, o come una di quelle bombe della

Seconda Guerra Mondiale inesplose vicino ad una ferrovia.

Qualcuno ha detto che Primo Levi è il miglior scrittore del mondo, perché dopo aver letto “Se

questo è un uomo” nessuno può più dire di non essere stato ad Auschwitz.

Mi ricordo della fabbrica di Schindler, e di come io abbia sempre avuto l’impressione che la

fabbrica ed il lager fossero uniti da un comune denominatore. Tu mi dirai ma cosa c’entra una

fabbrica con i lager?

Secondo me tantissimo, perché in entrambi si è usato l’uomo come risorsa, le famose “risorse

umane”, concetto che mi fa rabbrividire, spogliandolo della sua umanità, dei suoi diritti, della

sua dignità e di tutto ciò che l’essere uomo comporta, utilizzandolo come accessorio di una

macchina nella fabbrica e direttamente come macchina nei lager.

La classe popolare è stata defraudata , truffata, quando è stata allontanata dalle campagna e

dallo splendore della natura, per essere usata nelle fabbriche. Io credo che i lager sono esistiti,

sono stati concepiti e realizzati come normale conseguenza della rivoluzione industriale e del

concetto di fabbrica e di sfruttamento della risorsa umana.

A tutti gli operai: lasciate le fabbriche e fate altro, anche i barboni o i nomadi se necessario, ma

liberatevi da quella schiavitù.

Mhh, il caffè davvero buonissimo. Ho usato una polvere semplice, la macino io direttamente, mi

piace l’odore del caffè fresco,e ci metto anche una polvere di cacao. Certo non è quello napoletano

di Eduardo, ma il color manto di monaco lo raggiungo anch’io, ah ah ah…

Sapessi com’è bello sorseggiarlo confuso ai colori e all’odore del mare, alla sua carezza continua,

ininterrotta, di certi giorni di quiete, quando il vento cade, quasi a fondersi con le onde, che

sembrano dargli corpo e liberare tutte le forme che esso contiene, come farebbero delle lenzuola

stese in strada.

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Lo so che mi stai invidiano, tu nella tua città, macchine, tram, benzina, vaffanculo scatta il

rosso, bla bla bla… ma ti conviene veramente?

Ma senti a me , lascia tutto, qui ci sono altre reti, hai voglia a fare amache, si sta benissimo!

Certo vivere con un fantasma non è il massimo, anche perchè ti potrebbero scambiare per pazzo se

ti vedessero parlare con una sedia vuota, ah ah ah, ma sempre meglio che schiavo in città.

Beh, Vittorio, adesso ti devo salutare, m’he venuta voglia di suonare e c’è una canzone che mi

frulla in testa da un pò, vediamo se viene qualcosa di buono.

Un abbraccio, continuerò a scriverti dopo…

…Buongiorno Vittorio, la canzone non era un gran chè, ma dovevo comunque scriverla, sai non

ho il registratore e devo scriverne lo spartito. Non ci sono abituato e così è molto più faticoso.

Tra l’altro poi non sai mai se un pezzo funziona oppure no quando lo scrivi. Bisogna “lasciarlo

a mollo” per un pò, fino a quando lo dimentichi, e poi riascoltarlo, allora forse ne capisci

qualcosa di più.

M’è capitato spesso di ripescare canzoni o idee che avevo scartato e che riascoltate per caso mi

giungevano interessanti; inoltre c’è Goccia a farmi da giudice, se il pezzo è buono si avvicina,

se no sene va.

Non ten’ho parlato? Chi è goccia? È la mia gatta! L’ho trovata un pomeriggio in riva al mare,

piccolissima, da poco nata, infreddolita e spaventata, l’ho presa in braccio e ho provato a cercare

la madre, ma non c’era nessuno, così l’ho portata sulla barca gli ho dato un po’ di latte caldo, l’ho

messa sotto una coperta e si è subito addormentata. Da allora è passato un anno ed è ancora con

me.

Mangia per lo più latte e pesce. Quello glielo pesco io direttamente. Sai sulla barca non mancano

gli attrezzi, ci sono sia canne che esche.

Mi piace pescare, lo faccio di prima mattina o dopo pranzo, a mo di pennichella.

Qualche volte anche di notte, soprattutto d’estate.

Sulla barca ho trovato anche un cappello, ottimo contro il sole, e dei sigari, un po’ umidi ma

credo di buona qualità, così ho incominciato a fumare. Non fumo tantissimo, ma solo quando

ne ho voglia.

L’odore del sigaro lascia una scia pensante e Goccia così sa sempre dove trovarmi.

Quell’odore mi fa venire in mente un mio professore del collegio. Facevo la seconda media, credo

di avertene parlato, e sono stato un anno in collegio a Lucera. Qui c’era questo istitutore che

fumava tantissimo e siccome dormiva solo tre ore a notte, fumava anche di notte.

Quando fumo mi basta annusarne a fondo l’odore e chiudere gli occhi per ricordare e rivedere

tutto quanto, proprio come nella Ricerca del tempo perduto di Proust. Tutto mi riappare vivo e

vivente, rivivibile, tanto che mi fa paura, quasi mi sento inghiottito.

Quell’anno melo porto dentro. È stato determinante per me e per la mia inclinazione alla

tristezza.

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Allora la vita si è subito svelata con tutta la sua ferocia, senza maschere ne buona educazione,

ma per quella che è, uno squalo che ti azzanna alle spalle mentre stai nuotando tranquillo

vicino la riva, o forse semplicemente come caso allo stato puro.

Da allora per me nulla è stato più lo stesso. Le cose hanno cambiato colore, il cibo ha cambiato

sapore, i miei occhi hanno perso molti pezzi di cielo, e il mio cuore continua a perdere almeno

un battito per ogni giorno che passa. Qualcosa in me sen’è andato per sempre, qualcosa in me

s’è spezzato.

La vita, con la sua notte, ha incominciato a reclamare minacciosa il suo territorio, a rubarmi

alla luce, a spingere contro le pareti dei miei occhi di bambino, fino a sporcarne lo splendore dei

cieli aperti di primavera.

Li c’erano altri ragazzi, orfani, figli di divorziati o con famiglie socialmente pericolose,

c’era un po’ di tutto. Era come un carcere, si faceva tutto insieme, tutto in fila, e non si poteva

uscire se non il giovedì pomeriggio, se veniva qualcuno a prenderti, o il sabato per tornare a

casa.

Ricordo la corsa per richiedere i permessi, l’arrivo del pulman, l’attesa fibrillante sul

marciapiede e la paura di non poter tornare a casa e di rimanere li per sempre. Ricordo il

curvare della strada, per me infinita, fino a casa di mia nonna, ricordo l’affanno delle porte del

bus che si aprivano e chiudevano, il colore della campagna, il rumore dei freni, la voce della

gente, e le urla del mio cuore. Ricordo e sto male. Anche per questo fumo poco, ah ah ah…

Credo che la mia antipatia per i viaggi nasca da li, dall’associazione pulman-collegio, pulmandistacco,

viaggio-carcere.

A me non piace svegliarmi presto, mi mette tristezza, ed anche questo credo derivi da

quell’esperienza. Infatti non c’era momento più duro del lunedì mattina, quando bisognava

riprendere l’autobus per ritornare in collegio. Allora per me il mondo sprofondava in una

voragine buia, nera ed infinita, dove i soli a sopravvivere erano i miei occhi e i loro sogni

disperati.

Ma basta ricordare cose brutte..! Mi viene in mente quando mi siedo al piano, la tua tavernetta,

dove ci ritrovavamo a suonare alle superiori. Ognuno con i suoi idoli, con il suo look, il suo taglio

di capelli, ognuno con le sue mille sciocchezze per la testa.

Assurda quell’età, dove un taglio di capelli può essere la cosa più importante.

È un’età dominata dal sogno, dalla fantasia, dall’immaginazione, dove una prima forma di

maturità si incontra con gli elementi residui dell’infanzia, una zona d’ombra, un momento

ibrido, un confine particolarissimo, che gli artisti sanno prolungare, sfuggendo ad una sempre

avventa maturità, che vola su di loro come un rapace, pronto a rapirli al primo segnale di

debolezza, di crescita.

Eh.. ma gli artisti resistono, loro agli occhi del bambino non ci rinunciano, eh no!

E ne parlano anche come una cosa seria, di vitale importanza! In effetti lo è, ma solo per loro. Per

gli altri è follia, testa fresca, assurdità o immaturità.

Solo per pochi altri quell’equilibrio tra maturità e ingenuità, tra gli occhi del lupo e quelli del

bambino, è la condizione in cui il genio creativo può apparire, svilupparsi, formarsi ed

esprimersi.

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È difficile crederci perchè questo accade di rado e la maggior parte dei bambini /adulti diventa

artista di scarso successo o di pieno fallimento.

Ma per quanto mi riguarda, meglio un artista semplice, discreto, impopolare che un ragioniere

di successo. Un artista è sempre un artista.

Stavo pensando a come si è costretti a fare i conti con se stessi, a conoscere a fondo la propria

identità.

Buona parte delle persone questo onere non cel’ha. Può tranquillamente seguire i percorsi tipici

della nostra società e collocarsi. Certo diventa difficile integrarsi anche facendo l’impiegato o

l’operaio, l’avvocato o il manovale, ma pensa ad un artista!

È vero che ci sono scuole, istituti, ma alla fine è un percorso soprattutto umano, esistenziale, e

lo devi compiere necessariamente da solo.

La grande madre che ti accoglie non è l’istituzione, ne lo Stato con le sue varie rappresentanze,

la grande madre che ti accoglie è l’arte, con tutte le sue contraddizioni, i suoi maestri,i suoi

autori, a loro volta soli, confusi come te, che ti possono dare solo la testimonianza delle proprie

incertezze, dei propri dubbi, dei propri tormenti, su cui hanno fondato la loro opera,

trasformando la crisi in ispirazione, in idea, in genio.

E così non rimane che cercare una strada dentro di se e seguirla, e crescere legati a se stessi,

facendo della propria storia una favola da raccontare, un libro da scrivere, scoprendo così sempre

nuove verità al fine di comprendere se stessi ed il mondo, senz’altro evolvendo, illuminandosi,

ma a che prezzo? Della solitudine data dal fallimento o di quella data dal successo. Due

condizioni estreme alle quali difficilmente un artista riesce a sfuggire.

Allora comprendere se stesso per un artista diviene la prima cosa. Prima ancora di imparare la

tecnica, di conoscere le proprie capacità, di allenare la propria creatività, prima di tutto bisogna

conoscere se stessi. L’arte è una questione di umanità.

Tutte stronzate la professionalità, la tecnica…

L’arte è un linguaggio spirituale, è sacralità laica, ma a differenza dell’altra sacralità,

rendendoti libero, richiede di essere percorsa da soli. E si perché l’istituzione non è certo

interessata a creare scuole che liberino le coscienze, che svelino il proprio potere su se stessi, la

possibilità di autodeterminarsi.

Il potere si fonda sul buio delle coscienze, sull’incoscienza di se. Ogni istituzione attua questa

operazione di oscurantismo e plagio.

Il potere altrimenti crollerebbe e si realizzerebbe l’anarchia. Ma non quella disordinata, che nasce

all’improvviso dalla distruzione di un governo, no! Un’anarchia maturata lentamente

attraverso una preventiva e naturale, necessaria, elevazione delle coscienze, che porterebbe

spontaneamente ed inevitabilmente alla scomparsa del potere, alla scomparsa del bisogno di

controllo e dei concetti di governo, di amministrazione, di ordine pubblico, perché saremmo in

grado di crearlo da soli l’ordine sociale, senza nemmeno accorgercene. Non ci sarebbe bisogno di

cani da guardia.

Gli individui come tante piccole istituzioni, nazioni individuali, autodeterminate, che

rispettano e sanno convivere le une con le altre. Del resto l’unica vera istituzione è l’uomo, tutto il

resto ne è solo una proiezione.

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Ma così non si vuole, pur di mantenere il potere si preferisce un popolo involuto, complessato,

insicuro, impaurito, povero, disperato, e quindi minaccioso, problematico, violento.

Ma dimmi tu quale civiltà può definirsi tale permettendo l’esistenza dei barboni o ancora quella

strutturale e peggiore delle periferie; fabbriche di ignoranza, menomazione spirituale,

intellettuale, etica e morale, centri di povertà, di delinquenza, anticamere dei carceri…

Come si fa a usare la parola civile per una società che produce questi orrori pur di mantenere il

potere?

Vittorio, ci sono dei ragazzi che fanno il bagno, li vedo dal mio finestrino.

Adesso provo ad accendere il grammofono, voglio proprio vedere che fanno.

Ci metto un disco misto che inizia con Vivaldi. Ecco, è partita la musica.

Uno s’è girato verso la barca e sta facendo segno agli altri. Aspetta che adesso butto qualcosa in

mare. Prendo un barattolo.

Ah ah ah.. s’è scansato giusto in tempo…, gliene tiro un altro. Preso ad un braccio! Ma non si è

fatto male. Sta cercando disperatamente di capire da dove viene e chi glielo ha potuto mai

lanciare. Guarda verso di me ma non mi vede. Vediamo se si avvicina oppure no, ah ah ah…

Ecco, sene stanno andando, che peccato, volevo divertirmi un pò.

Arrivati a questo punto vanno tutti via, nessuno che abbia il coraggio di venire più vicino.

Credo si sia sparsa la voce che su questa barca ci sia un fantasma. Ma è assurdo! Nell’era del

Grande Fratello c’è ancora gente che crede ai fantasmi?! Ah ah ah..!

Ma tu credi che se Orwell avesse immaginato anche solo lontanamente che dal suo personaggio

sarebbe venuta fuori quella serie di stronzate televisive l’avrebbe realizzato?

Una delle cose che mi fa più imbestialire della vita è questa capacità di deridere e denigrare tutto,

e l’economia poi è speciale nel farlo.

Per esempio ci sono canzoni che vengono identificate ormai con la loro versione pubblicitaria!

Jim Morrison litigò con il resto dei Doors per questo. Certo nel suo caso poteva essere una vanità,

un eccesso da star, ma c’è qualcosa di vero. L’economia ammazza la bellezza, la strumentalizza

ridicolizzandola.

Non ci sarebbe niente di male ad usare una canzone o le parole di un romanzo o di un film per

una pubblicità o iniziativa commerciale se non ne risultassero per sempre banalizzate, come

prese dal loro stato di sogno e sbattute a terra, derubate, smitizzate, impoverite di tutta la

grandezza.

Dovrebbe essere riconosciuto come reato l’impiego di opere artistiche per operazioni commerciali. Il

commercio non ha rispetto, ruba l’anima delle cose e la sputa via.

E poi la mentalità che per soldi è giustificata ogni cosa…, non si può sopportare!

Adesso sai che faccio, salgo su e vado a vedere cosa fa Goccia. A quest’ora di solito mangia e

oggi non ho ancora pescato niente.

In questi giorni ha piovuto e l’amaca è ancora bagnata. Prenderò una tela e inizierò a pescare.

La canna è già pronta qui vicino, il tempo di metterci l’esca, lanciarla, accendere il sigaro e sono

da te.

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Ma Goccia dov’è? Goccia! Goccia! Ma dove si sarà cacciata? Provo a muovere la canna magari

s’avvicina. Ah! Eccoti qua. Ma che fai con quella scatoletta in bocca. Non è buona da qua, su via

da qua.

Il mare è calmo e dovrebbero abboccare. Ho dimenticato il grammofono acceso però e con la

musica i pesci scappano. Speriamo bene, altrimenti mi toccherà andare di sotto a spegnerlo.

All’orizzonte c’è una nave, sembra da crociera. Ne sento anche il richiamo. Deve essere

grandissima, davvero come si dice una città galleggiante. Ma che vuoi, barca mia, barca mia,

per piccina che tu sia… ah ah ah.

Ritornando al discorso, una cosa che non riesco a dimenticare sono gli occhi, dietro gli occhiali

sottili e civili, di un ragazzino americano con la divisa e i capelli da soldato, mandato a “portare

la democrazia” in Iraq.

Sono convinto che per lui vestirsi così era semplicemente un’occasione per essere alla moda.

Era li, rischiava la vita per dei soldi, e non si rendeva conto dell’orrore che c’era in quella scelta

personale e in quella più grande a cui stava partecipando, orrore verso se stesso e verso gli altri.

Lui stava mettendo a rischio la propria vita, a venti anni e solo per dei soldi!

E tutto questo probabilmente con l’appoggio di un’intera cultura sia sociale che famigliare, che ti

educa, ti dice di lavarti le mani prima di sederti a tavola, ti dice di non bestemmiare, ti fa fare la

comunione ogni domenica e poi ti manda a buttare la tua vita e ad ammazzare uomini come se

fosse una cosa normale, un lavoro come un altro addirittura!

Ricordo la sua faccia persa davanti alle domande dei giornalisti e il suo sguardo disteso sopra di

loro, lontano, dove fumavano le bombe dei giorni prima.

Ricordo la sua faccia da bambino e mi sono vergognato. Ho provato vergogna per chi l’aveva

usato, l’aveva preso in giro e convinto a buttarsi come carne al macello per due lire e qualche

medaglia da eroe. Provavo vergogna e pena per lui, e la provo ancora adesso a ricordarlo, insieme

allo stupore per l’ingenuo cinismo del suo sguardo, per lo stupido cinismo di ogni famiglia che

incoraggia i figli in quella scelta atroce ed assurda, per il cinismo di chi parla di guerra come

se fosse una partita di calcio, per il cinismo di chi non si sente perso davanti a niente, come se

avesse un cuore pronto a tutto, per cui tutto è normale, ordinario, possibile, orribilmente umano.

Ma se si può comprare anche la vita di qualcuno, ne deriva che tutto ha un prezzo,che per soldi

si può fare tutto, che i soldi sono tutto, più della stessa vita, e senza non puoi essere felice… Ma

che stronzate!

Aspetta, aspetta che sta abboccando, sta abboccando… t i r o… scappato!

Peccato, sembrava bello grosso. Goccia si è avvicinata per fare il tifo.

Mi dispiace, dovrai aspettare ancora un pò per pranzo mia piccola.

Scusa Vittorio, ma mi gironzola intorno. Adesso le do un altro po’ di latte. Vediamo un po’,

eccolo qua. Vedessi come beve.

Quando glielo verso lo osserva cadere nella sua ciotola, selo beve con gli occhi prima.

Lei è sempre sola e non può giocare con nessuno. Ogni tanto la porto a passeggiare ma ho paura

dei cani, potrebbero ammazzarla, così passa le giornate ad ascoltare musica, raggomitolata

accanto al pianoforte.

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Qualche volta scappa o almeno si nasconde, tanto che io non la vedo per tutto il giorno, poi

mentre fumo mela ritrovo a fianco, silenziosa ed elegante, quasi maestosa.

Parlando dei soldi, bisognerebbe ricordare che sono dei titoli di credito al portatore, dei pezzi di

carta, una convenzione, qualcosa che l’uomo ha inventato per portare meglio i conti, nascono

dal baratto! Ma come possono diventare una ragione di vita, come possono valere più della stessa

vita!? E si ritorna al potere…

Se ci pensi com’è volgare il potere. T’è mai capitato di avere in mano tanti soldi? E dimmi la

verità, non ti sei sentito sporco, volgare, e anche coglione ad aver fatto tutta quella fatica per

quei pezzi di carta colorati?

Non ti sei sentito conquistato, fregato perchè in fondo non tene fregava niente? Anche tu

raggirato da quell’idea, da quella filosofia, da quella prigione? Non ti sei sentito derubato, non

ti sei sentito comprato, conquistato, insieme a tutta la tua storia, alla tua dignità, ai tuoi ideali,

alle tue opinioni, al tuo modo di vedere il mondo?

C’è un sola regola secondo me: davanti ai soldi o tutto diventa una stronzata o sono i soldi

l’unica stronzata.

Penso a quei casi di cronaca in cui si uccide per soldi la propria moglie, i propri genitori, la

propria famiglia. È sotto l’orrore, sotto l’assurdità riconosciuta di questo gesto, rimane, come

sotto le ceneri di un fuoco spento, il fumo, il rigagnolo avvelenato, che “però in fondo posso capire

come c’è arrivato. Oh! intendiamoci, non lo farei mai, però cazzo, per tutti quei soldi uno può

perder la testa!”.

Che orrore.

Davanti all’orrore mi sono sempre sentito impotente, perché avverto come esprima un senso

profondo della vita, come ne sia parte vera e radicale. Ho sempre sentito un senso di sconfitta e

di delusione, lo stesso che provo davanti alla certezza della morte e davanti al fatto che alla fine

siamo tutti perdenti.

Come mi fanno ridere quelle persone che si credono potenti. Ma quanto può valere il potere di un

essere mortale?

Il potere per essere vero deve essere eterno, ogni altra forma di potere è solo vanità e prepotenza.

Mi viene in mente quel film di De Filippo, “A che servono questi quattrini”, e quella frase in cui

Eduardo dice più o meno: ” ma che stupidi, dobbiamo tutti morire, siamo tutti condannati a

morte, e pure ci affanniamo per il potere e per la ricchezza. Ma telo immagini un condannato a

morte che conta soldi?”

Quest’amaca incomincia a cedere. Non credo sia il mio peso, da fantasma sono finalmente

leggero, ah ah ah…, è la rete che è vecchiotta e dondolando al vento si sta sfibrando.

L’altro giorno provando ad aggiustarla, ho trovato una foto in uno dei cassetti, era di un’intera

famiglia, i genitori con due bambini; neri, credo africani. I bambini erano stupendi, avevano

occhi scuri che sembravano prenderti l’anima, occhi intelligenti. L’ho sistemata in camera e

ogni tanto sela guarda anche Goccia, ci fa compagnia.

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Ritornando con gli attrezzi da lavoro, sull’amaca poi c’ho trovato un uccello, non saprei di che

razza, era atterrato li e si era sistemato. Non m’ha sentito ed io non l’ho cacciato. Dopo un po’

l’ho visto volare via e perdersi nel cielo, e ho capito che quella era la sola condizione di vera

libertà, una condizione che l’uomo non può conoscere, e mi sono chiesto quali possono essere i

sentimenti di un essere vivente che non può essere veramente libero. Io credo che la tendenza al

compromesso ed al potere dell’ uomo nasca proprio dalla sua condizione. È difficile che ci sia

luce in un essere imprigionato, soprattutto quando ad essere imprigionati sono interi popoli.

Dal grammofono arriva il suono di un piano, è Chopin. È uno strumento misterioso il

pianoforte, sembra quasi un’organismo.

Un po’ mi viene in mente la pancia della balena di Pinocchio a pensare alla sua cassa armonica

e a tutte le corde e i martelletti, a tutte le note che ci viaggiano dentro. Le immagino parlare tra

di loro, raccontarsi la propria giornata, a che melodia hanno partecipato, se era bella o no. Ci

immagini strade, case basse, camini fumanti, viottole, e personaggi buffi. Ci vedo fiumi,

torrenti, vie di campagna, insomma tutt’ un piccolo mondo che mi ha sempre affascinato.

Ricordo che incominciai a suonare il pianoforte durante il servizio civile. A Porto Recanati ero

l’unico obiettore esterno, gli altri erano tutti paesani e la sera sene tornavano a casa, così io mi

ritrovavo solo e in uno delle mie tante passeggiate m’imbattei in un pub fuori mano. C’entrai

per conoscere qualcuno e li lo vidi, fu una folgorazione. Era tedesco, a muro, vecchio ma ancora

fiero. Fino ad allora avevo solo strimpellato una vecchia tastiera, ma sapevo gli accordi e

conoscevo le basi maggiori, così chiesi al proprietario se funzionasse e se potevo suonarlo. Mi

disse che non lo sapeva, che stava li da anni e nessuno l’aveva mai suonato. Allora mi avvicinai

e incominciai a sfiorarne i tasti, duri, chiari, pesanti come seni di donna. Il suono ero tonfo,

gonfio di umidità, ma profondo e intenso, e pensai che forse era quella la voce della luna.

Buona parte dei tasti alti era scordata, o forse era che si notava di più la scordatura sugli acuti.

Accennai qualcosa improvvisando e chiesi se potevo di tanto in tanto andare a suonarlo. Il

gestore contento mi disse di si, che gli faceva piacere poter intrattenere i clienti con un po’ di

musica dal vivo.

Gli dissi che non ero in grado di fare tanto, ma che sarei ritornato certamente. Da allora ci

andai quasi tutti i giorni e fu così che capii la differenza tra la realtà e la bellezza.

In quel pianoforte io ritrovavo la mia voglia di vivere e insieme lo splendore del mondo. Mi

sembrava che nei suoi tasti si nascondesse una bontà infinita, la stessa che colorava con varie

tinte il cielo al tramonto o che dava luce al giorno, la stessa che muoveva il mare, che spingeva

i venti e innalzava montagne, la stessa che fioriva nei boschi e si addormentava sui prati e tra

gli alberi, la stessa che da sempre dava fiato ai miei passi.

Quel pianoforte mi aiutò tantissimo e divenne la mia casa, fino alla fine del servizio civile.

Il sigaro sta finendo. Alla fine cambia sapore, non mi piace e lo butto via sempre un pò prima.

Finalmente abbocca qualcosa, vediamo un pò… mhhh, spero che a Goccia basti, non è un

granchè, ma è sempre fresco per lo meno.

Goccia aspetta, fammelo almeno sganciare dall’amo! Hai proprio fame!

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Gliel’ho sistemato in un piattino di plastica dove lei butta i resti. Sai è vero che i gatti sono

molto ordinati. Vedessi quando si lava, e come è precisa, puntuale, sembra una dama e, scusa il

gioco di parole, non si fa domare. Si dice che una differenza tra i cani ed i gatti è che i primi ti

riconoscono come padrone mentre i gatti ti vedono come un genitore, e quindi entrano più

facilmente in conflitto, non obbediscono sempre, ma pretendono di far valere la propria opinione.

Ho rimesso la canna a posto suo, così la ritrovo già pronta per domani.

L’ho incastrata tra due pietre che la tengono diritta e ogni tanto ci metto uno straccio bianco, a

mo di bandiera. Per me il bianco è il colore della libertà, diciamo una specie di simbolo da pirata

senza armi.

Si sta rompendo la molla che la fa ruotare però e diventa sempre più faticoso. Ne dovrò prendere

un'altra. C’è una cassa piena, peccato che io non ne capisca niente. Sai certe canne devono essere

antiche, intarsiate, forse da collezione.

Che ti stavo dicendo? Ah si, della bellezza. Che fine ha fatto la bellezza ed il suo ruolo centrale

nella vita? Che fine hanno fatto i sentimenti, gli ideali, il cuore grande e coraggioso dei nostri

nonni, che hanno combattuto guerre, fatto figli, cresciute famiglie, vivendo sempre in povertà e

facendo mille lavori ? Tutte cose di cui noi non siamo capaci, perché avvelenati, disattivati

dall’idea che prima bisogna fare i soldi e poi si può incominciare a vivere.

La povertà che ha custodito mestieri, sentimenti, ideali, valori, umanità, la povertà di cui

abbiamo tanta paura, probabilmente oggi sarebbe una via di salvezza umana ed economica, in

grado di moderare il sistema capitalista e di migliorare le coscienze; ma ciò è impossibile.

Credo che alla base ci sia la mancanza di un progetto. Certo avere un progetto o un sogno è

fondamentale. Volere fare soldi è generico, ci vuole un obiettivo chiaro. Allora si che tutto si

muoverebbe a prescindere dai soldi, e saremmo capaci di sopportare tutto quello che c’è da

sopportare per arrivare al nostro obiettivo.

Per i nostri nonni l’obiettivo era sopravvive, riempirsi la pancia ed avere un letto e un tetto, per

noi è diventare famosi, ricchi, potenti, rispettati, ed essendo un obiettivo lontano diventa

irraggiungibile, intangibile,e per questo un inganno.

Volere troppo è come non volere nulla, e allora ci perdiamo in questo nulla. Avendo soddisfatti i

bisogni di sopravvivenza potremmo dedicarci alla nostra crescita umana, interiore, ma

preferiamo dedicarci al potere, irraggiungibile illusione che ci rende infelici.

Sentivo una volta in uno special televisivo, uno di quelli giornalistici seri, la parte che credo

migliore della televisione, che durante la guerra paradossalmente molte nevrosi e depressioni

scomparivano, inghiottite dalla lotta per sopravvivere.

Probabilmente la nostra mente così com’ è fatta deve lottare, senza lottare si perde, non riesce a

darsi un senso. Occorre allora evolverla e atrofizzare questi retaggi psicologici. E qui hanno un

ruolo fondamentali le istituzioni. Ma dicevamo che il potere si fonda sul plagio delle coscienze,

così qui il cerchio si chiude e tutto viene demandato alla ricerca individuale.

Goccia sta giocando con il pallone. Sai c’ho anche un pallone in barca e ogni tanto mi diverto a

fare qualche partita con Goccia. Lei mi corre dietro, o meglio corre dietro al pallone e sembra

impazzire. Non vedendo il mio corpo non riesce ad indovinare ne prevedere le mie mosse ne la

direzione della palla, che per lei deve essere una specie di foglia in preda ad un vento folle.

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Si sta alzando il vento. È troppo forte e non so come ripararmi, tra un pò rientrerò. Però a

ripensarci potrei usare quell’ ombrello che ho messo nella cassa. Vediamo, dov’è? Ah, eccolo qua. .

Si, funziona. Qui va cucito ma non è un problema. Proviamo a piazzarlo. Perfetto! Si tiene bene.

L’ho trovato ieri vicino la barca, l’hanno buttato anche se è ancora buono.

Adesso non è per tirare fuori il solito discorso sull’usa e getta, ormai consumatissimo, se non

fosse per il fatto che un po’ alla volta siamo arrivati a usare e gettare tutto, tutto dico, anche le

nostre idee, la nostra storia, i nostri ideali, i nostri affetti, le nostre relazioni. Tutto è più

superficiale, sostituibile, non riparabile, non duraturo.

Il lavoro precario per esempio, da dove nasce? Dall’usa e getta applicato al lavoro!

Grande America! Che ti convince che ciò che è deciso per lei va bene per tutti.

L’America è la nazione/ venditore, il capitalismo istituzionalizzato, si fonda sulla vendita

porta a porta e quell’atteggiamento da procacciatore d’affari lo applica persino alla politica!

Ti vuole sempre vendere qualcosa in nome di un nuovo e nascente progresso.

Il progresso, si, ma quale progresso? Economico, tecnologico?

Senza bellezza non ci può essere vera evoluzione, c’è solo un finto progresso che mette in moto

dei cambiamenti culturali perché influisce sugli stili di vita attraverso l’innovazione

tecnologica, ma non è vera evoluzione. Se la nostra società non avesse il progresso tecnologico

ed economico si mostrerebbe per quella che è, cioè una società ferma o peggio in involuzione.

Eppure questo progresso, per quanto superficiale, è sufficiente a mettere in crisi le verità storiche

della chiesa, secolari e lente come elefanti, che adesso si vedono costrette a seguire i tempi e i ritmi

dei cambiamenti culturali di una società industrializzata, dove tutto muta in fretta. Insieme

alla tecnologie infatti, cambiano i modelli e quello che era vero ieri diventa relativo oggi.

Se ci fosse stata vera evoluzione nel corso dei secoli questa situazione di inadeguatezza delle

verità religiose sarebbe venuta naturalmente fuori prima, invece c’è voluta un’evoluzione

tecnologica selvaggia per smascherare i limiti di verità che non solo non erano assolute, ma che

non sono nemmeno sostanzialmente basilari, tanto da non resistere neanche a superficiali

cambiamenti etici.

Conoscere col cuore, con i sentimenti è la cosa fondamentale per evolvere veramente, e conoscere

col cuore si può. Il sentimento come mezzo di conoscenza, l’emozione come mezzo di conoscenza.

Se partiamo dalla possibilità dell’emozioni di darci delle informazioni emotive, arriviamo alla

sedimentazione di queste informazioni nei centri logico-emotivi che sono i sentimenti.

Questi custodiscono le emozioni, traducendole in verità, in principi morali ed etici, che

diventano quindi mattoni della nostra coscienza ed identità.

Beethoven diceva che chiunque avesse compreso il senso profondo della sua musica avrebbe avute

rivelazioni più profonde di qualunque saggezza o filosofia. Beh, se questo è vero, e se la musica

nasce dalle emozioni, allora vuol dire che le emozioni e i sentimenti che le contengono e le

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custodiscono, possono svelarci verità più profonde di ogni saggezza e filosofia, e in definitiva

che il cuore è più saggio della ragione.

Ma in questo mondo le mie sono solo le parole ridicole di un fantasma, che prova a vivere di

bellezza tra i resti di una barca abbandonata.

Spero Vittorio, che adesso sia chiaro anche a te che non sono state le mie mani a sistemare la

corda, ne i miei piedi a fare il vuoto sotto di me, ne il mio peso a stringere il nodo intorno al collo.

A preparare il patibolo, lentamente ed inesorabilmente negli anni, sono state tutte le delusioni ,

le cattiverie subite, le pugnalate, i tradimenti. E’ stato tutto l’orrore che succede alla bellezza,

come il buio fa con il giorno. E’ stata l’invida che ho raccolto negli occhi di chi avrebbe dovuto

amarmi, e il freddo che ho sentito nelle braccia di chi avrebbe dovuto stringermi. E’ stata la

rabbia degli amici per i miei successi, ed il loro esultare per i miei fallimenti. E’ stato il buio cieco

del denaro, del calcolo, del potere, che ha oscurato lo splendore dei sentimenti, e’ stata la

purezza dei sorrisi da bambini trasformatasi in ghigno da canaglie.

Scusami per questo sfogo, come al solito ti avrò annoiato o peggio intristito, ma sai da

fantasma c’è un po’ di solitudine e avevo voglia di parlare con te.

Mi ha fatto davvero piacere scriverti dopo tanto tempo e ricordare di noi.

Grazie per aver letto questa lettera.

Ti auguro buona sorte e insieme che il tuo cuore riesca sempre a provare amore per il volto

sfigurato della vita e per il suo splendido sorriso.

C’è un mare limpido ed ho voglia di tuffarmi,

con Immenso Affetto.

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San Severo, lì 20 marzo 2009