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Intervistando 

Rubrica di approfondimento e cultura

a cura di Nazario Tartaglione

 

 

Intervista a Salvatore Ritrovato  -

La poesia oggi

 

di Nazario Tartaglione

  

Poeta, critico, professore universitario... quanto questi ruoli interagiscono tra di loro e quanto si sovrappongono?

Alcuni sono “ruoli”, altri no. Insegnare è remunerato, scrivere poesia è gratuito. In verità non sento sovrapposizioni. Quello che unisce l’uno all’altro è la “ricerca”: per me il poeta non è un contemplativo, ma uno che cerca, che costruisce (del resto, poeta viene da poieo, che in greco significa ‘fare’). Anche il critico fa ricerca, per distinguere e valutare con maggiore obiettività. E l’insegnante? Beh, se quello che insegna non è il frutto di una ricerca, allora non so cos’è.

 

La poesia, prodotto dell’anima o della mente? concetto o emozione?

Non so se l’anima esiste, direi che è una congettura non suffragabile. Un pour parler. La mente, intesa in senso minskiano, sì, elabora non solo i concetti ma anche le emozioni, cioè verbalizza le sensazioni e i sentimenti, non nel senso che razionalizza i sensi, ma ne fa uno strumento di conoscenza del mondo. Altrimenti saremmo dei vegetali (che pure ‘sentono’ il mondo, ma non lo sanno).

 

Quanto la filosofia e le scienze è giusto che intervengano nella poesia?

Tutto interviene nella poesia. Anzi, è fondamentale che intervenga. La poesia non è intrattenimento della domenica, ma serve a conoscere la realtà (anche noi stessi, che siamo dentro questa realtà), e lo fa a modo suo, ovviamente, senza cedere alle lusinghe banali di questa società dello spettacolo.

 

Qual è il fine della poesia, secondo te?

Siamo sicuri che la poesia abbia un fine? Non lo so. Questo mondo ha un fine? E questa intervista? Tu mi dirai: l’obiettivo è conoscerti meglio. E se io invece ti stessi depistando, se stessi cancellando le tracce che lascio dietro di me? A me sembra che risponde a una necessità. Io scrivo perché devo.

 

La poesia, in senso originario, intesa come bellezza rivelatrice, ha raggiunto la sua massima rappresentazione con il componimento letterario in versi. Oggi è ancora così? Forme d’arte come il cinema o la canzone, legate a mezzi di comunicazione moderni, non svolgono di fatto un ruolo di diffusione della bellezza rivelatrice, più vicino alla gente, più attuale e concreto?

La bellezza non è un valore assoluto della poesia, ma è legata alla storia del suo uso politico-culturale. Quando la poesia serviva a elogiare i potenti, essa contrabbandava un senso di bellezza che oggi desta perplessità. Quando parlava d’amore, non ci si deve dimenticare che l’amore era un affare aristocratico e spesso adultero. Poi, è venuto il romanticismo, quindi la modernità – con il libero mercato, la psicoanalisi, la lotta di classe ecc. – e gli uomini hanno sviluppato nuovi schemi concettuali, si sono posti in termini nuovi il concetto di bellezza, che non coincide più con quello che noi leggiamo nei classici. Infine, quando la bellezza è diventata un marchio di garanzia per prodotti commerciali, i poeti hanno cominciato a rivalutare la non-bellezza, ovvero la normalità, la bruttezza, l’oscenità. La bellezza è solo una parola, che il mercato ha svuotato e la letteratura, se riesce ad attingere alla vita, ha il compito di colmare.

 

Che ruolo ha  oggi  il componimento in versi?

Nessuno. È una forma ritmica del pensiero. C’è chi la sente, chi no. Approfondire significherebbe entrare nel merito delle singole poetiche. Tuttavia, se è vero che le forme metriche sono istituzioni morte, esse sopravvivono nell’opera degli autori.

 

Da quali elementi è definita l’attualità di un’opera, e quanto, per te, è importante l’attualità di un’opera?

In astratto non è possibile definire quali siano questi elementi. Occorre scendere nel merito delle opere, comprendere i loro autori, collocarli nella storia, e soprattutto tener presente l’ “orizzonte d’attesa” (così lo chiamava Jauss) dei suoi lettori. Per esempio, la Divina Commedia è un’opera attuale non perché noi crediamo nella veridicità delle pene dell’Inferno quali Dante descrive, ma perché narra la vicenda di un uomo solo di fronte alla storia del suo tempo, e rappresenta l’eterna lotta fra libertà e destino. L’opera di Dante è così ricca che sarà sempre attuale. Quanti sono gli elementi che potranno attualizzarne il senso? Tanti quanti saranno i lettori in grado di leggere quel testo e di comprenderlo e interpretarlo. In tal senso è fondamentale il lavoro della critica e lo studio della letteratura a scuola e all’università. Se la scuola e l’università sono sacrificate in nome del PIL, finirà anche il lavoro critico, e insieme la poesia, che resterà come lettera morta. Dante sarà solo un vecchio rudere del passato, pronto a dissolversi come la casa dei gladiatori di Pompei.

 

Una poesia che  vuole rimanere d’élite non rischia di escludersi dall’attualità, dagli eventi centrali della storia?

La poesia è sempre stata d’élite, su questo è bene fare chiarezza. I gladiatori di Pompei erano più famosi di Virgilio. Il tempo ha fatto giustizia. Oggi pare che non ci sia più tempo: la televisione decide in anticipo chi diventerà famoso, per che cosa vale la pena spendersi. Oggi l’élite è una sorta di marginalità, che non significa però nascondersi, entrare nel buio, tutt’altro! Nella società di massa, cioè dell’omologazione dei gusti e delle tendenze, pure si avverte il bisogno di ritrovare un principio di individuazione, un distinguere e distinguersi, e la poesia in questo aiuta. Il suo linguaggio, infatti, è rivolto all’uomo in quanto individuo, non in quanto massa.

 

Tra i tuoi lavori, raccolte di poesie, saggi e  recensioni, qual è l’opera a cui ti senti più legato e come è cambiato il tuo modo di scrivere nel tempo?

Per me, ogni opera che scrivo fa parte di un complesso che costruisco pezzo dopo pezzo, come una casa, mattone dopo mattone. Sento che non posso escludere niente, se non voglio mettere a rischio la statica dell’edificio. Con il tempo la scrittura cambia inesorabilmente. È come camminare lungo un sentiero solitario, in montagna, ora salendo ora scendendo; si aprono nuovi orizzonti, muovi panorami, qualcosa che prima era sfuggito adesso torna alla memoria. Allo stesso modo la scrittura si impregna del paesaggio che attraversiamo, e cambia, ma non tanto da escludere una continuità.

 

Il rapporto con la tua terra natia, l’esodo e il ritorno, si propone nella tua raccolta Come chi non torna. Un rapporto di amore tormentato. Perché non si può rimanere, non ha senso rimanere?

Restare significa forse fermare il tempo? E si torna nel luogo dal quale si è partiti per ritrovare tutto com’era un tempo? La fisica del Novecento ha illustrato un concetto molto semplice della vita quotidiana: crediamo di osservare il mondo da un punto di vista fisso, e invece dobbiamo tener conto che anche noi ci muoviamo mentre il mondo si muove intorno a noi. È la teoria della relatività. Dire “tornare”, perciò, è una forzatura, perché il luogo in cui si torna non è lo stesso che noi abbiamo lasciato; tornare è un’illusione, necessaria però, dal momento che non ci si può e forse non ci si deve liberare perché serve a narrare la storia di “sé”, a collocarsi in uno spazio-tempo, a sopravvivere alla morte (ogni giorno che viviamo è un giorno di meno…). Per me il Sud ha questo significato prima di tutto esistenziale. Se nelle mie poesie parlassi dello sfruttamento e delle lotte agrarie, farei retorica. Sono nato in un periodo in cui questi problemi erano ormai – per fortuna – alle spalle, ma non posso dimenticare che la terra di cui sono impastato è stata fatta da braccianti, che subirono le stesse umiliazioni che oggi noi riserviamo agli immigrati clandestini. Non posso dimenticarlo e un giorno dovrò trovare il modo per parlarne.

 

Il verso poetico, lettera animata, che cos’è a dargli vita, cos’è la poesia al di là della lettera?

In una parola: energia. È come una corrente elettrica che passa attraverso le parole e coglie disarmato il lettore, coinvolgendolo nella sua rete di immagini e suoni, scuotendolo dal suo torpore. Attenzione: perché questa energia non resti potenziale, è importante che ci sia un lettore educato, sensibile, disponibile a dialogare e a mettersi in discussione. La poesia non è eterna, come non lo è il genere umano.

 

Se non esistesse la lettera esisterebbe la poesia?

La poesia è legata alla voce, non alla lettera. Ma indubbiamente la lettera, in quanto rappresentazione grafica della voce, contribuisce a fissarla nella memoria e ad arricchirne il significato, e persino a dargli un altro senso. Ormai, la voce non può più liberarsi dell’involucro della lettera, a meno che un cataclisma non estingua il 99 % del genere umano, e riporti i sopravvissuti a una condizione di cavernicoli. Ma a quel punto dubito che la poesia serva a qualcosa.

 

Quanto è importante la forma letteraria per la poesia e lo spessore di un’opera? Inoltre, un’alta cura per la forma non rischia di danneggiare la naturalezza e veridicità dei versi e del gesto poetico?

Possiamo immaginare un uomo senza un corpo? Allo stesso modo non esiste poesia senza forma. Anche i testi delle canzoni esibiscono, ingenuamente, quasi compiaciute, delle forme letterarie. Ma vorrei ricordare che a partire dal Novecento i grandi poeti hanno sempre cercato di spogliare la forma della poesia di ogni letterarietà, e hanno fatto bene, perché non ha più senso salire su un piedistallo, con la targa che sotto recita: “Io sono un poeta”. C’è chi lo fa, ovviamente, ma io credo che quando la poesia c’è, non occorre con le medaglie.

 

La poesia non tende a fare incassi, non strizza l’occhio al pubblico, però è sottoposta al giudizio degli editori e dei critici. Questo ha creato una scrittura tipica ed allineata. Non ti sembra che i poeti, pur di pubblicare, non rischino più? Qual è il livello di sperimentazione in Italia e che futuro ha, dal tuo punto di vista, la poesia? Cosa pensi manchi oggi alla letteratura e alla poesia italiana, e in cosa invece eccellono?

I critici hanno molta voce fra gli addetti ai lavori, e spesso coadiuvano gli editori nell’allestimento delle collane, nella scelta degli autori, nella diffusione e promozione dei volumi. La collaborazione fra autori, critici e editori crea un circolo fondamentalmente virtuoso nel mondo della poesia: il suo vero limite è che non ha spazio pubblico, e non incide sul dibattito culturale contemporaneo. L’isola felice diventa in tal modo asfittica, la ricerca (e con essa la sperimentazioni) comincia a languire, le griglie valutative appaiono schematiche. In poche parole, ci si accontenta di orecchiare il già letto. Alla poesia, oggi, manca solo spazio, e ai poeti manca spesso il coraggio di vedere oltre se stessi e di mettersi in gioco, abbandonando i salotti delle vanità, aprendo gli occhi sul mondo che brucia.

 

I tuoi prossimi progetti?

È cominciato il conto alla rovescia, per questo pianeta, e io ho dei progetti? Costruire è il modo migliore per passare la vita. Faccio quello che sento di dover fare, e non credo che valga la pena affaticarsi in sillogismi per evitare il nichilismo. Ho pronta una nuova raccolta di versi: L’angolo ospitale, dedicato alla mia vita familiare. A breve uscirà anche un mio testo poetico, scritto per un film documentario su Srebrenica, già presentato in una rassegna sui luoghi narrativi cinematografici, opera del regista Andrea Laquidara. Infine, sono in trattative con un altro editore per una breve raccolta di raccontini che ho scritto pedinando e mimando i discorsi dei miei bambini, una fonte naturale di poesia, prima che essi cominciassero a leggere e a scrivere. Quando imparavano a usare la parola per creare la realtà, non per nasconderla.

 

 

15 novembre 206