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Intervistando 

Rubrica di approfondimento e cultura

a cura di Nazario Tartaglione

 

Maestro Giuseppe Ubertiello.

Una memoria storica di San Severo.

di Nazario Tartaglione

 

L’identità storica di un paese deve molto all’opera di sensibili e appassionati artigiani della memoria che, con infaticabile minuzia, mettono insieme, tassello dopo tassello, i frammenti della propria vita  e dei propri ricordi, in opere letterarie costituenti  un vero e proprio patrimonio per  ogni comunità. E’ questo il caso dell’insegnante Giuseppe Ubertiello, autore di alcune tra le iniziative  più significative in vernacolo sanseverese. Di queste  menzioniamo la raccolta in versi “Tre cose così, mestieri e giochi del tempo passato”, in cui  si passano in rassegna vecchi giochi e mestieri ormai scomparsi, descrivendo ognuno con una poesia e con efficaci illustrazioni realizzate dallo stesso autore, e la “Storia di San Severo a rime baciate rivissuta nel dialetto di oggi”, divisa in due volumi, la prima che va delle origini mitiche fino al 1798 e la seconda che giunge sino al 1.900, tracciando la storia del paese attraverso poesie in vernacolo incentrate sui diversi periodi  e sui diversi  eventi. Originale l’uso dello strumento poetico che si rifà all’esempio in italiano di Matteo Fraccacreta e del suo Teatro Storico Topografico e Poetico…, fornendo allo stesso modo notizie precise e dettagliate, frutto di studi e approfondimenti, e unendo questa volta storia e linguaggio in un unico corpo, nell’idea che la conoscenza vada condivisa e non custodita ciecamente. Tenendo  tra le mani dei volumi  di questo genere non si può far a meno di considerare la fatica certosina necessaria alla loro realizzazione, ricavandone insieme un esempio di lavoro e sacrificio,  elementi che hanno caratterizzato l’educazione e la formazione delle generazioni precedenti. Lontani infatti dai riflettori e dall’editoria locale, non rimangono  che la passione e l’esercizio al fare per realizzare opere nate dal basso, ma di altissimo valore storico, che pur non cercando notorietà e pubblico, ma al contrario selezionandolo con discrezione e garbo, regalano al fortunato lettore squarci di un mondo passato, abitato da personaggi e mestieri impensabili e inimmaginabili, come ‘u cantenere, il cantinaio, che vendeva il vino in botti, ‘i vutte, di varia foggia, che andavano da ‘u litre  a ‘u dècaletre,  da  ‘a vutecèlle,  a ‘u vuchèle e  ‘a ‘mpagliatèlle, la moglie del quale aveva lasciato il proprio bambino da ‘a maèstre ‘i criature, la maestra dei bambini, una massaia che munita di banchi, panarèlle e frèvele, custodiva i piccoli in assenza dei genitori, realizzando quello che oggi sarebbe una vero e proprio asilo privato, questa a sua volta  destata dallo strillone, ‘u ggiurnalère, che vendeva i giornali in strada, come il famoso strillone Lazzère. Disponibile ad accompagnare tutti invece era ‘u carruzzére, il carrozziere, che dai versi dell’autore, “Jéve geranne lu pajése, sembe ‘ncarrozze e sènza spése”,  ti accompagnava anche a comprare il carbone da ‘u carevunére, il carbonaio, con  la faccia nera sin dal primo mattino…, o magari ti portava a far visita a ‘u fraccatore, colui che “fraccava”, cioè schiacciava, l’uva a piedi nudi  nella vasca chiamata ‘u palmènde. Nel  frattempo poteva capitare di inciampare ne ‘u banne, che con brocca e bottiglia proponeva l’assaggio del vino di una determinata cantina, mentre con la sua tinozza in spalla, ‘a mantègne, passava ‘u carrijamantègne, che andava a svuotare il vino, toccando ferro se incontrava ‘u sfossamorte  o allontanandosi se vedeva arrivare ‘u carre ‘a notte, “jemme chi jesce jè”, il servizio igienico del tempo, svolto con un semplice contenitore chiamato ‘u Zepèppe. Va detto che non si festeggiava in nessuna casa se  non c’erano i suonatori  di chitarra, fisarmonica e mandolino, affiancati, nelle case migliori,  dal grammofono. Ritratto ancora dai sapienti ed ironici versi di Pepinuccio Ubertiello c’è ‘u zuchère, il cordaio, che faceva le corde, utili anche per le presse dei frantoi,  o ancora ‘u sellère, il sellaio, o ‘u castegnére, il castagnaio, che con la sua varole, braciere per abbrustolire,  vendeva castagne calde per la via,  magari vicino alla stazione dove potevi trovare ‘u portabagaglije,  o facchine, che conosceva l’orario di tutti i treni ed era sempre attento a chi potesse aver bisogno del suo aiuto, e che la mattina presto vedeva passare ‘u zappatore, che prestava la sua opera nelle campagne limitrofe munito della sua inseparabile zappe, di strangulère, sderrazze, rallètte, scalatore, zappitte, rastrèlle e rampine, e che la sera andava da ‘a capellere o ‘u capellere, cioè dalla parrucchiera o dal barbiere, passando davanti alla bottega de ‘u valère, il barilaio, che costruiva tenèlle, secchi,  teneccijole, votte,  vascellucce e  vascèlle, salutando, perchè no, qualche amico che faceva i mattoni alla fornace, ‘u furnacére. Non dimentichiamoci poi delle serenate e du cantande, e nemmeno du lattère e di tutti gli  altri personaggi di un’epoca e di una San  Severo che non c’è più ma che in qualche modo  ci  portiamo dentro, rivissuta nell’opera del maestro Giuseppe Ubertiello, a cui va  il nostro più caloroso e sentito ringraziamento, confidando che il suo lavoro trovi  sempre rinnovata e crescente attenzione.