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Intervistando 

Rubrica di approfondimento e cultura

a cura di Nazario Tartaglione

 

Giovanni Rinaldi 

Custode della tradizione, a metà strada tra arte e mestiere

  

Intervista a Giovanni Rinaldi
di Nazario Tartaglione

 

Teatro, cultura popolare, fotografia, scrittura, storia, archivi storici, pubblicità, multimedialità, musica… Chi volesse conoscerla resta stordito da tanta produzione e da tante iniziative. Come si presenta oggi Giovanni Rinaldi?

Lo confesso, sono affascinato dall’eclettismo. Inteso come insoddisfazione continua per i punti di arrivo e come ricerca costante di punti di partenza. Sono fondamentalmente un operatore culturale, forse più un ‘operaio’ della cultura, difficile da definire. La mia idea di cultura si associa sempre al desiderio di costruire qualcosa, fatta bene, come facevano gli artigiani del ‘500 italiano, a metà strada tra arte e mestiere. Con il desiderio, anche, di sperimentare, senza accontentarsi dei risultati raggiunti, e quindi sempre alla ricerca di novità e nuovi interessi. Il prodotto migliore di una scuola, come il DAMS bolognese dei primi anni ’70, in cui si provava a mescolare cultura alta e cultura bassa, si preferiva culture a cultura, si tentavano nuove strade e linguaggi, utilizzando tutto il patrimonio culturale che avevamo alle spalle, per reinterpretarlo e farlo interagire col presente. Uscivamo dal Dams con più curiosità di quando eravamo entrati, pronti ad intrecciare competenze piuttosto che rimanere specialisti di ambiti ristretti, forse anche con la voglia di cambiare una società arretrata e poco dinamica culturalmente. Oggi, dopo tanti anni, continuo a credere che la cultura non si possa dispensare dall’alto, ma, al contrario, possa solo crescere dal basso.

 

Bologna, il Dams, il teatro e poi la ricerca storica dauna e pugliese. Quanto le sue radici hanno condizionato le sue scelte e che cosa ha rappresentato per lei la sua terra.

Ho lavorato, negli anni del Dams, con il Gruppo di Drammaturgia guidato da Giuliano Scabia (scrittore, poeta, drammaturgo, narratore, protagonista di alcune tra le esperienze teatrali più vive degli ultimi decenni). Il suo (e il nostro, di studenti) era un progetto di teatro come viaggio verso le radici profonde di una cultura, itinerario verso le radici del nostro io e dell'ambiente in cui siamo immersi. Ricerca e interrogazione, anziché risultato e risposta. La parte interna della maschera, anziché quella esteriore. Non tanto e non solo il prodotto, dunque, ma prima di tutto il procedimento, il viaggio. Un viaggio che mi ha portato, dopo la scoperta di una ricchissima tradizione popolare contadina in terra emiliana, a riscoprire le radici culturali del territorio da cui provenivo e di cui allora non conoscevo nulla. Di scoprire la modernità delle storie sconosciute di anziani braccianti, a cui mi rivolgevo con la curiosità del giovane antropologo che studia un mondo lontano. Con il desiderio di riproporre queste narrazioni in tutte le forme e i linguaggi ‘moderni’ che avevo nel frattempo acquisito.

 

Il legame con la civiltà contadina e la cultura popolare per lei è frutto di esperienza o di rispetto e passione civile?

Più dei contadini ho cercato di conoscere la cultura bracciantile. I braccianti, da molti ritenuti ignoranti e senza storia, poco folcloristici per gli amanti dei polverosi musei di tradizioni popolari, avevano, al contrario, costruito collettivamente, durante un lungo secolo di fatica e di lotta, una grande storia narrativa che aspettava solo qualcuno che la scrivesse e rappresentasse. Lo specifico apporto del Tavoliere di Puglia nella storia popolare italiana è di aver creato (tenendolo nascosto a lungo) un patrimonio di storie personali e collettive, di gesti e di parole che si sono fuse nella figura di Giuseppe Di Vittorio, la quale sembra essere stata il risultato individualizzato e carismatico delle mille storie di ognuno di questi sconosciuti lavoratori della terra. È da questo incontro che è nato un interesse non solo scientifico, ma appassionato e carico di rispetto per una storia che ha unito creatività culturale e lotta per una nuova dignità sociale. Per me le cosiddette ‘tradizioni popolari’ non sono mai state scisse dal racconto puntuale e in prima persona delle condizioni di vita e lavoro dei loro protagonisti.

 

Qual è il valore della cultura popolare per una società?

È la capacità di un popolo e di un territorio di autorappresentarsi senza rifarsi acriticamente a modelli indotti e imposti. Di ricreare e proporre forme innovative di aggregazione e di scambio culturale, tenendo conto dell’enorme bagaglio che ogni cultura si porta dietro dalla notte dei tempi e che illusoriamente pensiamo possa essere buttato via. È l’immagine reale di una società, della parte di società distante dal potere e dal governo, il suo volto, i suoi mille volti, le immagini dei momenti quotidiani e di quelli eccezionali; le voci, le parole, le scritture, che narrano di tante vite, delle fatiche e delle vittorie; la società ha bisogno di una diffusa cultura popolare, perché solo una grande cultura collettiva e solidale ha permesso di raggiungere obiettivi che sembravano irrealizzabili. Facendo parlare nuovamente gli uomini e le donne, ai quali spesso non si dà parola, si potrebbe riprendere un metodo, da alcuni ritenuto velleitario, poco scientifico o demodé, che mette al primo posto l’esigenza non solo di divenire protagonisti di storia, ma anche di acquisire la capacità di narrarla e tramandarla, senza deleghe e senza pericolosi vuoti di memoria. Spesso questo lavoro è stato svolto più da gruppi di base, singoli ricercatori, laboratori didattici, militanti politici, che si sono assunti il ruolo di operatori culturali e di animatori di una politica culturale che quasi mai le istituzioni sono state in grado di programmare.

 

Come considera le distanze che spesso i figli dei contadini e degli artigiani prendono dalle proprie origini, spinti dalle stesse famiglie ad “evolversi”’.

È la vergogna, di se stessi, della propria condizione di subalternità, della propria cultura che non si ritiene adeguata al modello vincente, che porta a uniformarsi, a omologarsi, a rinnegare origini e radici. La globalizzazione e il tentativo di egemonia economica che ha tentato di creare la cultura unica per un immenso popolo consumatore, ha fatto venir fuori, per reazione, un’infinità di rivendicazioni e ascendenze culturali, spesso eccessive e talvolta false, per ricreare l’idea della piccola comunità che si riconosce nei propri modi e nelle proprie forme culturali, chiudendosi all’incontro con gli altri. La cultura popolare, al contrario di quello che si pensa, è sempre stata invece sincretica e meticcia, miscelando elementi culturali e rielaborandoli continuamente.

 

L’artigianato sta scomparendo o comunque è in sofferenza. Secondo lei è evoluzione o danno?

Quello che in certo periodo di tempo viene inteso come evoluzione, in un altro periodo potrà essere inteso come danno. Quanti figli di braccianti hanno abbandonato le nostre terre per partire verso le fabbriche, lasciando alle spalle il lavoro agricolo non più soddisfacente e remunerativo? Quando sono partiti ritenevano giustamente di non poter far altro. Con la crisi economica, con un diverso modello di sviluppo che reinterpreta la possibilità di una agricoltura nuova, di uno sviluppo sostenibile e di mercati che si possono raggiungere anche col web proponendo prodotti apparentemente sofisticati e di nicchia, la scelta può o potrà cambiare. La memoria credo serva soprattutto a creare nuove tradizioni, ma nella disponibilità ad accoglierne di diverse.

 

Cosa ha inteso dare e intende dare al territorio con il suo lavoro. Di cosa ha bisogno oggi il Sud. A cosa serve la memoria e come va letta e attualizzata?

Non sono riuscito, purtroppo, in Capitanata, a creare un archivio della memoria storica popolare, con una specifica attenzione alle tematiche del lavoro e della storia del movimento dei lavoratori. Il termine "archivio" rimanda, nell’immaginario collettivo, a luoghi chiusi e polverosi. Al contrario, come nell’esperienza degli anni ’70 dell’Archivio della cultura di base (con Paola Sobrero), ho sempre pensato a un archivio come centro culturale, laboratorio di iniziative, pieno, certo, di materiali concreti (testimonianze scritte e orali, canti e musiche, fotografie, manoscritti, video e filmati), ma volto a rappresentare l’eccezionale creatività e originalità delle culture popolari, e l’itinerario stesso, lungo un secolo, del movimento dei lavoratori (da noi quelli della terra, principalmente). Archivio della memoria, non accademico né troppo formalizzato, ma aperto e in rete con quanti, partendo dalla ricerca sul campo, propongono idee e iniziative creative, legandosi e riferendosi saldamente alla storia, alle radici, all’identità sociale di questa terra. Il Sud ha bisogno di esempi di politica culturale che promuovano progetti di lunga scadenza. Piani strutturali di elaborazione e scambio culturale che facciano emergere quanto di nuovo e innovativo sa esprimere la cultura di base, soprattutto giovanile, spingendola a creare un nuovo paesaggio culturale che contenga in sé il meglio dell’antico paesaggio culturale che questa terra ha espresso nel tempo.

 

L’archivio e la Casa Di Vittorio, Cerignola e lo sviluppo del sindacato. Qualcuno direbbe altri tempi, altri ideali, altri uomini. Sembra che oggi la società stia rivivendo la povertà, la disoccupazione e la disperazione di un tempo, sia per le congiunture economiche e politiche locali e internazionali che per i fenomeni migratori di massa dai paesi poveri verso l’Europa. C’è bisogno di nuovi padri, di nuovi Di Vittorio?

In questi decenni il lavoro, come falsamente avevano previsto, sarebbe dovuto diventare puramente intellettuale e quasi virtuale. Al contrario si è articolato in mille 'flessibilità', in nuove precarietà. Gli immigrati extracomunitari dei lavori stagionali ma anche i tanti giovani utilizzati a comando e periodicamente espulsi sono tornati sulla scena del mercato del lavoro come nuovi braccianti. Di nuovo le soggettività sembrano tornare anonime e il lavoratore sembra incarnare unicamente la sua capacità di fornire braccia e non anche intelligenza, mestiere, disponibilità a crescere professionalmente e ad esprimersi come persona. La società, oggi, specie quella italiana, è, però, sostanzialmente governata da una classe politica vecchia e burocratizzata. Forse per far emergere dei nuovi Di Vittorio, bisognerà mandare prima a casa tutti coloro che impediscono l’accesso alla gestione del potere alle nuove generazioni. È più probabile infatti che nuovi Di Vittorio emergano più facilmente dai giovanissimi migranti nordafricani che in questi giorni stanno dimostrando la forza di una grande cultura popolare, che si trasmette con le nuove forme di cultura orale, quali internet e i social network.

 

Dal sociale all’arte. Il rapporto tra bellezza, immagine, storia e impegno civile. Come vive questi fattori? Interagiscono senza confini o li tiene separati?

Credo che lei abbia sintetizzato benissimo i quattro pilastri del mio lavoro culturale. La domanda che mi sono sempre posto è questa: in che modo questo secolo di storia del lavoro e dell’emancipazione dallo sfruttamento, per la conquista dei diritti, potrà coinvolgere le nuove generazioni, non solo in senso razionale e scientifico, ma anche emozionale e partecipato? Al bombardamento quotidiano di immagini, notizie, suoni e sollecitazioni multimediali cui quotidianamente sono sottoposte le nuove generazioni, blandite da un’idea di modernità legata più al mezzo di trasmissione che ai contenuti, si può rispondere senza la capacità di saper usare anche dalla nostra parte tutti i possibili mezzi a disposizione? Non basta esprimere la propria passione o esporre concetti, idee e documenti, in modo razionale e scientifico. Bisogna anche, come faceva bene Di Vittorio, affascinare, saper narrare e rappresentare la bellezza di una storia e le emozioni che le immagini provocano. Non saper comunicare è la forma peggiore di egoismo intellettuale, e parlare di cultura popolare o di storia delle classi e dei movimenti di lavoratori, deve anche porsi l’obiettivo di saper coinvolgere e trascinare. La mia storia di ricercatore culturale e storico, infatti, credo, a volte, sia stata più simile a un percorso artistico che scientifico.

 

Significativo è il suo contributo anche nella fotografia, ed all’immagine è legato anche il suo lavoro. Dal suo punto di vista qual è il ruolo dell’immagine nel pensiero e come l’accesso all’immagine ha influito sulla società, sulla percezione dell’ambiente sociale.

Il mondo e la comunicazione sono ormai permeati dall’immagine. Ma anche la cultura tradizionale, tramandata nei secoli oralmente, non basandosi su forme di scrittura, ha comunicato essenzialmente con delle ‘figure’, rappresentazioni iconografiche che nelle forme del canto, della cerimonia e del rito, del manufatto artigianale e nelle allegorie di costumi e danze, trasmetteva le strutture fondamentali della cultura di origine. Quello che si vede, da quando si nasce in poi, ci plasma ed essere attorniati dal sublime o dall’orrido farà spesso la differenza. Con la fotografia ho provato negli anni ’80 a raccontare sia il paesaggio umano (le feste, le cerimonie, il lavoro) sia quello, più metafisico, geografico e urbano. Mi sono poi sempre servito di immagini per raccontare le storie raccolte, per non eccedere nelle parole, ma soprattutto per comunicare in modo più diretto ed emotivo, quando ho di fronte a me giovani e giovanissimi.

 

Com’è cambiato l’immaginario popolare con la televisione?

L’immaginario si nutre dell’intreccio di fonti diverse e di esperienze vissute. C’è stata una prima fase in cui la televisione ha svolto un ruolo importante di messa a confronto di culture periferiche facendole affacciare in modo veloce e semplice alla conoscenza del lontano e del diverso, ma anche mettendole in comunicazione e fondendo insieme, in un nuovo senso comune, singolaristi e localismi. Poi è sopravvenuta una fase di bombardamento e involgarimento della comunicazione che ha in parte omologato e svilito il senso delle differenze culturali. La televisione è diventata un modello impositivo, comportamentale e sociale. L’avvento di internet sta scalfendo, per fortuna, questa forma di monoteismo.

 

Tra le sue collaborazioni anche quelle con musicisti come Umberto Sangiovanni e, sempre per la musica, la realizzazione dell’Archivio Sonoro della Puglia. Qual è, e qual è stato, il contributo della canzone alla cultura popolare e alla sua memoria? Sono solo canzonette?

La musica popolare e il canto in particolare, sono stati probabilmente la forma culturale più diffusa nel mondo, superando di gran lunga la cultura scritta, che noi abbiamo sempre ritenuto a torto, più importante. Con i canti si sono trasmesse nei millenni quantità incalcolabili di informazioni, dati, usi e costumi che hanno coinvolto la quasi totalità dei popoli. Ho sempre ritenuto affascinante e importante registrare e documentare questo patrimonio. Ho avuto una grande soddisfazione nel vedere digitalizzata buona parte del mio archivio di registrazioni su nastro magnetico per la creazione del fondo presso l’Archivio Sonoro Puglia (delle musiche di tradizione). Da una parte quindi la conservazione e la memoria. Dall’altra la ricerca dui nuovi percorsi come nell’importante collaborazione con Sangiovanni, proprio per il meltingpot che è riuscito a creare, miscelando parole antiche cantate da braccianti e contadini per rappresentare momenti di fatica o gesti d’amore, con le sue sonorità e i suoi ritmi jazzistici. La mia fatica di ricercatore e conservatore di memorie musicali si è incontrata con la sua capacità di invenzione e sensibilità creativa.   

 

Oggi c’è una grande operazione di recupero che vede coinvolti tanti musicisti sul nostro territorio. Non le pare che però questo tenda ad oscurare i nuovi autori che provano a rinnovare ed evolvere la tradizione, leggendo l’attualità piuttosto che il passato, già ampiamente documentato?

Ho sempre creduto più nella riproposta da parte degli stessi suonatori tradizionali che nella semplice riesecuzione, più o meno filologica, da parte di nuovi gruppi di giovani entusiasti delle loro scoperte. Non credo che si possano ripercorrere le stesse tracce e le stesse orme. Credo sia più utile capire profondamente le forme e le tecniche e i metodi della musica tradizionale, per poi provare a seguire le proprie emozioni e miscelare le competenze vecchie e nuove e le ispirazioni del passato e del presente. La musica popolare che continua a riproporre sempre e solo le parole del passato, senza provare anche a raccontare il presente, non sopravviverà alle mode passeggere.

 

Letteratura e teatro. La memoria che resta. Dalla lettura alla recitazione. Come ha vissuto questo progetto?

Il progetto “BRACCIANTI. La memoria che resta” (con Enrico Messina) è stata un po’ la conclusione di un ciclo, che dal teatro era partito per tornarci. Un progetto che ha visto rivivere le voci e le immagini dei testimoni di un tempo all'interno di un nuovo contenitore, teatrale e multimediale, rappresentato in centinaia di città italiane. In quasi due anni di lavoro i nastri magnetici originali, le stampe fotografiche, sono stati digitalizzati e inseriti nel sito internet del progetto, con la possibilità di leggere trascrizioni delle testimonianze, ascoltare o scaricare le voci e i canti dei testimoni, di visionare le fotografie. L’occasione teatrale ha quindi permesso di 'trasferire' sulla scena e online un vecchio archivio moltiplicando le possibilità di accesso prima negate. Nello spettacolo le voci originali dei testimoni incontrati tanti anni fa emergevano dal buio e dialogavano con le voci degli attori, i quali ‘attraversavano’ le immagini videoproiettate delle vecchie foto (volti, occhi, mani, luoghi e folle). Una festa della memoria ma anche un rito laico che ci fece comprendere l'immensa potenzialità della ricerca di storia orale, che in fase di raccolta si articola in modo multidisciplinare, senza barriere accademiche, può in momenti successivi e apparentemente lontani trasformarsi in nuova creatività e sollecitare nuove forme espressive.

 

Io sono sanseverese e mi ha molto colpito la storia dei bambini raccontata nel suo libro “I treni della felicità” (Ediesse, 2009), vicenda che confesso di aver conosciuto grazie a lei. Come ha saputo di questa storia, senz’altro carica di fascino oltre che di dolore, e perché ha deciso di dedicarle un intero libro?

Una storia scoperta per caso, come tante altre storie. Succede quando si lasciano parlare liberamente i propri testimoni. Sono tante le storie non raccontate che si perdono con i loro custodi. Nel caso dei bambini di San Severo, ospitati dalle famiglie del centro nord, non si può non pensare ai giorni nostri. Altra gente, povera come quei bambini, magari con il colore della pelle diverso, arriva oggi non con i ‘treni della felicità’, ma con i gommoni, dentro i Tir, nascosti e considerati spesso invasori e malvagi. Forse l’Italia che i protagonisti del mio libro hanno contribuito a costruire con il loro impegno, la loro idea di politica, e i loro valori, sta pian piano perdendo mattoni e bisogna riprendere a ricostruire e restaurare quello che ogni giorno, purtroppo, viene distrutto. Per me è stato soprattutto importante far venir fuori non solo l’aspetto collettivo, il grande impegno e la capacità organizzativa delle formazioni politiche e sindacali che quel movimento di accoglienza per l’infanzia organizzarono, ma l’impegno individuale, familiare, in cui ognuno sentiva la forza e il dovere di far qualcosa senza aspettare che lo facessero altri. L’Unità d’Italia si è formata attraverso queste esperienze, più e meglio che con cerimonie e monumenti.

 

Chiudo con una domanda tipica ma, vista la sua creatività, inevitabile. Progetti futuri?

La possibilità di lavoro con le istituzioni locali è però, per quanto mi riguarda, ormai collassata.  Rimango un freelance – una volta si sarebbe detto un cane sciolto - slegato da parentele politiche e di potere e questa condizione spesso non apre porte ma le chiude. Con il mio lavoro di grafico, per quanto posso, mi mantengo libero di fare le ricerche e i progetti che riesco a portare avanti, ma con tempi lunghi, anzi lunghissimi, e pochi mezzi.

Un impegno che non si ferma è la battaglia, ormai nazionale, insieme al movimento nato su facebook “Salviamo il murale G. Di Vittorio”, per il recupero di un’opera d’arte unica, che giace in condizioni che disonorano la memoria di Giuseppe Di Vittorio. Un progetto di sensibilizzazione, in cui il percorso seguito è importante come il punto di arrivo.

Per conto dell’Archivio Sonoro Puglia sto avviando la catalogazione di tutto il mio fondo di musica popolare della Capitanata depositato presso la Biblioteca Nazionale di Bari. Con Festambiente Sud sto lavorando a un progetto intitolato “Memoria della festa”, per far riemergere dal mio archivio fotografico le migliaia di foto etnografiche sulle cerimonie religiose nella Puglia settentrionale.

A breve partirà un tour con il reading multimediale e musicale tratto dal mio libro “I treni della felicità” (sarò in scena con il sociologo Marcello Colopi e il musicista Antonio Piacentino) e sarà finalmente presentato il documentario “Pasta nera” (Seminal Film - Cinecittà Luce, 2011) di Alessandro Piva nato dalla ricerca sui “treni della felicità”.

 

Foggia, 5 marzo 2011