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Intervistando
Rubrica di approfondimento e cultura
a cura di Nazario Tartaglione

di Nazario Tartaglione
Sviluppatosi a cavallo tra il XVI e il XVII Secolo, a beneficio del gruppo di intellettuali fiorentini della Camerata de' Bardi, le sue radici si fanno risalire al teatro medievale, anche se idealmente suoi antenati furono il teatro antico, la tragedia classica e la commedia dell'arte cinquecentesca, che prevedeva già l'uso delle canzoni, il melodramma, o recitar cantando, vede tra i suoi esponenti anche l’autore sanseverese Ferdinando del Re. E’ la San Severo del 1.800 quella senza energia elettrica, con carrozze, cavalli e strade illuminate dai lumi a olio a dare i natali a Ferdinando, compositore ed operista nato il 16 aprile 1839. Ed è proprio nel paese contadino, dominato da ritmi e riti rurali, diversi per stagione e raccolti, in un’Italia del sud che vedeva in Napoli la sua capitale ed il suo punto di riferimento, che Ferdinando muove i primi passi, scoprendo sin da bambino la sua passione per la musica. Una passione che però doveva vivere riservatamente se poi, trasferitosi nel capoluogo partenopeo per gli studi in medicina, ha chiesto ed ottenuto l’ammissione al Conservatorio di San Pietro a Majella, all’insaputa dei genitori. Negli anni a cavallo tra il periodo rossiniano, in cui prevale la componente aulica e moraleggiante e quello belliniano, in cui trionfa il canto libero da ogni retorica, del Re perfeziona la sua formazione musicale attraverso gli studi e le frequentazioni di artisti ed ambienti che il suo amato paese non poteva certo offrirgli, giungendo alla composizione de le “Anacreontiche. Album per camera in chiave di Sol”, che viene dato alle stampe dall’editore Giorgio Del Monaco, confermando la qualità del compositore e la fondatezza delle sue aspirazioni. Ma il cammino di Ferdinando è appena iniziato. Lui continua a studiare e comporre e, sulla scia di questo primo importante traguardo, inizia a lavorare ad un progetto impegnativo ed ambizioso, la riscrittura melodrammatica della Battaglia di Benevento, il famoso romanzo storico di Francesco Domenico Guerrazzi. Componeva Ferdinando, componeva, lontano dal rosso luccicante dei pomodori, dal verde della campagna e dai canti contadini che il vento aspro della sua terra accompagnava al centro abitato, così portando finalmente a termine nel 1866 la sua composizione, allor quando venne nominato capo-musico del Reggimento dove si era arruolato come volontario, senza mai dimenticare però la sua San Severo dove, finito il servizio militare, il giovane musicista ritornò, con tutti i suoi spartiti ed i sogni legati a spago in una cartellina, a camminare per le vie sonnolente e assolate della sua infanzia. Qui potrà perfezionare il suo melodramma in quattro atti che, col nome di “Manfredi di Svevia”, andrà in scena per la prima volta nel Teatro Real Borbone di San Severo. Era d’estate e il grano caldo e maturo ondeggiando sembrava accompagnare i gesti della sua opera e il percorso incerto dei pensieri di un’artista esordiente alla sua grande occasione. Così i giorni passarono, lenti, inesorabili e taglienti come ogni attesa, fino a quel 16 luglio 1877, quando Ferdinando, affacciandosi di nascosto al sipario ancora chiuso, vide il teatro stracolmo. Si, erano tutti li, tutti per lui i suoi compaesani, per il suo melodramma! Allora il cuore incominciò a battere a mille e le mani a sudare come mai. Disse agli attori e ai musicisti di prepararsi, organizzò per l’ultima volta gli spartiti, diede le ultime indicazioni, poi andò in camerino, si vestì e ritornò sul palco, dove tutto ebbe inizio. Lo rappresentazione fu un successo clamoroso e godette di ben quattro repliche. Le vie di San Severo echeggiavano dei brani della sua opera e quell’estate il vento portò le note dolci e dolenti delle sue arie nelle campagne, volando fino a Napoli, ad aprirgli le porte del teatro Mercadante, dove nel 1880 ripropose il suo lavoro, confermandone il valore e ottenendo anche qui trionfo, insieme ai molti concittadini che rapiti dalla sua musica l’avevano seguito, presenti per ben due serate, e che avrebbero continuato ad esserlo se, come succede anche nelle favole più belle, alla vigilia della terza rappresentazione la compagnia non si fosse sciolta e l'impresario non si fosse reso irreperibile, mandando in frantumi tutto il lavoro dell’artista. L’opera “Manfredi di Svevia” non fu più rappresentata. I mesi che seguirono furono mesi difficili per Ferdinando, che vedeva tutta la sua vita una grande beffa. I suoi spartiti, il suo libretto, il volto dei suoi attori, le sue scenografie, tutto spazzato via, tutto quanto distrutto dalla furia improvvisa di un destino infame. Ma il compositore non si diede per vinto e ritornato in paese ottenne grandi riconoscimenti come capo-musico, vinse alcuni concorsi nazionali e soprattutto fondò nel 1883 la famosa compagine bandistica Orchestra di fiati della Società Promotrice Musicale di San Severo, a cui dedicò gli anni successivi, fino alla sua prematura scomparsa avvenuta il 16 gennaio 1887 a soli quarantotto anni. A lui va il nostro riconoscimento.