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Intervistando
Rubrica di approfondimento culturale
a cura di Nazario Tartaglione
Enrico Fraccacreta.
La poesia come diario del profondo e strada maestra.
Di Nazario Tartaglione
Entrare nel mondo e nei pensieri di un poeta, scoprire i suoi punti di vista è arricchirsi di essi è un’opportunità per confrontarsi e crescere che vogliamo condividere con i lettori. In questo caso l’autore è Enrico Fraccacreta, nato a San Severo nel 1955 e affermatosi nel panorama nazionale con diverse pubblicazioni e prestigiosi riconoscimenti. In lui la poesia batte sin da piccolo, portandolo a passare i pomeriggi in compagnia delle sue vecchie zie e dei nonni, tutti siti al piano di sotto, dove c’erano”i vecchi della casa”, e dove ha assistito ad un lungo tramandare, inconsapevolmente immagazzinato e poi trasformato in versi nel corso della sua giovinezza. E’ anche vero, precisa Fraccareta “che mia madre ha sempre praticato, soprattutto da giovane, la poesia”. Poesia fonte di ispirazione, di impeto creativo, ma anche di sfogo e liberazione, che lo portava a svuotarsi, in modo furente, dei primi tormenti sentimentali, gli stessi condivisi col suo amico fraterno Andrea Pazienza, a cui dedicherà la biografia narrativa “Il giovane Pazienza” pubblicata da Zerozerosud nel 2000 e da Stampa Alternativa nel 2001, e che continua a godere di numerose ristampe. Gli anni passano e la sua formazione professionale lo porta lontano dai versi, ma non tanto da spegnere il fuoco sacro che arde nel poeta vincitore nel 1995 del Premio Montale, a cui seguirà l’antologia “ I nostri pomeriggi” Sette poeti del Premio Montale, per la Scheiwiller di Milano, incalzata l’anno dopo dal volume “Tempo Medio” edito da Bastogi . A queste pubblicazioni si affiancano, “Cartoline dal Gargano” per la Levante editori di Bari, “Pazienza, Geografia della Memoria” e “Camera di Guardia”, un raccolta fondamentale, edita nel 2006 da I Quaderni del Battello Ebbro, in cui l’autore ripercorre con versi sapienti e struggenti la storia della sua famiglia, immergendo il lettore in un tempo e in un luogo interiori, raggiungibili solo con una potente ispirazione e sfruttando il restringimento del concetto proprio del linguaggio poetico, che gli garantisce una parola fortemente esplicativa e vari livelli di senso. Poesia come bellezza di contenuto e di forma, come tratto e come pensiero, ma soprattutto come modello etico e spirituale. Un punto di riferimento per tutto il percorso di vita, che porta l’autore a mettersi in ascolto dell’altro, dell’onnisciente, al fine di interpretarlo e di crescere, in un dialogo autentico, universale, proprio di un diario del profondo. Continuando ad indagare l’essenza della poesia si fa avanti il rapporto tra contenuto e forma, nel quale se è vero che la forma letteraria è un mezzo e che la poesia è soprattutto un fatto etico, sociale e umano, capace di librarsi in alto, avvicinarsi e far avvicinare gli uomini, va aggiunto che la bellezza del contenuto deve essere confermata anche da quella formale, che dovrà godere di una determinata metrica, musicalità e pienezza del verso. La bellezza deve pervadere tutto, significato, senso, lettera, lettura e ascolto. Di questo l’autore trova esempio in Montale, per il ‘900, e nel poeta John Keats, romantico inglese dell’ottocento, bello fuori e dentro, a cui dobbiamo questa semplice ma fondamentale massima “Verità e bellezza, bellezza e verità”. Ma non è solo la bellezza ad animare e nutrire la lettera poetica, ciò che la rende viva è la capacità di sprigionare la visione che è alla base della scrittura. E’ un’alchimia vera a e propria, dice il poeta. “Se la poesia è autentica, la visione si impadronisce della lettera che dispiegandosi sul foglio bianco libererà l’immagine rendendo vivi i versi”, fino a farli diventare dignità, vita e fratellanza, come per quelli scritti intorno all’11 Settembre, realizzati da una parte per esorcizzare la catastrofe e dall’altra per riportare l’uomo nella giusta direzione, riavvicinandolo al sentimento di unità. Una poesia che si oppone, quindi, come argine, quasi come soldati, alla barbarie. Essa è pacificazione del conflitto, è un balsamo per l’umanità, diventato denuncia nella prosa ricca di impeto poetico del premio nobel per la letteratura 2009 Hertha Muller, che nella sua opera “Il paese delle prugne verdi”, descrive tutte le angherie subite nel periodo della dittatura romena, vicina a quei poeti che in ogni tempo e luogo hanno pagato sulla propria pelle l’opposizione al potere. Ma la poesia, oltre che di bellezza e di immagini, si nutre di filosofia, di quella propensione al pensiero ed alla riflessione che è alla base di ogni opera significativa, ricordandoci che l’esistenza stessa di questi due elementi fu messa in discussione da chi immaginò che dopo la Shoa non ci sarebbero state più poesia e filosofia, magari proprio mentre i versi della Divina Commedia, cantati da Primo Levi ad un suo compagno di sventura, tagliavano come una stella lucente il cielo di Auschwitz, superando il filo spinato e continuando per i cieli di tutto il mondo e per mano di altri autori, in un’azione poetica che dopo Alighieri può essere considerata, per il poeta, anche una rielaborazione ed un’attualizzazione storica dell’opera dantesca, suprema ed irraggiungibile. Fondamentale è ancora il ruolo del dramma personale, da cui scaturisce lo stato d’animo necessario alla poesia, condizione che può essere cocente o frutto di dolori antichi, ritornati in echi e malinconie, tormenti racchiusi nei suoi naturali versi ermetici. L’ultimo sguardo va alla produzione dialettale sanseverese, che Fraccacreta incoraggia, sia nella canzone, ricordando il Canzoniere di San Severo, che nei versi, trovando nella raccolta ‘u pucchete, i germogli di una poesia autentica, mentre a noi non rimane che ringraziarlo per la disponibilità e aspettare impazienti sue nuove pubblicazioni.