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Intervistando
Rubrica di approfondimento e cultura
a cura di Nazario Tartaglione
Intervista a Claudio Damiani - La Grazia della poesia
a cura di Nazario Tartaglione

Quella
di Claudio Damiani è una storia d’amore con la nostra terra iniziata circa 54
anni fa, nel villaggio minerario di bauxite in cui è nato e vissuto per i primi
anni. Immerso nella natura rigogliosa del Gargano, in mezzo a boschi, volpi, ed
enormi farfalle, dove lui amava passeggiare e perdersi in quel senso di infinito
che il piccolo eden gli evocava, è qui che Damiani ha definito il suo rapporto
con la natura, con il cosmo e con la vita.
Poeta affermato a livello nazionale, nato a San Giovanni Rotondo nel 1957 e
trasferitosi dopo cinque anni a Roma, Damiani ci confessa che ha faticato molto
ad amare la capitale, che per quanto immensamente bella era troppo diversa dal
suo villaggio, dalla sua piccola patria, come lo definisce, e che solo intorno
ai venti anni, anche grazie agli scavi che Roma presentava e che gli ricordavano
quelli minerari, è riuscito ad accettarla, rimanendo però sempre legato alla
Puglia, tanto da sentirsi coinvolto dalla sua architettura, dai suoi richiami
orientali, incantato dalle chiese sanseveresi, barocche, frutto di un ordine
delle forme e di un uno spirito estetico a lui molto congeniali. Autore di
poesie scritte tra veglia e sonno, che rinunciano all’ oscurità tanto di moda e
si leggono con una semplicità a volte disarmante, Damiani nasconde dietro quella
immediatezza un pensiero profondo, basato su una visione della natura quale
spirito, soffio vitale, un universo immateriale in cui tutto e immerso e a cui
tutto appartiene, compreso l’essere umano, giungendo ad affermare che “ l’uomo
non può far nulla di male alla natura, non può deturparla ne abbandonarla, può
solo danneggiare se stesso. Il sole brucia come brucia il nucleare, la plastica
sarà presente su qualche altro pianeta come prodotto naturale, biologico. Tutto
è compreso dalla natura”. Un natura umanizzata, pensante, frutto di una visione
umanistica che non pone al centro l’uomo ma l’umanità. “L’umanesimo non va
inteso in senso antropocentrico. Tutto acquista vitalità e gioisce, soffre,
pensa, vive e muore. Tutto è umanizzato”. Un’energia, quella naturale, che
accende nel poeta un sentimento che non è tanto religioso, quanto pietoso, una
pietàs che è partecipazione alla vita dell’altro, del mondo animale più che
umano. È questa, insieme alla ricerca di una bellezza sopravvissuta alle
difficoltà ed all’orrore della vita, una delle matrici della poesia di Damiani,
passato in città per presentare il suo ultimo libro, Poesie, pubblicato da Fazi.
Volume già rappresentato in varie tappe italiane, compresa quella del Cinema
Nuovo Sacher di Nanni Moretti, in cui la sua opera ha goduto
dell’interpretazione di ottimi attori, ripresi e posti in video su internet,
mezzo che l’autore trova molto utile per la diffusione della poesia. Per il
poeta i versi devono usare le moderne tecnologie e dovrebbero essere accolti
anche dalla tv, che per problemi di odiens l’ha emarginati, anche per questo
involgarendosi e contribuendo ad una crisi educativa e didattica che attraversa
le famiglie e le scuole, in cui gli educatori e gli insegnanti sono troppo
diversi dai modelli televisivi, faticando ad ottenere credito dai giovani. “Del
novecento ricordo le soffocanti ideologie, ma anche una politica degli anni ’50
migliore, più culturale e meno spettacolarizzata, meno commerciale, e per questo
più vicina alla cultura e alla didattica.” Ed è nel novecento che ha inizio
l’attività letteraria di Damiani, di cui ricordiamo la pubblicazione delle
raccolte poetiche Fraturno (Abete,1987), La mia casa (Pegaso, 1994, Premio Dario
Bellezza), La miniera (Fazi, 1997, Premio Metauro), Eroi (Fazi, 2000, Premio
Aleramo, Premio Montale, Premio Frascati), Attorno al fuoco (Avagliano, 2006,
finalista Premio Viareggio, Premio Mario Luzi, Premio Violani Landi, Premio
Unione Scrittori), Sognando Li Po (Marietti, 2008, Premio Lerici Pea, Premio
Volterra Ultima Frontiera) e Poesie, a cura di Marco Lodoli (Fazi, 2010). Ha
curato inoltre i volumi: Almanacco di Primavera. Arte e poesia (L'Attico
Editore, 1992); Orazio, Arte poetica, con interventi di autori contemporanei (Fazi,
1995); Le più belle poesie di Trilussa (Mondadori, 2000), ed è stato tra i
fondatori della rivista letteraria Braci (1980-84). Suoi testi sono stati
tradotti in diverse lingue (tra cui principalmente inglese, spagnolo, serbo,
sloveno, rumeno) e compaiono in molte antologie italiane scolastiche e
straniere. Sembra, Damiani, affrontare il dolore con sorriso, con dolcezza, con
la stessa naturalezza con cui un albero mette i fiori o attende la sua fine. La
pacatezza, l’ironia, l’abbandono alla natura e alle sue leggi, alla sua
saggezza, sono probabilmente alla base della sua poetica, del suo stupore,
capace di cogliere la bellezza sopravvissuta alle difficoltà dell’esistenza.
Come nei versi dedicati a Cesare, un cane abbandonato. “Lo stupore è connesso al
fatto che un essere abbandonato è però vivo, vivace e bello. La bellezza
nonostante l’abbandono e la tragicità. La grazia che sopravvive all’orrore. La
forza della natura, l’energia vitale che è nella materia, permane e produce
bellezza e stupore continuo, ed ordini meravigliosi.
Corus
Claudio Damiani, poeta affermato a livello nazionale, è nato a San Giovanni
Rotondo nel 1957, si trasferisce subito a Roma, non dimenticando mai il
villaggio minerario in cui è vissuto per i primi cinque anni. Immerso nella
natura rigogliosa del Gargano, è qui che ha definito il suo rapporto con la
natura, con il cosmo e con la vita, tanto da aver intitolato alla miniera una
sua raccolta. “Stò scrivendo anche un romanzo sulla miniera, che in me è un
eden, una piccola patria, un microcosmo. Di essa ricordo gli zampilli rossi
della terra scavata, i boschi e le lunghe passeggiate, le volpi, le farfalle
enormi, la natura rigogliosa.” Per il poeta le rovine della miniera raccolgono
il valore del passato, sostenendo i temi tipici della sua poesia, quali l’esilio
e l’abbandono, nati anche dal ricordo del villaggio minerario diventato poi zona
di addestramento militare, e della casa abbandonata e ritrovata trivellata dai
proiettili. Una poesia mite e generosa, ma in cui la rabbia ha posto quando si
parla della società. “Ci creiamo l’infelicità con le nostre stesse mani…” sbuffa
il poeta, indicandomi alcuni suoi versi : “… più umiltà, molta più umiltà e
rispetto, se ci fosse più silenzio, più feste, più lavorare insieme, tranquilli,
contenti di lavorare insieme, cantando.” Difficile il suo rapporto con la
canzone, che per l’autore, presente nelle giurie di diversi premi prestigiosi,
assomiglia alla poesia solo apparentemente, ma può farne anche a meno, essendo
sorretta dalla musica. Ultima pubblicazione in corso di presentazione la
raccolta di versi, Poesie, edita da Fazi Editore.
Nazario Tartaglione