Piccola Mostra Fotografica

sulla San Severo Antica e Barocca

 

 

Antonio Soimero

La  fotografia e le regole della bellezza

 

Quando si incontra un artista si resta sempre colpiti dal coinvolgimento umano e passionale con cui svolge il proprio lavoro, volando aldilà degli interessi e delle speculazioni, per rappresentare il proprio senso di bellezza. Parliamo di fotografia e di un suo illustre rappresentante di Capitanata, il sanseverese Antonio Soimero, classe 1962, che ci accoglie in uno studio straripante di ritratti su pellicola della Città dei Campanili, come non l’avevi mai vista pur vivendoci da sempre. E si, perché quello che segna il confine tra arte e mestiere, tra informazione ed emozione, è proprio la capacità di vedere il bello, di esaltarsi davanti ad un’immagine, stabile o fuggente, per catturarne l’attimo, ricordando Roiter, fino ad avvertire la variazione dei battiti cardiaci e a stabilire un rapporto esclusivo con la stessa,  isolandosi e fagocitandola. “È un pò come guardare dal buco della serratura, ci confessa il fotografo, c’è un contatto quasi fisico, sensuale con il soggetto, e la voglia di svelarlo fino in fondo, di metterlo a nudo. Questo può capitare per una luce particolare,  per la singolarità della fisionomia, per la situazione o per lo stato d’animo ispirato dell’autore.” Mai dimenticare però che  la macchina fotografica deve essere una fedele compagna di viaggio, insieme ad una buona dose di fortuna, come precisa Elliott Erwitt, uno dei punti di riferimento di Soimero che,  formatosi anche con lo studio di  Michelangelo, Leonardo e dei giochi d’ombra di Caravaggio, ci racconta, con una punta di nostalgia, della sua prima conferma, quando a 14 anni il suo dipinto a pastelli della Chiesa di San Benedetto vinse come migliore opera tra tutte le terze medie.“La  mia prima macchina fotografica è stata  una Comet Bencini, e a  17 anni è arrivata la Reflex.  Tutti i miei amici compravano un motorino, io invece ho comprato la felicità. Costava circa  800.000 lire, ed aveva due obiettivi”, continua l’autore, che in famiglia ha condiviso talento e passione col padre, per la pittura, e con uno zio per la fotografia. Cruciale l’incoraggiamento di un commilitone fotografo, che gli fa intravedere la possibilità di fare della sua passione un mestiere. Nel 1985 apre lo studio, ma è all’inizio degli anni ’90 che, grazie al maestro Mario Giacomelli, Antonio matura la visione artistica e culturale della scrittura con luce, intensificando la sua attività, fino ad ottenere l’apprezzamento di Francesco Iodice, che lo invita a Milano. Gli anni si confondono nei suoi scatti ed il 2.000 arriva presto, così l’artista presenta un  progetto ad Alberobello. “I miei lavori ritraevano gli aspetti culturali del nostro territorio e furono notati da James A. Fox, caporedattore della Magnum di Parigi, che mi invitò nella sede francese per  un colloquio d’ingresso.” Occasione che per scelte personali Soimero non sfrutterà, continuando nel suo percorso di fotoreporter indipendente, a documentare culture, tradizioni popolari e religiose, paesaggi urbani, naturali e del corpo, ma sempre tenendo conto dei suoi maestri di vita e di mestiere come Bresson. Per questi, prima di scattare, l’occhio deve essere in linea con la mente e con il cuore, il fotografo deve pre-vedere il risultato finale.  “Ci deve essere una sensazione di perfezione, come in un puzzle dove tutto è a suo posto, armonia delle forme che diventa quasi chimica, la stessa che permette al tocco dell’autore di trasferire frammenti di anima da se alle sue foto, come farebbe un pittore.  Un alchimia che può avvenire solo grazie al talento; che non si può spiegare diversamente”, ci confessa Soimero, enunciando così quelle che in gergo sono dette “Le regole della bellezza”. Senz’altro un autore pieno di luce interiore, la stessa con cui ha inciso su pellicola e sui moderni sensori elettronici, consapevole che mestiere e  tecnica sono elementi fondamentali per la  valorizzazione dell’immagine, ma che ancora nulla possono senza ispirazione, senza quel forte sentire che è alla base di una buona opera. Inevitabile è il confronto con le tecnologie. Formatosi nel ‘900, ha vissuto il passaggio dall’analogico al digitale,  scivolando dal piacere e dal mistero dello sviluppo in camera oscura alla praticità dei file informatici, i quali,  pur garantendo una maggiore circolazione e fruizione dell’immagine, ne raffreddano l’emozione e ne scoraggiano la stampa, la conservazione e la tangibilità. “Della fotografia analogica ricordo la pellicola, l’impostazione della macchina,  la creatività dello sviluppo, quando cambiando i tempi potevi  ottenere colori e contrasti diversi”, dice l’artigiano, sottolineando il contributo che l’arte tradizionale  può dare alla storia, con negativi e lastre che risalgono fino al 1840. “Ma le cose vanno avanti, è inevitabile”, ammonisce,  richiamando alcuni padri della fotografia  e del fotoreporter come Bresson, Gardin, Scianna, Guy le Querrec  oltre ai già citati Roiter, Giacomelli ed Erwitt, che si possono definire l’occhio del ‘900, a cui molti colleghi si sono ispirati e ai quali lui deve una nuova visione del lavoro e dell’esistenza. Vincitore di prestigiosi premi,  tra cui il Memorial Pontiggia a Castellana, e selezionato dal sito Fotologie.it, Soimero conclude con una nota di gratitudine verso una passione che gli ha dato intensi incontri umani, vitalità, crescita personale e conoscenza, incassando a sua volta  i nostri più fervidi complimenti.

                                                                                                                                                                                                     Nazario Tartaglione